So di non sapere

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"So di non sapere" è un detto attribuito a Socrate, pervenutoci attraverso il racconto di Platone, filosofo greco. È anche chiamato il paradosso socratico, fondamento del suo pensiero, perché basato su un'ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere.

Busto di Socrate.

Il racconto[modifica | modifica wikitesto]

Le fonti storiche che ci sono pervenute descrivono Socrate come un personaggio animato da una grande sete di verità e di sapere, che però sembravano continuamente sfuggirgli. Egli diceva di essersi convinto così di non sapere, ma proprio per questo di essere più sapiente degli altri.[1]

Nell'Apologia di Socrate ci viene descritto come egli abbia preso coscienza di ciò a partire da un singolare episodio. Un suo amico, Cherefonte,[2] aveva chiesto alla Pizia, la sacerdotessa dell'oracolo di Apollo a Delfi, chi fosse l'uomo più sapiente di Atene, e questa aveva risposto che era Socrate.[3] Egli sapeva di non essere sapiente, e quindi cercò di trovare qualcuno più saggio di lui tra politici, poeti e artigiani. Sembrava che i politici rivendicassero saggezza senza conoscenza; i poeti potevano toccare le persone con le loro parole, ma non ne conoscevano il significato; e gli artigiani potevano rivendicare la conoscenza solo in campi specifici e ristretti.

Poiché l'Oracolo non può mentire, il suo responso andava quindi inteso nel senso che la vera sapienza consiste nella consapevolezza della propria ignoranza.[4] Alla fine del confronto, prosegue Socrate, coloro che credevano di essere sapienti, messi di fronte alle proprie contraddizioni e inadeguatezze, provarono stupore e smarrimento, apparendo per quello che erano: dei presuntuosi ignoranti che non sapevano di essere tali. «Allora capii», dice Socrate, «che veramente io ero il più sapiente perché ero l'unico che non sa né pensa di sapere».[5]

«E così hanno preso a odiarmi, lui e anche tutti quelli che erano presenti. Però, andandomene, ho pensato: "Sicuramente sono più sapiente io di quest'uomo; anche se forse nessuno dei due sa proprio un bel nulla, ma la differenza fra noi è che lui crede di essere sapiente anche se non sa proprio un bel niente, io, almeno, so di non sapere".[6]»

Platone dunque riferisce che Socrate si ritiene più saggio di qualsiasi altra persona proprio perché non s'illude di sapere ciò che non sa:[7]

... ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι αὐτῷ τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι.

[...] è dunque probabile che io sia più saggio di lui almeno proprio in questo piccolo particolare, che le cose che non so neppure credo di saperle. [traduzione letterale][8]

Menone[modifica | modifica wikitesto]

Socrate si occupa di questa frase anche nel dialogo di Platone Menone quando dice:[9]

καὶ νῦν περὶ ἀρετῆς ὃ ἔστιν ἐγὼ μὲν οὐκ οἶδα, σὺ μέντοι ἴσως πρότερον μὲν ᾔδησθα πρὶν ἐμοῦ ἅψασθαι, νῦν μέντοι ὅμοιος εἶ οὐκ εἰδότι. Così ora non so cosa sia la virtù; forse lo sapevi prima di contattarmi, ma ora sei certamente come uno che non sa. (traduzione G. M. A. Grube)

Qui, Socrate mira al cambiamento di opinione di Menone, che credeva fermamente nella propria opinione e la cui pretesa di conoscenza Socrate aveva smentito.

È essenzialmente la domanda che dà inizio alla filosofia occidentale. Socrate inizia tutta la saggezza con lo stupore, quindi bisogna cominciare con l'ammettere la propria ignoranza. Dopotutto, il metodo di insegnamento dialettico di Socrate si basava sul fatto che lui come insegnante non sapeva nulla, quindi avrebbe ricavato la conoscenza dai suoi studenti attraverso il dialogo.

C'è anche un passaggio di Diogene Laerzio nella sua opera Vite e opinioni di eminenti filosofi dove elenca, tra le cose che Socrate soleva dire:[10] " εἰδέναι μὲν μηδὲν πλὴν αὐτὸ τοῦτο εἰδέναι ", ovvero "che non sapeva nulla tranne che sapeva proprio quel fatto (cioè che non sapeva nulla)".

Di nuovo, più vicino alla citazione, c'è un passaggio nell'Apologia di Platone, dove Socrate dice che dopo aver discusso con qualcuno iniziò a pensare che:[7]

τούτου μὲν τοῦ ἀνθρώπου ἐγὼ σοφώτερός εἰμι· κινδυνεύει μὲν γὰρ ἡμῶν οὐδέτερος οὐδὲν καλὸν κἀγαθὸν εἰδέναι, ἀλλ᾽ οὗτος μὲν οἴεταί τι εἰδέναι οὐκ εἰδώς, ἐγὼ δέ, ὥσπερ οὖν οὐκ οἶδα, οὐδὲ οἴομαι· ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι αὐτῷ τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι.

