Ignoranza

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L'ignoranza (dal latino ignorantia, a sua volta derivato dal privativo in e dal verbo greco gnorizein (conoscere) quindi letteralmente "mancanza di conoscenza") è la condizione che qualifica l'ignorante, colui che ha trascurato la conoscenza di determinate cose che si potrebbero o dovrebbero sapere[1].

Nell'ambito di un sapere "obbligatorio" rientra la conoscenza della legge che non è consentito ignorare. La locuzione latina ignorantia legis non excusat esprime sinteticamente la massima giuridica riguardo alla presunzione di conoscenza della legge. Il suo significato è: «La legge non scusa gli ignoranti»: si presume infatti che la legge sia sempre disponibile alla conoscenza della generalità dei cittadini. Il criterio, salvo eccezioni, viene giudicato ineludibile dalla giurisprudenza .[2]

Il termine ignoranza viene talora associato a quello di "maleducazione", intesa come rozzezza di modi o ignoranza di quelle "buone maniere" che, di solito, sono attribuite a coloro che hanno voluto o potuto effettuare un percorso educativo.[3]

La libertà armata dello scettro della ragione fulmina l'ignoranza e il fanatismo

L'ignoranza nella storia della filosofia occidentale[modifica | modifica wikitesto]

Socrate[modifica | modifica wikitesto]

Paradossale fondamento del pensiero socratico è il "sapere di non sapere", un'ignoranza intesa come consapevolezza del fatto che non esiste una verità definitiva e immutabile come quella che crede di possedere il saccente, ovvero il sofista che si ritiene e si presenta come sapiente, perlomeno di una sapienza tecnica come quella della retorica. Quella di Socrate è una docta ignorantia[4], un'ignoranza fonte di sapienza, che lo spinge, tramite il dialogo, a ricercare una verità che però continuamente gli sfugge tanto da convincersi, alla fine, di non sapere e proprio per questa consapevolezza di essere egli più sapiente degli altri[5]

Platone[modifica | modifica wikitesto]

Il tema dell'ignoranza acquista rilievo per Platone nel contrasto che nasce nel momento in cui la nostra ragione, pur concependo chiaramente ciò che è vero e giusto, non vede che il piacere e il bene coincidono e sceglie per ignoranza il male. Può accadere cioè quello che viene espresso dalla locuzione latina Video meliora proboque, deteriora sequor ("Vedo il meglio e l'approvo, ma seguo il peggio")[6] che indica la contraddizione dell'essere umano, il quale, pur conoscendo ciò che è giusto, non riesce a seguirlo per la debolezza della sua volontà di fronte alla forza attrattiva del male.

Questa è la concezione chiamata "intellettualismo etico" che sostiene che, dal punto di vista morale, unica causa possibile del male sia l'ignoranza del bene: «So invece che commettere ingiustizia e disobbedire a chi è migliore di noi, dio o uomo, è cosa brutta e cattiva. Perciò davanti ai mali che so essere mali non temerò e non fuggirò mai quelli che non so se siano anche beni.»[7]; una volta conosciuto il bene, non è possibile astenersi dall'agire moralmente realizzando il bene, che è "piacevole" in quanto genera la eudemonia, la serenità dell'animo. Il male, dunque, lo si agisce perché, per ignoranza, lo si scambia con il bene, che, tuttavia, non può essere stabilito a priori una volta per tutte, ma deve essere oggetto di una ininterrotta ricerca, da effettuare confrontandosi con gli altri tramite il dialogo.

La gravità di questo errato comportamento per Platone si traduce nel rapporto tra i cittadini "ignoranti" e lo Stato: «Questo disaccordo di piacere e dolore con il giudizio della ragione io dico che è l'estrema ignoranza e la più grande, perché è nella parte più grande dell'anima; infatti soffrire e godere sono per essa ciò che il popolo e la folla sono per lo Stato. Quando dunque l'anima contraddice alle conoscenze, alle opinioni, alla ragione, a ciò che per natura è a capo, questa situazione io la chiamo stolta ignoranza, e nello Stato quando la plebe non obbedisce ai governanti e alle leggi, è lo stesso come per un uomo per il quale i bei ragionamenti che sono nella sua anima non fanno nulla di più che esserci e avviene tutto il contrario di quello che essi dicono, ed io affermo che è proprio tutta questa ignoranza la più grave, nello Stato e in ciascuno dei cittadini, e non quella degli umili artigiani; spero che mi intendiate. Questo dunque resti stabilito così come è stato detto e accettato: che ai cittadini ignoranti di questa ignoranza non si debba attribuire nessun potere, si debba biasimarli come ignoranti anche se siano bravi ragionatori e ben esercitati in ogni cavillo e in tutti i mezzi che per loro natura danno agilità alla mente: e che gli altri cittadini che sono l'opposto di questi, si debba chiamarli *sapienti*, anche se non sappiano, come è il proverbio né leggere né scrivere né nuotare; a loro si deve dare il potere perché sono intelligenti. Come potrebbe esserci, amici, senza quell'armonia anche la più tenue ombra di intelligenza? Non è possibile.»[8]

Seneca[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

«Beatus nemo dici potest extra veritatem proiectus»

(IT)

«Nessuno lontano dalla verità può dirsi felice.»

