Giuseppe Sardi (1624-1699)
Giuseppe Sardi (Venezia, 24 aprile 1624 – Venezia, 21 settembre 1699) è stato un architetto italiano di origine svizzera, esponente del movimento barocco veneziano.
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[modifica] Biografia
Di antica famiglia patrizia di Morcote, figlio dello scultore ed architetto Antonio Sardi, fratello di Caterina (nata nel 1616), Giacomo David (1618) e di Francesco (1621), nasce nella casa d'abitazione acquistata dal padre in Calle dei Cortellotti, ricevendo la sua prima formazione nella bottega di "tajapiera", collocata vicino al canale per facilitare il trasporto delle pietre, dimostrando subito una notevole attitudine nella lavorazione della pietra.
A soli diciannove anni il 20 gennaio 1643 si sposa con Maria Bertoni, figlia di un affermato vetraio di Murano: testimoni sono Francesco Lorenzetti, "tajapiera", e il giovane amico di Morcote Antonio Visetti, "murer". Il 3 marzo 1644 fa battezzare il figlio Anton Giacomo: padrino il ricco mercante di tessuti Alessandro Tasca che diventerà patrizio veneziano.
Agli inizi degli anni '50 è attivo in terraferma in diversi lavori: disegna altari, ne dirige la costruzione, compie perizie tecniche, organizza i lavori di bottega. Ma è a Venezia a partire dal 1657 che esprime le sue migliori facoltà nei monumenti sepolcrali ai patrizi Mocenigo e Cavazza. A trentatré anni, già padrone di bottega, viene nominato gastaldo della corporazione degli scalpellini veneziani, rimanendo in carica fino al 1661. Nel 1654 compera la carica non vacante di proto della Procuratia di San Marco de Supra, cui compete anche la tutela della Basilica di San Marco, carica a quel tempo occupata da Baldassarre Longhena (e fino al 1682), architetto e amico di suo padre Antonio.
Prima del 1663, anno in cui lavora al completamento della facciata di San Salvador, dirige i lavori ai palazzi Surian, sul rio di Cannaregio, e Savorgnan, dal 1664 al 1666 si occupa della sistemazione dell'Ospedaletto, erigendo nell'interno la famosa scala ovata, e tra gli anni 1665 e 1673 erige la facciata della Chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti, progettata dal padre Antonio. Non lontano dall'Ospedaletto, nell'antico convento di San Giovanni in Laterano realizza una seconda scala ovata, di dimensioni più ridotte.
La Repubblica di Venezia nel 1676 lo invita a partecipare al concorso per la costruzione della Dogana da Mar, alla Punta della Salute, ma l'impresa che gli conferisce universale notorietà è quella del raddrizzamento del campanile della Chiesa di Santa Maria dei Carmini nel 1678. Il successo è conseguito con un nuovo metodo di sua invenzione, definito prodigioso per l'ingegnoso sistema di contrappesi e fasciature adottato e per l'utilizzo di cunei di legno, successivamente fatti corrodere con un acido speciale.
La facciata coeva della Chiesa di Santa Maria di Nazareth o degli Scalzi è un'altra sua articolata opera degna di ammirazione, recante nel primo ordine quattro statue di Bernardo Falconi, ma la sua notorietà è legata alla facciata della Chiesa di Santa Maria del Giglio, iniziata nello stesso anno, mirabile capolavoro di stile barocco, svalutato nell'Ottocento e oggi rivalutato. Nell'Archivio di Stato di Venezia ne è conservato il disegno autografo, che, assieme a quello per un altare interno, costituisce l'unica sua testimonianza grafica pervenuta. Nel 1681 la Serenissima lo interpella in qualità di esperto per la sistemazione dello spazio antistante la Basilica di Santa Maria della Salute. Dal 1680 si limita alla progettazione di importanti altari a Venezia e in Dalmazia e nel 1683, alla morte del Longhena, gli subentra come proto della Procuratia di San Marco de Supra.
A partire dal 1690 diventa confratello capitolare della Scuola Grande dei Carmini, e nel 1693, lasciati tutti gli oneri, si trasferisce nelle sue vicinanze, comprando un palazzo nella parrocchia di San Barnaba e nel 1698 compra il diritto di sepoltura nel pavimento della chiesa dei Carmini, progettando la tomba di famiglia. Circa un anno dopo, il 21 settembre 1699 muore nel suo palazzo e viene sepolto nella tomba da lui progettata; anche il figlio Anton Giacomo, morto il 15 gennaio 1720 nella casa paterna, gli riposa accanto.
[modifica] Bibliografia
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