Epigoni

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Polinice corrompe Erifile offrendole la collana di Armonia per la partenza di Anfiarao, in un oinochoe risalente al 450-440 a.C.

Gli Epigoni, figure della mitologia greca, sono i figli dei sette capi che combatterono contro Tebe (vedi I sette contro Tebe).

Il nome "epigoni", dal greco ἐπίγονος ("nato dopo"), significa "coloro che vennero dopo" e cioè la seconda generazione. Il termine epigono conserva, in italiano, il significato di "continuatore"/"imitatore"[1]. Del mito degli epigoni esiste anche la tragedia I Discendenti di Sofocle.

Mito[modifica | modifica wikitesto]

Dieci anni dopo la vicenda dei loro padri, per vendicarne la morte, gli Epigoni ripresero la guerra contro Tebe, guidati da Alcmeone o da Adrasto. Cominciarono col saccheggiare i villaggi attorno alla città, provocando l'intervento dei tebani che, guidati dal re Laodamante, furono sconfitti. Nella battaglia morì Egialeo ucciso da Laodamante che a sua volta fu ucciso da Alcmeone.

I nomi più probabili degli Epigoni (diversi a seconda dell'autore) sono: Alcmeone (figlio di Anfiarao), Egialeo (figlio di Adrasto), Diomede (figlio di Tideo), Promaco (figlio di Partenopeo), Stenelo (figlio di Capaneo), Tersandro (figlio di Polinice), Eurialo (figlio di Mechisteo).

Epigoni dei diadochi[modifica | modifica wikitesto]

Sono detti epigoni (greco: Επίγονοι, Epigonoi, "discendenti"), nella storia ellenistica, i figli e i discendenti dei diadochi (i generali macedoni che alla morte di Alessandro Magno, nel 323 a.C., si contesero il controllo del suo impero).[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ epigono Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia italiana
  2. ^ I nomi "Diadochi" ed "Epigoni", in questo contesto, furono usati per la prima volta da Johann Gustav Droysen nell'opera Geschichte Alexanders des Grossen (1833).

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