Battaglia di Thyatira

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Battaglia di Thyatira
Moneta di Procopio, l'usurpatore sconfitto nella battaglia
Moneta di Procopio, l'usurpatore sconfitto nella battaglia
Data marzo o aprile 366
Luogo Thyatira in Lidia (moderna Akhisar in Turchia)
Esito Vittoria di Valente
Schieramenti
Comandanti
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La battaglia di Thyatira fu combattuta nel 366 a Thyatira in Lidia (moderna Akhisar in Turchia), tra l'esercito dell'imperatore romano Valente e l'esercito dell'usurpatore Procopio condotto dal generale Gomoario, il quale disertò Procopio con le proprie truppe. La sconfitta di Procopio ne demoralizzò le truppe: quando Valente raggiunse l'usurpatore a Nacoleia (oggi Nacolia), Procopio fu abbandonato dalle proprio generale Agilone, imprigionato e ucciso per ordine di Valente.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Inizio della rivolta[modifica | modifica wikitesto]

Procopio era nato e cresciuto in Cilicia, di nobili origini, ed occupava una posizione vantaggiosa fin dalla giovinezza, essendo parente di Flavio Claudio Giuliano, che poi sarebbe diventato imperatore.[1] Era molto rigoroso nel suo stile di vita e nella morale, riservato e taciturno; ma, sia come segretario, sia come tribuno, si sarebbe poi distinto in guerra, ascendendo, promozione dopo promozione, fino al più alto rango.[1] Spentosi Costanzo II, essendo parente del nuovo imperatore, cominciò ad ambire a posizioni ancora più alte, soprattutto dopo che fu ammesso nell'ordine dei comites; e divenne evidente, a dire di Ammiano Marcellino, che se avesse raggiunto una sufficiente potenza, si sarebbe rivelato un disturbatore dell'ordine interno dello stato.[1] Quando Giuliano condusse la sua spedizione contro la Persia, lasciò Procopio in Mesopotamia, al comando di una forte divisione di truppe, ponendo come suo collega Sebastiano con uguale autorità.[1]

Quando seppe dell'uccisione di Giuliano durante la ritirata dell'esercito romano dal territorio persiano, e dell'elevazione a imperatore di Gioviano, Procopio fu informato anche che secondo alcuni Giuliano aveva disposto, sul punto di spirare, che il suo successore fosse Procopio; temendo che a causa di ciò avrebbe potuto essere stato condannato a morte, si ritirò a vita privata; allarmato poi dall'esecuzione di Gioviano, il principale segretario, torturato e ucciso in quanto sospettato di ambire al trono, e temendo di essere anch'egli sospettato di tramare lo stesso, decise di ritirarsi in un distretto ancora più remoto e segreto, cercando di evitare di recare offesa a chiunque.[1][2] Scoperto che i suoi nascondigli erano ancora cercati da Gioviano con diligenza sempre maggiore, sotto la pressione della necessità estrema, ritornò seguendo strade segrete nel distretto di Calcedonia, dove, poiché sembrava un rifugio più sicuro, fu ospitato nella dimora di un amico fidato, un uomo di nome Strategio, che da ufficiale di palazzo era stato innalzato fino al rango di senatore; e da lì, talvolta, si recava a Costantinopoli e lì apprese dei resoconti di chi stava fuggendo, diffusi da molti di quelli che accusavano il nuovo imperatore d'Oriente Valente di impadronirsi di beni che appartenevano legittimamente ad altre persone, stimolato a queste iniquità da suo cognato Petronio, che dal comando della coorte martensiana, era stato improvvisamente elevato al rango di patrizio.[1][3] Petronio viene accusato da Ammiano Marcellino di diversi misfatti, come quello di impadronirsi dei beni di ogni persona senza distinzione, e di torturare tutti, colpevoli e innocenti, e riscuotere debiti non riscossi fin dai tempi addirittura dell'mperatore Aureliano.[1] Secondo Ammiano Marcellino, Petronio era più odiato persino di Cleandro, prefetto vissuto all'epoca di Commodo, nonché più tirannico di Plauziano, prefetto sotto Severo.[1] Quando Procopio fu informato dei misfatti compiuti da Valente sotto l'influsso di Petronio, pensò che fosse il momento di approfittare del malcontento per usurpare la porpora, promettendo un governo più equo di quello impopolare di Valente.[1]

