Olympia (Manet)

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Olympia
Olympia
Autore Édouard Manet
Data 1863
Tecnica olio su tela
Dimensioni 130 cm × 190 cm 
Ubicazione Musée d'Orsay, Parigi

Olympia è un dipinto ad olio su tela (130x190 cm) di Édouard Manet, realizzato nel 1863 ed attualmente conservato nel Musée d'Orsay di Parigi. L'opera viene citata fra i capolavori dell'artista ed è considerata, assieme al precedente Colazione sull'erba, uno dei dipinti che segnarono la nascita della pittura moderna.[1]

Il dipinto[modifica | modifica wikitesto]

Olympia raffigura un'omonima prostituta[2] coricata in una posa classica su un letto sfatto, mentre una serva di colore le porge un mazzo di fiori, donatole forse da un corteggiatore che attende dietro una tenda che fa da sfondo all'opera. La protagonista, interpretata dalla modella Victorine Meurent (presente anche in Colazione sull'erba e La cantante di strada), oltre che magra e quindi contro la moda del tempo che preferiva una donna "in carne" ritenuta più attraente,[3][4] sembra fissare l'osservatore con il suo sguardo di sfida.[1] La sua pelle chiara fa netto contrasto con quella della donna di colore: secondo il pittore, infatti, quest'ultima serviva a creare uno spazio più "normale", in quanto la presenza di una donna bianca avrebbe conferito allo spazio una tonalità troppo "pulita, ideale", e quindi chiara.[senza fonte]

Il dipinto in questione si può inscrivere in un triangolo simile a quello creato dalle pieghe del lenzuolo del letto sulla parte bassa a sinistra, in cui Olympia è l'asse che separa specularmente queste figure, mentre il gatto nero presente alla destra dell'immagine, seppur quasi invisibile ad un colpo d'occhio superficiale, ha la funzione di dare equilibrio alla composizione.[senza fonte] I colori sono stati adoperati in modo inusuale per un dipinto del periodo: i chiaroscuri sono sacrificati, così come le gradazioni di colore, e l'approfondimento dei particolari.[5]

Opere citate[modifica | modifica wikitesto]

L'opera che influì maggiormente su Olympia fu certamente la Venere di Urbino di Tiziano, che Manet aveva copiato nel 1857 durante un soggiorno a Firenze. Nell'opera il pittore citò la posa e l'ambientazione della dea tizianesca, arrivando a riproporre pressoché identici il materasso, le lenzuola piegate e la tenda di sfondo.[1][4] Fra gli altri possibili riferimenti vi sono La Maja desnuda (1803 circa) di Goya, le odalische di Ingres,[3] la cultura figurativa rinascimentale,[4] e i nudi di profumo orientalista.

La posa volutamente sprezzante, con la mano sinistra premuta sul ventre, ricorda alcune immagini pornografiche del tempo che, con lo sviluppo della fotografia, cominciavano a circolare clandestinamente nei salotti mondani.[1] La serva di colore e del gatto nero alla destra del dipinto sono un probabile riferimento all'opera I fiori del male di Baudelaire, poeta che Manet ebbe modo di incontrare in più di un'occasione.

Le critiche[modifica | modifica wikitesto]

Una volta esposta al Salon di Parigi nel 1865,[1] l'opera ricevette ancor più critiche negative rispetto alla Colazione sull'erba e fu oggetto di scandalo.[5][6] La rappresentazione di una prostituta sul "posto di lavoro", aspetto sottolineato dal fiore fra i capelli e dal nastrino di raso nero al collo,[7] il modo in cui sembra osservare lo spettatore con fare provocatorio, e la mano sinistra che copre il pube, forse un ironico riferimento al pudore e alla tradizionale virtù femminile, sono tutti aspetti che vennero criticati pesantemente di "immoralità". Ad essi si aggiunse il giudizio dei critici che reputarono pessima la scelta di non definire i colori in modo tradizionale (Théophile Gautier sostenne che le ombre somigliavano a "lucido da scarpe") mentre l'impianto disegnativo venne giudicato "inconsistente".

Poiché nudi e prostitute non costituivano una novità nel mondo dell'arte, Michel Foucault ha ipotizzato che lo scandalo dell'Olympia non risiedesse tanto nel soggetto quanto nelle modalità della rappresentazione stessa: "La Venere di Tiziano, nota Foucault, si offre allo sguardo in virtù di una “sorgente luminosa discreta, laterale e dorata che la sorprende quasi suo malgrado” e nel mostrarla le stende addosso un pudico chiaroscuro, mentre l’Olympia è investita da una luce assai violenta che proviene “dallo spazio davanti alla tela, cioè là dove noi siamo”. È dunque “il nostro sguardo che, aprendosi sulla nudità dell’Olympia, l’illumina”, rendendoci responsabili della sua nudità", e a questa parte attiva nell’oscenità corrisponde un’energica possibilità di reazione"[8] (alcuni borghesi volevano sfondare l'opera con l'ombrello).

In seguito alle critiche ricevute, il quadro venne relegato in un angolo della sala senza che ciò attenuasse i giudizi negativi rivolti all'opera, mentre Manet si difese sostenendo di aver attualizzato la Venere di Urbino di Tiziano. Émile Zola, il famoso scrittore naturalista francese, a sua difesa scrisse un pamphlet intitolato Manet sulla rivista La Revue du XXème siècle. Per ringraziarlo, il pittore dipinse nel 1868 il suo ritratto, che però non piacque allo scrittore: infatti Zola apprezzava la sua arte in quanto rivoluzionaria, ma aveva altri gusti. Tuttavia, a causa delle critiche, l'opera fu relegata ed esposta al Salon des Refusés.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Cesare de Seta, Storia universale dell'arte - il secolo della borghesia, UTET, 1999, pp. 163-164.
  2. ^ Olympia era, infatti, un nome molto diffuso tra le prostitute[senza fonte]
  3. ^ a b Maria Teresa Benedetti, Manet, Skira, 2005, p. 52.
  4. ^ a b c Stefano Zuffi, Arte e erotismo, Electa, 2001, pp. 124-129.
  5. ^ a b autori vari, L'arte (Ger - Mas), UTET, 2002, p. 610.
  6. ^ Manet scrisse a Baudelaire: «Gli insulti mi piovono addosso come grandine, non mi ero ancora trovato in una festa simile», cfr. Storia universale dell'arte - Il secolo della borghesia, Cesare de Seta, UTET, 1999, pp. 163-164.
  7. ^ Il fiore fra i capelli e il nastrino di raso erano indumenti generalmente indossati delle prostitute del tempo.
  8. ^ Alessandro Paolo Lombardo, Oscenità (attive e passive) dall’Olympia alle videochat, Artribune, 6 maggio 2014

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesca Castellani, Manet e le origini dell'impressionismo, Milano, Il Sole 24 ORE, 2007, pp. 141-145.

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