(ed andandomene dunque consideravo tra me che io sono più saggio) di questa persona; infatti è probabile che nessuno di noi due sappia nulla di bello e di buono, ma costui crede di sapere qualcosa pur non sapendo, io invece, come appunto non so, neppure credo (di sapere); è probabile dunque che io sia più saggio di lui almeno proprio in questo piccolo particolare, che le cose che non so neppure credo di saperle.

È anche una curiosità che ci sia più di un passaggio nelle narrazioni in cui Socrate afferma di avere conoscenza su qualche argomento, ad esempio sull'amore:[11]

Come potrei votare "No", quando l'unica cosa che dico di capire è l'arte dell'amore (τὰ ἐρωτικά)[12]

Non so praticamente nulla, tranne un certo piccolo argomento: l'amore (τῶν ἐρωτικῶν), anche se su questo argomento sono considerato fantastico (δεινός), meglio di chiunque altro, passato o presente[13]

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

La frase, originaria dal latino ("ipse se nihil scire id unum sciat "),[14] è una possibile parafrasi da un testo greco (vedi sotto). È anche citato come "scio me nihil scire" o "scio me nescire ". In seguito è stato tradotto in greco Katharevousa come "[ἓν οἶδα ὅτι] οὐδὲν οἶδα", [hèn oîda hóti] oudèn oîda).[15]

Utilizzo alternativo[modifica | modifica wikitesto]

Il detto parafrasato, sebbene ampiamente attribuito a Socrate, maestro di Platone sia nei tempi antichi che in quelli moderni, in realtà non si trova precisamente in questa forma nelle opere di Platone: "so di non sapere nulla".[16] Due eminenti studiosi di Platone hanno recentemente sostenuto che l'affermazione non dovrebbe essere attribuita al Socrate di Platone.[17]

Socrate in realtà non afferma propriamente di non sapere nulla perché in Apologia 29b-c afferma due volte di sapere qualcosa. Vedi anche Apologia 29d, dove Socrate indica che è così sicuro della sua pretesa di conoscenza in 29b-c che è disposto a morire per questo.

Il "paradosso socratico" può anche riferirsi ad affermazioni di Socrate che sembrano contrarie al senso comune, come ad esempio che "nessuno desidera il male"[18] (vedi paradossi socratici).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Apologia di Socrate, 20-55.
  2. ^ O forse lo stesso Socrate secondo Senofonte.
  3. ^ H. Bowden, Classical Athens and the Delphic Oracle: Divination and Democracy, Cambridge University Press, 2005, p. 82.
  4. ^ Plato e Morris Kaplan, The Socratic Dialogues, Kaplan Publishing, 2009, p. 9, ISBN 978-1-4277-9953-1.
  5. ^ Platone, Apologia 21d.
  6. ^ Platone, Apologia di Socrate, trad. it. di Claudio Carini, 2020.
  7. ^ a b Plato, Apology 21d.
  8. ^ Una traduzione più comunemente usata dice: "Anche se non credo che nessuno di noi sappia nulla di veramente bello e buono, io sto meglio di lui - perché lui non sa nulla e pensa di sapere. Non so né credo di sapere" [dalla traduzione di Benjamin Jowett].
  9. ^ Plato, Meno 80d1–3.
  10. ^ Diogenes Laërtius II.32.
  11. ^ Cimakasky, Joseph J.. All of a Sudden: The Role of Ἐξαίφνης in Plato's Dialogues. Doctor of Philosophy Dissertation. Duquesne University. 2014.
  12. ^ Plato. Symposium, 177d-e.
  13. ^ Plato. Theages, 128b.
  14. ^ "He himself thinks he knows one thing, that he knows nothing"; Cicero, Academica, Book I, section 16.
  15. ^ www.translatum.gr, https://www.translatum.gr/forum/index.php?topic=918.0.
  16. ^ Gail Fine, "Does Socrates Claim to Know that He Knows Nothing?", Oxford Studies in Ancient Philosophy vol. 35 (2008), pp. 49–88.
  17. ^ Fine argues that "it is better not to attribute it to him" ("Does Socrates Claim to Know He Knows Nothing?", Oxford Studies in Ancient Philosophy vol. 35 (2008), p. 51). C. C. W. Taylor has argued that the "paradoxical formulation is a clear misreading of Plato" (Socrates, Oxford University Press 1998, p. 46).
  18. ^ Terence Irwin, The Development of Ethics, vol. 1, Oxford University Press 2007, p. 14; Gerasimos Santas, "The Socratic Paradoxes", Philosophical Review 73 (1964), pp. 147–64.

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