Ikkyū Sōjun

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Ikkyū Sōjun
«  Ti prego, ti prego, non preoccuparti
quante volte devo dirtelo:
non hai altra scelta
se non quella di essere chi tu sei e dove tu sei. »
(Ikkyū)

Ikkyū Sōjun 一休宗純 (Ikkyū Sōjun?) (13941481) è stato un monaco, abate e poeta giapponese.

Indice

[modifica] La vita e le opere

Maestro buddhista zen, è comunemente ritenuto figlio illegittimo dell'imperatore Gokomatsu (1377-1433, regno: 1392-1412) e di una dama di corte di basso rango. Abbandonato dalla madre nel tempio buddhista zen di istituzione Gozan, l'Ankoku-ji di Kyoto, Ikkyū trascorse l'infanzia tra questo tempio e il Tenryū-ji, sempre a Kyoto e anch'esso di istituzione Gozan. Nel 1410, Ikkyū lasciò il Tenryū-ji per trasferirsi in un eremo sotto la guida di Ken'ō Sōi (?-1414). Da notare che questo maestro zen, Ken'ō Sōi, era privo di un formale certificato di illuminazione (印可, inka) e proveniva dai monasteri Daitoku-ji-Myōshin-ji che da tempo erano usciti dall'orbita del Gozan, quest'ultima una istituzione sostenuta dagli stessi shogun. Tale scelta dimostra quanto Ikkyū fosse, fin dall'adolescenza, insofferente nei confronti degli aspetti formali delle istituzioni zen, mirando piuttosto ai contenuti della tradizione di questa scuola buddhista. La prevalenza per Ikkyū del contenuto rispetto alla formalità degli insegnamenti venne confermata dal fatto che, dopo la morte di Ken'ō Sōi nel 1414, egli si trasferì al Daitoku-ji di Kyōto, sotto la guida del ventiduesimo abate di questo monastero, Kasō Sōdon (1352-1428), con cui studiò presso un piccolo eremo a Katada sulle rive del Lago Biwa e dove, nel 1420 all'età di ventisei anni, raggiunse il satori, l' "illuminazione", al grido di una cornacchia mentre meditava su una barca. Ma anche Ikkyū, come Ken'ō Sōi, rifiutò il certificato di illuminazione offertogli dal suo maestro. Poco tempo dopo questo avvenimento, Ikkyū lasciò Katada, probabilmente per dei contrasti intercorsi con lo stesso Kasō Sōdon, dirigendosi verso Sakai dove presto conquistò fama di grande eccentrico frequentando postriboli e taverne. Ikkyū avrà modo di sostenere più volte che questi luoghi erano di gran lunghi più adatti

uno dei padiglioni del monastero Daitoku-ji (大徳寺) di Kyoto che ebbe Ikkyū come abate a partire dal 1474 fino alla sua morte nel 1481.

all' "illuminazione" buddhista rispetto ai corrotti monasteri di Kyoto. In questo periodo, iniziò la sua lunga vita di monaco itinerante, assumendo il nome di Kyōun (狂雲, Nuvola folle) cui fece riferimento nel titolo della sua raccolta poetica più importante: Kyōunshū (狂雲集, Raccolta della Nuvola folle)). Presto anche il Daitoku-ji divenne bersaglio dei suoi strali, nonostante fosse stato, per un breve periodo nel 1440, abate di un padiglione minore di questo monastero, il Nyoi-an. La nomina ad abate di Yōsō Sōi (1376-1458), già discepolo di Kasō Sōdon, acuì infatti gli attacchi di Ikkyū al monastero di Kyoto essendo stato, l'appena nominato abate, suo rivale ai tempi di Katada. Sempre a partire dal 1440, Ikkyū si dedicò con passione alle emergenti nuove arti giapponesi: la calligrafia, dove le sue opere vennero successivamente molto apprezzate; la poesia, dove studiò con il poeta Sōchō (1448-1532); il teatro Nō, dove strinse rapporti con l'autore Komparu Zenchiku (1405-1468); la Cerimonia del tè, dove collaborò con il monaco Murata Shuko (1427-1502) ai primi canoni di questa disciplina; la pittura, dove frequentò i pittori Bokkei Saiyo (date sconosciute) e Motsurin Shōtō (anche Bokusai, ?-1492). Nel 1447 abbandonò definitivamente il Daitoku-ji, ritirandosi in un eremo nei pressi di Kyōto che denominò "Capanna dell'asino cieco" e dove rimase fino al 1467, allorché la zona iniziò ad essere funestata dagli scontri che portarono al conflitto Ōnin, la guerra civile che devastò il paese per ben dieci anni. Dopo altre peregrinazioni ritornò, per ordine imperiale, al Daitoku-ji nel 1474, quando il monastero non era che un mucchio di rovine causate dalle guerre civili. Le conoscenze maturate durante la sua vita errabonda, gli consentirono tuttavia di raccogliere donazioni per la ricostruzione del monastero Daitoku-ji che venne rifondato e che lo ebbe come abate fin dal 1474. I suoi ultimi anni di vita li trascorse in disparte, nei pressi di un piccolo tempio, insieme ad una cantante cieca di nome Mori.

L'opera poetica maggiore di Ikkyū è il Kyōunshū (Antologia di nuvole pazze) che comprende circa mille poesie di stile cinese, tutte con metro di quattro versi con sette caratteri per verso. Una seconda opera poetica è il Jikaishū (Raccomdandazioni a se stesso). Oltre a queste opere poetiche è autore di alcune prose di carattere eminentemente buddhista: Bukkigun (La guerra dei buddha e dei demoni), Maka hannya haramita singyō kai (Spiegazione del Sutra del cuore della perfezione di saggezza), Amida hadaka (Amida nudo), Gaikotsu (Scheletri). Lo stile della sua poesia non prevedeva l'uso di caratteri fonetici hiragana non presenti nell'alfabeto cinese. Assai dibattuta è la forte contraddizione tra la fede professata nelle sue poesie e le immagini sensuali, spesso assai crude, che appaiono con una certa frequenza nei suoi versi. La sua poesia è un susseguirsi di elevati concetti religiosi e di forti passioni carnali, queste ultime tutt'altro che fantasiose quali quelle suscitate dall'amante cieca Mori.


«  Non passa notte che Ikkyu non canti a squarciagola
per sé stesso
per il cielo e le nuvole
perché lei si è offerta in libertà
le sue mani, la sua bocca, il suo seno
le sue lunghe cosce bagnate dal sudore. »
(Ikkyū)

Morì in tarda età, a ottantasette anni, stroncato da un attacco di malaria.

[modifica] Bibliografia

  • Sonya Arntzen. Ikkyu and the Crazy Cloud Anthology: A Zen Poet of Medieval Japan. Tokyo, University of Tokyo Press, 1987.
  • Ikkyu. Crow with No Mouth - Fifteenth Century Zen Master (trad. Stephen Berg). USA, Copper Canyon Press, 2000.
  • Ikkyu. Wild Ways: Zen Poems of Ikkyu (trad. John Stevens). Usa, Shambala, 1995.
  • James Sanford. Zen-Man Ikkyu. USA, Scholar’s Press, 1981.


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