E mentre Procopio stava progettando le sue mosse successive , un avvenimento favorì la sua impresa.[1] Trascorso l'inverno, Valente si recò in Siria; ma quando raggiunse i confini della Bitinia apprese dai resoconti dei generali che la nazione dei Goti si stava preparando ad invadere la Tracia.[1] Informato di ciò, Valente ordinò che fossero inviati in Tracia diversi reggimenti di fanteria e di cavalleria per contrastare queste incursioni.[1] Pertanto, ora che l'imperatore Valente si era allontanato da Costantinopoli, Procopio decise di agire: era intenzionato a ottenere il supporto delle legioni Divitenses e Tungricani, a cui era stato dato ordine di marciare in Tracia in vista della campagna contro i Goti, e che secondo l'usanza, si sarebbero fermate per due giorni a Costantinopoli durante il tragitto; e a tal fine, decise di impiegare alcune persone che avevano deciso di appoggiare la sua impresa, selezionandoli come emissari, e promettendo loro grandi ricompense.[1] Procopio si riparò quindi alle Terme di Anastasia dove sapeva che erano stazionate queste legioni; e avendo ricevuto assicurazioni dai suoi emissari che in un'assemblea tenutasi la notte precedente tutti gli uomini avevano dichiarato la loro adesione all'usurpazione, ricevette da loro una promessa di sicurezza, e fu accolto con grandi onori alla loro assemblea; tuttavia, pur essendo trattato con tutti gli onori dai soldati, si trovò di fatto trattenuto quasi come ostaggio; e fu da essi innalzato al trono e proclamato imperatore.[1][4] Procopio promise a coloro che lo avevano innalzato grandi ricompense, e quando avanzò per le strade, scortato da una moltitudine di uomini armati, il popolo non provò nei suoi riguardi né favore né avversione; ma accolsero con favore la novità, perché detestavano Petronio, che stava accumulando ricchezze con tutti i tipi di violenza, opprimendo tutti i ceti con la riscossione di debiti ormai dimenticati.[1] Giunto al tribunale, Procopio fece un breve discorso, ricevendo un applauso da coloro che aveva corrotto, e venendo acclamato dalle tumultuose grida della popolazione come Imperatore, poi si recò alla sede del senato, e infine, al palazzo imperiale.[1]

Reazioni di Valentiniano I[modifica | modifica wikitesto]

La notizia della rivolta di Procopio pervenne all'imperatore d'Occidente Valentiniano I il 1º novembre, lo stesso giorno in cui gli giunse la notizia dell'invasione della Gallia ad opera degli Alemanni, mentre si apprestava ad entrare a Parigi.[5] Valentiniano inviò immediatamente il generale Dagalaifo con un'armata a contrastare l'invasione degli Alemanni, ma quanto alle misure per fermare la rivolta di Procopio prima che acquistasse troppo potere, sembra che sia rimasto grandemente perplesso, ed era soprattutto ansioso delle sorti di suo fratello Valente, ora che Procopio voleva usurpare la porpora.[5] Fu Equizio, informato dal tribuno Antonio che comandava l'esercito nell'interno della Dacia, ad informare Valentiniano della reale situazione in Oriente.[5] Valentiniano promosse Equizio al comando di una divisione, e si risolse a ritirarsi in Illirico per prevenire che il nuovo ribelle invadesse dapprima la Tracia e poi la Pannonia.[5] Sembra che egli tenesse bene a mente il caso di Giuliano, il quale, rivoltatosi contro Costanzo II, era avanzato con repentina velocità.[5]

Ma i suoi consiglieri lo trattennero dal partire, implorandolo di non lasciare la Gallia esposta alle incursioni dei barbari che la stavano minacciando, e le loro richieste furono corroborate dall'arrivo di numerose ambascerie da alcune importanti città galliche, che richiedevano protezione contro i barbari.[5] Alla fine, Valentiniano decise di accontentare la maggioranza dei suoi consiglieri, affermando Procopio era nemico solo suo e di suo Valente, mentre gli Alemanni erano i nemici dell'intero Impero romano, e quindi la precedenza spettava a loro; Valentiniano, pertanto, si risolse ad avanzare verso la frontiera del Reno.[5] Giunto a Reims, Valentiniano, preoccupato per una possibile invasione dell'Africa, inviò Neoterio, che all'epoca era notarius ma che in seguito fu innalzato al rango di console, a difenderla; e con lui inviò, anche Masaucione, protector domesticus, che conosceva bene i luoghi in quanto figlio del precedente comes Africae Crezione, e Gaudenzio, un tribunus degli Scutarii.[5]

