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Apologia di Socrate (Senofonte)

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Apologia di Socrate davanti alla giuria
Titolo originaleἈπολογία Σωκράτους πρὸς τοὺς Δικαστάς
Socrates Pio-Clementino Inv314.jpg
Busto di Socrate (Musei Vaticani)
AutoreSenofonte
1ª ed. originaleV-IV secolo a.C.
Generesaggio
Lingua originale greco antico

L'Apologia di Socrate (titolo completo: Apologia di Socrate davanti alla giuria, in greco antico: Ἀπολογία Σωκράτους πρὸς τοὺς Δικαστάς) è un'opera di Senofonte che descrive lo stato d'animo di Socrate al processo.

Le parti relative a Socrate raccolgono le testimonianze ed i ricordi di Senofonte dell'insegnamento del maestro. Esse si propongono, principalmente nell'apologia, la difesa del maestro contro i suoi detrattori.

Dal confronto con l'opera platonica si ritiene che Senofonte tramandi la parte più esoterica degli insegnamenti socratici.

Il processo[modifica | modifica wikitesto]

Il filosofo Socrate viene citato in giudizio da alcuni politici di Atene con l'accusa di corruzione dell'animo dei giovani mediante falsi insegnamenti e di non credere nell'esistenza degli Dei. Rispetto al carattere combattivo, persuasivo e contraddittorio del personaggio del dialogo di Platone, questo Socrate appare pronto ad accettare il verdetto dei giudici.

Senofonte infatti scrive:

« Già altri hanno scritto sull'argomento e tutti hanno notato la baldanza del suo parlare - prova, questa, che egli veramente si espresse in quel tono: ma che per sé ritenesse ormai preferibile la morte alla vita, non l'hanno rivelato, sicché la sua baldanza appare un po' sciocca. [...] "Per Zeus", disse Socrate, "sono già due volte che ho messo mano a trovare argomenti per la difesa e il segno divino mi si è opposto". E poiché quello aggiunse: "Strane davvero le tue parole!", Socrate riprese: "Trovi strano che il dio giudichi che è meglio per me morir subito? Non sai che fino a questo momento io non concederei a nessuno d'esser vissuto meglio di me? E ciò che mi dà maggiore soddisfazione è di sapere che ho vissuto tutta una vita santa e giusta, [...] Ora, se la vita si prolunga, io so che necessariamente dovrò pagare il mio tributo alla vecchiaia - veder male, ascoltar peggio, essere più tardo nell'imparare e più facile a dimenticare quel che ho appreso. E se, accortomi di tale indebolimento, dovessi biasimare me stesso, come potrei vivere ancora contento? Forse, continuò, è proprio dio che nella sua bontà mi concede di por fine ai miei giorni non solo al momento giusto, ma anche nel modo più facile: se infatti mi si condanna adesso, potrò, senza dubbio, morire nella maniera che è giudicata la più facile da quelli che di ciò hanno cura, senza dar fastidio alcuno agli amici, ma recando il rimpianto più vasto che morto possa recare. »

Differenze tra questo e il dialogo platonico[modifica | modifica wikitesto]

Il primo disguido che si trova tra i due scritti è il responso dell'Oracolo di Delfi: nel dialogo di Senofonte la frase è "Non esiste nessuno più libero, più sano e più elaborato nello sviluppo della parola che Socrate", mentre nel dialogo platonico la risposta era: "Non vi è uomo più saggio."
Infatti nel primo dialogo Socrate si difende in quanto saggio di essere assai intelligente per l'apprensione continua delle parole e dei significati dal momento della nascita.
Seconda grande differenza che separa i due dialoghi è l'essenza del "demone": nell'Apologia di Senofonte Socrate è quasi contento di trovarsi in contatto con questo dato che gli fornisce soltanto indicazioni positive sull'essenza della sua forma umana; mentre nella seconda Apologia, Socrate è quasi atterrito dai consigli del semidio.
Terza ed ultima differenza è il pagamento delle mine: mentre nel testo platonico è Socrate a decidere il prezzo di 30 mine da pagare per la pena, nell'altro dialogo il filosofo dà libertà agli amici di scegliere il prezzo della penale.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • La citazione di Senofonte è tratta da: Socrate. Tutte le testimonianze, Laterza, 1986.