Riproduzione vegetativa

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Si definisce erroneamente riproduzione vegetativa o piuttosto moltiplicazione vegetativa e, in termine ancor propriamente corretto Propagazione o Propagazione clonale, una forma di propagazione asessuata presente naturalmente in organismi vegetali caratterizzati da grandi capacità rigenerative. Il termine corretto è utilizzato principalmente per indicare la capacità di molte piante di dare origine ad un clone dello stesso individuo a partire dalla trasformazione e sviluppo di una sua struttura o organo preesistente, in modo spontaneo (attraverso stoloni, rizomi, tuberi ecc.).

Per quanto concerne il giardinaggio e l'agricoltura tali mezzi sono anche estesi a mezzi artificiali, come la talea, la margotta, la propaggine, l'innesto.

In natura, varie forme di moltiplicazione vegetativa si hanno con numerosissimi vegetali o animali semplici, come via di estensione "supplementare" a quella sessuale, per l'affermazione del proprio fenotipo, (corpo vivente) quindi di una copia esatta del proprio corpo.

In molti vegetali tale condizione supplementare è divenuta, o sta divenendo, non più la supplementare, ma progressivamente la forma principale o addirittura l'unica di diffusione della propria individualità. Così in diversi casi per l'avvento di mutazioni, poliploidia o altre aberrazioni, naturali o artificialmente indotte, che hanno compromesso (o fortemente limitato) il sistema riproduttivo sessuale, e quindi la capacità di produrre semi, le piante sono limitate a propagarsi unicamente in questo modo (es. ananas, banano, varie varietà di frutta e agrumi senza semi, canna da zucchero, talune varietà di rose...)[1].

La moltiplicazione vegetativa permette alle piante di propagarsi velocemente su vasti territori grazie al bassissimo livello di mortalità dei nuovi "germogli" (che possono contare, temporaneamente o talora permanentemente, sui supporti nutritivi forniti dalla pianta madre) ed alla maggiore efficienza mostrata rispetto alle più complesse e dispendiose forme di riproduzione sessuale; talvolta può svolgere un ruolo suppletivo essenziale nella estensione di popolazioni vegetali risiedenti in ambienti climaticamente difficili, rispetto alla pura riproduzione sessuata che può essere delicata e vulnerabile (es. nelle Briofite e nelle Felci), o realizzabile solo in particolari condizioni, anche se il sistema sessuale conserva pur sempre il vantaggio enorme della possibilità evolutiva.[2].

Una condizione merceologica importantissima in agricoltura è la propagazione clonale con l'innesto dove, evitando l'incognita della riproduzione sessuale (per seme), spesso perfettamente possibile, si preferisce la perfetta conservazione delle caratteristiche attese della pianta madre, proprio per motivi commerciali, nello specifico per conservare le caratteristiche consolidate "di varietà", mediante l'impianto artificiale di cloni.

La propagazione vegetativa, nonostante ciò, presenta, soprattutto quando non affiancata sui lunghi periodi da una corretta riproduzione sessuale, gravissimi svantaggi a livello evolutivo ed adattativo: come è facile comprendere, le nuove piante non sono nuovi individui veri e propri, ma sono invece dei veri e propri "cloni", (cioè copie) perfettamente identiche alla pianta madre. La costituzione di una popolazione in cloni annulla la variabilità genetica della popolazione stessa, e ne rende impossibili i processi di adattamento alle condizioni ambientali e ad ogni forma di selezione naturale, con una drammatica sensibilità appunto alle variazioni ambientali, a patogeni e parassiti, (semplicemente la condizione che può danneggiare o distruggere una pianta le danneggia e le distrugge tutte).

Pianta di "gramigna" con numerosi stoloni, molti dei quali hanno prodotto radici e germogli

Colonie clonali[modifica | modifica wikitesto]

Si definisce colonia clonale l'insieme dei cloni di una pianta nati da moltiplicazione vegetativa di un solo individuo. Data la scarsa capacità di dispersione caratterizzante questo processo, molto spesso i membri della colonia formano dei veri e propri gruppi molto estesi che possono essere fisicamente separati (e quindi accomunati solo dal loro DNA e dall'origine comune) o, spesso, interconnessi attraverso un massiccio apparato radicale comune. Esempi notevoli di colonie clonali sono gli anelli di cespugli di creosoto del deserto americano con un'età stimata di 12.000 anni, un esemplare di Lomatia tasmanica (per l'esattezza, l'ultimo sopravvissuto in natura) di oltre 40.000 anni di età ed un bosco di pioppo tremolo in Utah.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Curtis, Helena & N. Sue Barnes. 1994. "Le scienze biologiche: un percorso evolutivo vol.2", pagina 651 .
  2. ^ Curtis, Helena & N. Sue Barnes. 1994. "Le scienze biologiche: un percorso evolutivo vol.2", pagine 396-398 .

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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