La rivolta si propaga[modifica | modifica wikitesto]

L'usurpatore ricevette il sostegno di molti cortigiani, o dei veterani dell'esercito, mentre altre personalità fuggirono segretamente dalla capitale, e si diressero a tutta velocità in direzione dell'accampamento dell'imperatore Valente.[6] A raggiungere per primo l'accampamento di Valente e ad informarlo dell'usurpazione di Procopio fu Sofronio, all'epoca segretario, in seguito prefetto di Costantinopoli: egli raggiunse l'Imperatore mentre si accingeva a partire da Cesarea in Cappadocia per soggiornare ad Antiochia; allarmato per l'usurpazione, Valente decise di ritornare in Galazia per fronteggiare la situazione prima che precipitasse a suo sfavore.[6] Mentre Valente stava tornando indietro, Procopio ricevette delle persone, alcune arrivate dall'Oriente altre dalla Gallia, che sostenevano che Valentiniano fosse deceduto, notizia rivelatasi infondata, e che tutto sarebbe stato facile per il nuovo e favorito Imperatore.[6] Procopio ovviamente rimosse gli ufficiali di cui non si fidava: Nebridio, che era stato ingaggiato recentemente da Petronio come prefetto del pretorio per succedere a Sallustio, e Cesario, il prefetto di Costantinopoli, furono destituiti, condannati al carcere e tenuti sotto custodia, per impedire che tramassero qualche insidia ai suoi danni; al loro posto, Procopio nominò Fromenio governatore della città, e Eufrasio magister officiorum; entrambi provenivano dalla Gallia, e godevano di buona reputazione.[6] Procopio nominò suoi generali Gomoario e Agilone.[6]

Nel frattempo, poiché si temeva che il comes Giulio, che era al comando delle truppe in Tracia, potesse impiegare le truppe a propria disposizione per reprimere l'usurpazione, se ne fosse venuto a conoscenza, fu adottata la seguente misura: fu convocato a Costantinopoli per mezzo di una lettera, che Nebridio, mentre si trovava ancora in prigione, fu costretto a scrivere, e in cui gli veniva comunicato che era stato ingaggiato da Valente per prendere alcuni seri provvedimenti in connessione ai movimenti dei barbari; e non appena arrivò fu catturato e tenuto in stretta sorveglianza.[6] Con questo artifizio Procopio ottenne il sostegno delle legioni della Tracia, che si provarono di grande assistenza ai suoi piani.[6] In seguito a questo successo, Procopio nominò Arazio prefetto del pretorio, mentre molti altri furono ammessi alle varie cariche del palazzo, e del governo delle province, mentre gli oppositori all'usurpatore furono condannati all'esilio o all'esecuzione.[6]

Dopo aver rafforzato la propria posizione interna, Procopio procedette a rinforzare il proprio esercito; ottenne il sostegno dei reggimenti della cavalleria e di fanteria di stanza nella Tracia, che giurarono fedeltà all'usurpatore.[6] Poiché Valentiniano e Valente si erano divisi da poco le legioni, Procopio ritenne opportuno inviare presso i soldati suoi emissari, per spingerli a passarli dalla parte dell'usurpatore; riuscì, corrompendoli con del denaro, ad ottenere il sostegno di buona parte di queste truppe, rafforzando la propria posizione.[7] Procopio scelse alcune persone, che inviò in Illirico, ben fornite di monete d'oro coniate con l'effige del nuovo Imperatore, in modo da ottenere il sostegno della moltitudine, ma essi furono arrestati e giustiziati da Equizio, il comandante dell'esercito di stanza in quella regione.[6] Costui, per impedire a Procopio di avanzare in direzione dell'Illirico, bloccò i tre ingressi per quella provincia; una che attraversava la Dacia, lungo il corso di diversi fiumi, l'altra, la più frequentata, lungo i Succi, e la terza, che attraversava la Macedonia, che è nota come Acontisma.[6] La conseguenza di queste misure fu che all'usurpatore fu impedito di insignorirsi dell'Illirico, che sarebbe stata una grande fonte di risorse e di soldati per l'esito della guerra.[6]