(Seneca)

Per Lucio Anneo Seneca l'ignoranza, intesa come la non consapevolezza della propria condizione umana, è fonte di dolori. «Poni nello stesso piano coloro che l'indole ottusa e l'ignoranza di sé hanno ridotto al livello di bestie e di esseri inanimati: non c'è differenza fra queste persone e quegli, perché quegli esseri non hanno ragione, queste ce l'hanno depravata e volta al proprio male e alla propria rovina e nessuno può dirsi felice se sta fuori dalla verità»[9] «Così come è stoltezza e ignoranza della propria condizione il lamentarsi per qualcosa che ci manca, o ci colpisce, o meravigliarsi e sdegnarsi per i mali che capitano ai buoni come ai cattivi, vale a dire le malattie, i lutti, le infermità e tutte le altre disgrazie della vita umana. Sopportiamo dunque con animo generoso tutto ciò che per legge dell'universo ci tocca di patire. Siamo stati vincolati da questo giuramento: sopportare le cose mortali e non lasciarci turbare da ciò che non possiamo evitare.»[10]

Spinoza[modifica | modifica wikitesto]

Baruch Spinoza liquida come pregiudizi sia la credenza nella libera volontà, sia l'oggettività dei concetti di bene e male. Semmai possiamo dire, che l'unico vero bene è la conoscenza, e che l'unico (illusorio) male è l'ignoranza: «L'origine del male è nell'illusione, nell'ignoranza fondamentale [...] La liberazione dal male è nella conoscenza, che separa il punto di vista dell'assoluto e dell'eterno (in cui non vi è male, ma solo perfezione) da quello del relativo e dell'apparente (in cui il male è reale).»[11] L'essere umano distingue tra bene e male perché non ha una conoscenza univoca della realtà, altrimenti conoscerebbe solo il bene e per lui il male non esisterebbe. L'episodio di Adamo ed Eva vuol significare, per Spinoza, che il peccato originale dell'essere umano consiste proprio nell'ignoranza, che gli impedisce di avere una comprensione adeguata della realtà.[12] «Comprendendo la realtà noi la trasformiamo; penetrando con l'intelligenza il male, noi lo dissolviamo.»[13] Noi dobbiamo vivere nel mondo non cercando un fine e pensando di poterlo trovare liberamente ma convincendoci che l'uomo è compartecipe della natura divina e quindi può vivere tranquillo e sereno «sopportando l'uno e l'altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall'eterno decreto di Dio con la medesima necessità con cui dall'essenza del triangolo segue che i suoi tre angoli sono uguali a due retti...Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c'è una libera volontà (tutto avviene perché così è stato deciso)»[14]

Qui auget scientiam auget et dolorem[modifica | modifica wikitesto]

Non ha senso quindi per Spinoza l'antico detto dell'Ecclesiaste: Qui auget scientiam, auget et dolorem'[15] (Chi accresce la propria sapienza, aumenta anche le proprie sofferenze) ma vale il contrario Chi aumenta il proprio sapere accresce anche la gioia di vivere. Vincere l'ignoranza con la conoscenza non significa soltanto rendersi conto di far parte di una necessità cosmica per cui tanto vale accettare il proprio destino ma anche «incrementare la propria forza, dilatare il proprio io senza cancellarne la singolarità, nel "nos" delle comunità umane o nella compagine dell'universo»[16] Del tutto opposta la convinzione di Arthur Schopenhauer: ...rispetto alla conoscenza in genere, e non già al semplice sapere astratto, io intendo e adopro qui quel detto del Kohelet[17]: Qui auget scientiam, auget et dolorem.... per confermare che «Nella stessa misura dunque, onde la conoscenza perviene alla chiarezza, e la conscienza si eleva, cresce anche il tormento, che raggiunge perciò il suo massimo grado nell'uomo; e anche qui tanto più, quanto più l'uomo distintamente conosce ed è più intelligente. Quegli in cui vive il genio, soffre più di tutti.»[18]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dizionario della lingua italiana- Treccani, alla parola corrispondente.
  2. ^ Alessandro Ludovici, Errore di diritto: ignoranza inevitabile della legge penale
  3. ^ Dizionario della lingua italiana - Treccani alla parola corrispondente.
  4. ^ La locuzione è rintracciabile forse per la prima volta in Sant'Agostino, poi in San Bonaventura, e infine in Niccolò Cusano autore dell'opera De docta ignorantia, dove dimostra l'impossibilità dell'uomo finito di conoscere l'infinitezza di Dio.
  5. ^ Platone, Apologia, 20-55.
  6. ^ Ovidio, Libro VII, in Metamorfosi, vv. 20-21.
  7. ^ Platone, Apologia di Socrate, in Giuseppe Cambiano (a cura di), Dialoghi filosofici di Platone, Torino, U.T.E.T., 1970, pp. 66-68.
  8. ^ Platone, Leggi 689, a b
  9. ^ Lucio Anneo Seneca, La vita felice, Giunti Editore, 2000, p.19
  10. ^ L.A. Seneca, op.cit., p.44
  11. ^ Amedeo Vigorelli, Spinoza mistico della ragione, in: Piero Martinetti, La religione di Spinoza, quattro saggi, a cura di Amedeo Vigorelli, p. 29.
  12. ^ Etica IV, proposizione 68
  13. ^ Piero Martinetti, La dottrina della libertà in Spinoza, in: Piero Martinetti, La religione di Spinoza, quattro saggi, op. cit., p. 29.
  14. ^ B. Spinoza, Ethica,II, prop.XLIX
  15. ^ Ecl., 1, 18
  16. ^ Remo Bodei, Geometria delle passioni: paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico, Feltrinelli Editore, 1991 p.323
  17. ^ Sta per Qoelet o Ecclesiaste
  18. ^ A.Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, § 56, E-text, 2018

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Stefanio Velotti, Storia filosofica dell'ignoranza, Roma-Bari, Laterza, 2003.

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