Nel frattempo Valente, essendo già sulla via del ritorno lungo la Gallo-Grecia, non appena seppe ciò che era accaduto a Costantinopoli, marciò con grande diffidenza e allarme; ordinò a due legioni, note come gli Ioviani e i Vittoriani, di avanzare in avanguardia per devastare l'accampamento nemico.[6] Mentre le due legioni si stavano avvicinando, Procopio, che era ritornato da Nicea, dove era rimasto per qualche tempo con la legione dei Divitenses e con un promiscuo corpo di disertori, che aveva raccolto in pochi giorni, si diresse verso Migdo sul Sangario.[6] E quando le legioni, essendo ora pronte per la battaglia, si assemblarono lì, e mentre entrambi gli schieramenti si stavano lanciando a vicenda armi a lunga gittata come nel desiderio di provocare un attacco, Procopio avanzò di persona nel mezzo, e dopo aver indicato un uomo di nome Vitaliano dello schieramento opposto e dopo averlo sorprendentemente abbracciato, esortò, mentre entrambe le armate erano attonite, i soldati del reggimento avverso a passare dalla propria parte, per il bene dello stato romano.[6] Al termine di questo discorso, le legioni che erano state inviate da Valente per vincere l'usurpatore, abbassarono le armi e passarono dalla parte di Procopio, acclamandolo imperatore, e scortandolo al suo accampamento.[6]

Procopio ottenne nel frattempo il sostegno non solo di numerose legioni romane, spinte a passare dalla sua parte per via della sua parentela con l'imperatore Giuliano e le numerose guerre combattute al suo seguito, ma anche di ausiliari barbari, circa diecimila guerrieri goti inviati dal loro re in appoggio all'usurpatore; Procopio ottenne inoltre il sostegno di numerose altre popolazioni barbare, non menzionate da Zosimo.[8]

Assedio di Cizico[modifica | modifica wikitesto]

Un'altra circostanza fortunosa favorì i ribelli: un tribuno di nome Rumitalca, che si era unito ai partigiani di Procopio, essendogli stata affidata la custodia del palazzo, elaborò un piano, e, dopo essersi mescolato con i soldati, attraversò il mare giungendo alla città nota in precedenza come Drepanum, ma che a quei tempi si chiamava Elenopoli, e da lì marciò in direzione di Nicea insignorendosi di essa.[9] Nel frattempo Valente inviò Vadomario, che in precedenza era stato duca e re degli Alamanni, con un corpo di truppe con molta esperienza nell'arte di assedio, per assediare Nicea, decidendo di dirigersi egli stesso a Nicomedia; e dopo essere passato per quella città, cominciò l'assedio di Calcedonia; ma i cittadini lo insultarono dalle mura, chiamandolo Sabaiario, o ubriacone: Sabai era una bevanda che era utilizzata solo dai cittadini poveri dell'Illirico.[9] Alla fine, demoralizzato dalla scarsità di provviste e dall'ostinata restistenza della guarnigione, Valente sembrava essersi deciso a levare l'assedio, quando la guarnigione di Nicea aprì improvvisamente le porte e si diresse in avanti, distruggendo gran parte delle macchine d'assedio degli assedianti, e sotto il comando del fedele Rumitalca si diressero nella speranza di sconfiggere Valente, che non aveva ancora lasciato i sobborghi di Calcedonia.[9] E sarebbero riusciti nel loro tentativo se l'Imperatore non avesse scoperto del loro arrivo imminente, riuscendo ad eludere il nemico, partendo a tutta velocità lungo una via tra il lago Sunon e il corso del fiume Gallo.[9] E fu così che, a causa di queste circostanze, la Bitinia cadde nelle mani dell'usurpatore Procopio.[9]

Quando Valente ritornò ad Ancyra, e apprese che Lupicino si stava avvicinando con truppe dalla consistenza non trascurabile dall'Oriente, recuperò le speranze di vittoria, e inviò Arinteo con nuove truppe a fronteggiare il nemico.[9] Quando Arinteo raggiunse Dadastana, dove era deceduto Gioviano, si imbatté in Iperechio, che in precedenza era stato solo un subalterno, ma che aveva ricevuto da Procopio il comando delle truppe ausiliarie; Arinteo urlò alle truppe nemiche ordinando loro di catturare e legare il loro stesso comandante; essi, sorprendentemente obbedirono, arrestando il loro stesso comandante.[9]

Nel frattempo Venusto, ufficiale del tesoro sotto Valente, e che era stato inviato a Nicomedia, per distribuire il soldo ai soldati in Oriente, quando fu informato del disastro, si rese conto che non fosse il tempo opportuno per eseguire la sua commissione, e si riparò frettolosamente a Cizico con il denaro che aveva con se.[9] Qui incontrò Sereniano, in precedenza conte delle guardie, che era stato inviato a proteggere il tesoro, e che aveva intrapreso la difesa della città, le cui mura erano molto resistenti, e celebrata per i molti monumenti antichi, anche se Procopio, ora che aveva preso possesso della Bitinia, aveva inviato un potente esercito per assediarla, in modo da insignorirsi dell'Ellesponto.[9][10] L'assedio procedette lentamente, a causa della strenua resistenza della popolazione e della guarnigione, che, con un espediente, tramite l'utilizzo di una catena di ferro, impedirono l'accesso al porto delle navi nemiche.[9] Un tribuno di nome Alisone mise insieme tre vascelli, e mise su di essi una sorta di testuggine e riuscì a rompere la catena di ferro, lasciando la città esposta all'assalto del nemico.[9] Insignoritosi di Cizico, Procopio entrò in città e perdonò tutti coloro che gli si erano opposti, ad eccezione di Sereniano, che fu inviato in catene a Nicea, per essere tenuto in rigoroso isolamento.[9]

Assunse immediatamente il giovane Ormisda, figlio del precedente Principe Ormisda, come proconsole, affidandogli il comando degli affari sia civili che militari; rischiò tuttavia di essere catturato dai soldati che Valente aveva inviato per i difficoltosi passi della Frigia, riuscendo tuttavia a salvarsi, imbarcandosi a bordo di un vascello, conducendo con se sua moglie, che era al suo seguito.[9] In seguito a questa vittoria, Procopio ordinò che la casa di Arbizione fosse ripulita, ed era piena di arredi di innumerevole valore; la ragione del suo atteggiamento ostile nei confronti di Arbizione era il rifiuto avvenuto più volte da parte di questi di fargli visita, con il pretesto della vecchiaia e della malattia.[9] Secondo Ammiano Marcellino, Procopio avrebbe potuto sottomettere le province dell'Oriente senza trovare resistenza e con il favore della popolazione locale, che mal sopportava il governo autoritario di Valente, e avrebbe gradito un cambio nel governo.[9] Tuttavia, Procopio esitò ad avanzare ulteriormente, nella speranza di ottenere il controllo delle città dell'Asia Minore, e nel raccogliere uomini abili nel procurarsi denaro, oltre a soldati che gli potessero essere utili nelle battaglie future, che presagiva sarebbero state numerose e dure.[9]

Battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Questi avvenimenti ebbero luogo nel corso dell'inverno 365/366, durante il consolato di Valentiniano e Valente.[11] All'inizio del 366 il consolato fu trasferito a Graziano, che all'epoca non era ancora Imperatore, e a Dagalaifo.[11] E, all'arrivo della primavera, Valente, avendo radunato un numeroso esercito ed essendosi unito con le truppe di Lupicino, che erano numerose, marciò a tutta velocità in direzione di Pessino, che un tempo era una città della Frigia, ma che all'epoca apparteneva alla Galazia.[11] Avendola rinforzata con un'adeguata guarnigione, procedette lungo i piedi del Monte Olimpo attraversando passi molto difficoltosi per giungere in Licia, con l'intenzione di attaccare Gomoario, che aveva invaso quella provincia.[11]

Valente inviò richiesta a Arbizione, che all'epoca si era ritirato dal servizio militare, a unirsi a lui.[11] Quando quell'ufficiale, che era di età superiore di tutti quelli intorno a lui, e di rango superiore, si mostrò ai soldati inclini a violare i loro giuramenti, e accusò Procopio di essere un predone pubblico, e indirizzò ai soldati che si erano uniti a lui di abbandonarlo al suo destino, e seguire al contrario lui, Arbizione, piuttosto che un usurpatore che era necessario abbandonare e che sarebbe presto caduto, i soldati passarono dalla sua parte insieme a Gomoario.[11]

L'esercito di Arbizione si scontrò nella battaglia di Thyatira con le truppe di Procopio, condotte dal persiano Ormisda: inizialmente la battaglia sembrò volgere a favore dei soldati di Procopio, quando Gomoario, che fingeva di combattere per Procopio ma in realtà intendeva tradirlo in favore dell'Imperatore legittimo, gridò il nome di Augusto e passò dalla parte di Valente, insieme a numerosi altri che lanciarono il medesimo grido; a causa del tradimento di parte del suo esercito, la Battaglia di Thyatira si rivelò un successo per le truppe di Arbizione.[12]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Disfatta di Procopio[modifica | modifica wikitesto]

Incoraggiato da ciò, Valente mosse rapidamente il suo accampamento in Frigia, e si scontrò nei pressi di Nacolia con le truppe nemiche; la battaglia ebbe esito incerto fino a quando Agilone, il comandante delle truppe di Procopio, tradì l'usurpatore con un'improvvisa diserzione dei suoi ranghi, e fu seguito da molti che decisero di passare dalla parte dell'Imperatore.[11]

Quando ebbe luogo questo avvenimento inaspettato, Procopio, abbandonando tutte le speranze di sicurezza, smontò da cavallo e cercò un nascondiglio ai piedi delle colline, seguito da Florenzio e dal tribuno Barcalba, che era noto fin dai tempi di Costantino per le gesta militari compiute in numerose guerre, e ora condotto al tradimento per necessità ma non per inclinazione.[11] Nel corso della notte, Procopio, trovando impossibile fuggire, e rimasto senza risorse, fu all'improvviso catturato e legato dai suoi compagni e nel corso del mattino successivo condotto all'Imperatore; fu immediatamente giustiziato.[11]

Valente, montando indignazione contro Florenzio e Barcalba, ordinò che fossero giustiziati, nonostante gli avessero consegnato Procopio.[11] Ammiano Marcellino condanna l'atto di Valente, perché se essi avessero tradito il loro principe legittimo, sarebbe stato giusto giustiziarli; ma poiché avevano tradito un ribelle e un nemico alla tranquillità dello stato, avrebbero dovuto ricevere un'ampia ricompensa per aver compiuto un'azione tanto memorabile.[11] Procopio fu così giustiziato all'età di quarant'anni e dieci mesi.[11]

Rivolta di Marcello[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo, Marcello, un ufficiale della guardia seguace di Procopio, posto al comando della guarnigione di Nicea, informato del tradimento dei soldati e dell'esecuzione di Procopio, attaccò Sereniano, che era tenuto prigioniero nel palazzo, e lo giustiziò; secondo Ammiano Marcellino, se Sereniano fosse sopravvissuto alla vittoria di Valente, a causa della sua grande influenza che esercitava su Valente, imperatore sempre incline alla crudeltà, avrebbe fatto sì che fossero eseguite molte crudeli esecuzioni.[13] Dopo aver ucciso Sereniano, Marcello, con una marcia rapida, si impadronì di Calcedonia con il sostegno di alcune persone, commettendo tuttavia due errori di valutazione: riteneva che i tremila goti che erano stati inviati in sostegno di Procopio potevano essere a piccolo costo persuasi ad appoggiarlo, e inoltre era ignaro di quanto successo nell'Illirico.[13] Mentre questi avvenimenti allarmanti stavano avendo luogo, infatti, Equizio, essendo stato informato dagli esploratori che la guerra si era spostata in Asia, ancora ignaro della sconfitta di Procopio e intenzionato ad intervenire in sostegno di Valente, passò tramite i Succi, e tentò di espugnare Filippopoli, l'antica Eumolpia, che era occupata da una guarnigione nemica.[13] Si trattava di una città in una posizione di importanza strategica fondamentale, che probabilmente si sarebbe rivelata un ostacolo alla sua marcia verso l'Asia se l'avesse lasciata indietro senza averla espugnata.[13] Ma quando, alcuni giorni dopo, apprese dell'usurpazione di Marcello, inviò contro lui un corpo di truppe attive e audaci, che riuscirono ad avere la meglio su di lui e lo rinchiusero in prigione, da cui fu prima condotto, poi torturato insieme ai suoi seguaci, e infine giustiziato.[13]

Quando l'Imperatore Valente trovò presso Marcello una veste imperiale, adiratosi, punì in modo crudele, spesso senza nemmeno un processo legale, non solo i coinvolti direttamente nell'usurpazione, ma anche coloro i quali non avevano denunciato tempestivamente tali trame, nonché tutti i parenti e amici dei congiurati, anche quelli che non avevano minimamente preso parte all'usurpazione.[12] Essendo terminata la guerra con l'uccisione di Procopio e Marcello, Valente, per disincentivare ulteriori usurpazioni, punì i sospettati di aver preso parte all'usurpazioni con esecuzioni e altre punizioni crudeli, talvolta più del necessario.[13] In particolare furono puniti i difensori di Filippopoli, rei di aver opposto una tenace resistenza all'assedio delle truppe legittimiste.[13] Altre persone, invece, tramite l'influenza di intercessori, ricevettero clemenza, e tra questi spiccava Arazio, prefetto sotto Procopio, che, per intercessione del genero Agilone, fu punito solo con l'esilio su un'isola, dalla quale sarebbe poi fuggito.[13] Nel frattempo Eufrasio e Fromenio furono inviati in Occidente per richiesta di Valentiniano: Fromenio fu deportato nel Chersoneso, venendo punito più severamente di Eufrasio, anche se la loro situazione era la stessa, in quanto era stato un favorito dell'Imperatore Giuliano.[13]

Guerra contro i Goti[modifica | modifica wikitesto]

Dopo che Procopio era stato definitivamente sconfitto in Frigia, e fu posta fine alla guerra civile, Vittore, il comandante della cavalleria, fu inviato presso i Goti per indagare perché una nazione amica dei Romani, e legata ad esso da trattati di equa pace, aveva fornito assistenza militare a un usurpatore che stava guerreggiando contro l'Imperatore legittimo.[14][15] I Goti, per giustificare la propria condotta, produssero le lettere ricevute dal già menzionato Procopio, nel quale l'usurpatore asseriva di aver assunto la sovranità come era suo diritto, a causa della stretta parentela alla famiglia di Costantino; ed essi asserivano che ciò giustificava il loro errore.[14] Quando Vittore riportò le giustificazioni dei Goti all'Imperatore Valente, quest'ultimo, ritenendole una giustificazione frivola, decise di intraprendere una spedizione punitiva contro i Goti.[14]

All'inizio della primavera del 367, dopo aver raccolto una grande armata e collocato il proprio accampamento nei pressi di una fortezza di nome Daphne, attraverso un ponte di barche, attraversò il Danubio senza incontrare nessuna resistenza: il nemico, infatti, timoroso di dover affrontare un esercito tanto potente, preferì ritirarsi sui monti dei Serri, pressoché inaccessibili a chi non conoscesse i luoghi, permettendo all'armata di Valente di saccheggiare i loro territori.[14] L'anno successivo, nel 368, le inondazioni del Danubio impedirono a Valente di riprendere la spedizione punitiva contro i Goti; l'Imperatore rimase nei pressi della città di Capri, dove si accampò fino all'autunno; dopo essersi reso conto che non era più possibile sperare di attraversare il Danubio per quell'anno a causa delle inondazioni del fiume, decise di ritirarsi a Marcianopoli per svernarvi.[14] All'inizio del 369 l'esercito di Valente invase di nuovo il territorio dei Goti, attraversando il Danubio su un ponte di barche a Nivors; con una rapida marcia attaccò i Greutungi e sconfisse Atanarico, re dei Goti, che osò resistergli anche senza forza adeguata, ma che poi fu costretto a salvarsi con la fuga.[14]

Ritornato a Marcianopoli per svernarvi, Valente ricevette numerose ambascerie dei Goti, i quali gli imploravano la pace per due ragioni: la prima era il timore dei Goti da parte dell'Imperatore, a causa delle sue continue invasioni del loro territorio; il secondo era ristabilire le relazioni commerciali con Roma, in quanto, a causa dell'interrompersi di questi scambi commerciali, essi cominciarono a soffrire la carenza di beni primari.[14] L'Imperatore, disponibile a negoziare, inviò presso di loro Vittore e Arinteo, a quell'epoca i comandanti della fanteria e della cavalleria; e quando gli inviarono lettere affermanti che i Goti erano disposti ad aderire alle condizioni di pace proposte, la pace fu firmata.[14]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Ammiano, XXVI,6.
  2. ^ Secondo Zosimo (IV,4), Giuliano permise a Procopio di indossare la porpora imperiale; quando Gioviano ascese al trono, Procopio, secondo almeno la versione di Zosimo, si sarebbe affrettato a restituire a Gioviano la veste imperiale, confessando per quali motivi l'avesse indossata, e pregandolo di permettergli di abbandonare l'esercito e di ritirarsi a vita privata, dedita all'agricoltura. In seguito a ciò, Procopio si sarebbe stabilito con la famiglia a Cesarea in Cappadocia, dove possedeva alcune proprietà di valore.
  3. ^ Secondo Zosimo (IV,5), quando Valentiniano e Valente divennero imperatori, poiché sospettavano che Procopio tramasse di usurpare il trono a loro danno, inviarono alcuni uomini ad arrestarlo; ma, dopo averli fatti ubriacare in un banchetto, Procopio riuscì a fuggire con la famiglia verso il Ponto Eussino, da dove si imbarcò per il Chersoneso Taurico. Ciffidando degli abitanti del luogo e temendo che lo tradissero consegnandolo alle autorità imperiali, fuggì recandosi di nascosto a Costantinopoli, dove fu ospitato da un famigliare, e progettò di usurpare il trono.
  4. ^ Secondo Zosimo (IV,6) Procopio fu assistito nella sua impresa da un eunuco di nome Eugenio, da poco espulso dalla reggia perché non gradito dai nuovi imperatori. Eugenio fornì a Procopio assistenza e denaro, riuscendo a sedurre con larghi doni la guarnigione della città, costituita da due corpi di truppe. Furono inoltre armati molti schiavi, che nel corso della notte, occuparono la città sottomettendola sotto il controllo di Procopio.
  5. ^ a b c d e f g h Ammiano, XXVI,5.
  6. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Ammiano, XXVI,7.
  7. ^ Zosimo, IV,6.
  8. ^ Zosimo, IV,7.
  9. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Ammiano, XXVI,8.
  10. ^ Secondo Zosimo (IV,6) Procopio inviò Marcello in Bitinia con un esercito per catturare e arrestare Sereniano e dei reggimenti di cavalleria fedeli a Valente. Questi fuggirono a Cizico che fu espugnata dalle truppe di Marcello.
  11. ^ a b c d e f g h i j k l Ammiano, XXVI,9.
  12. ^ a b Zosimo, IV,8.
  13. ^ a b c d e f g h i Ammiano, XXVI,10.
  14. ^ a b c d e f g h Ammiano, XXVII,5.
  15. ^ Secondo Eunapio (frammento 37) alcuni reggimenti di soldati goti inviati dal loro re in sostegno di Procopio, nel tentativo di tornare nei loro territori, furono intercettati dall'esercito romano, catturati, costretti a consegnare le armi, dispersi per le città, e tenuti in ostaggio. Secondo Eunapio il re dei Goti inviò un'ambasceria presso Valente pretendendo la restituzione di questi soldati, sostenendo di averli inviati all'Imperatore Procopio a causa della giurata alleanza; Valente al contrario asseriva che Procopio non fu mai Imperatore, semmai usurpatore, e che non era costretto da nessun patto a fornirgli soldati.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie

Fonti moderne

  • Filostorgio, Philip Amidon, Philostorgius: Church History, Society of Biblical Literature, 2007, ISBN 1-58983-215-9
  • Averil Cameron, Peter Garnsey, The Late Empire, A.D. 337-425, Cambridge University Press, 1998, ISBN 0-521-30200-5
  • Thomas S. Burns, Barbarians Within the Gates of Rome: A Study of Roman Military Policy and the Barbarians, Ca. 375-425 A.D., Indiana University Press, 1994, ISBN 0-253-31288-4