Rambaldo Melandri

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Rambaldo Melandri
Amicimiei-cast.jpg
Il Melandri, al centro, mentre gli amici cercano di convincerlo ad abbandonare la compagna Donatella.
Universo Amici miei
Autore Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli, Pietro Germi
1ª app. in Amici miei
Ultima app. in Amici miei - Atto IIIº
Interpretato da Gastone Moschin
Sesso Maschio
Luogo di nascita Firenze
Data di nascita 1918
Professione Architetto

Rambaldo Melandri è un personaggio della serie di film Amici miei, interpretato da Gastone Moschin.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La data di nascita[modifica | modifica wikitesto]

Rambaldo Melandri nasce a Firenze nel 1918, a differenza degli amici Perozzi, Mascetti e Necchi. Della famiglia d'origine sappiamo poco: rimasto completamente solo a metà degli anni Sessanta, l'unica informazione certa è che il padre sarebbe stato un ateo convinto e che non lo avrebbe battezzato aspettando che il figlio avesse "l'età della ragione", perché potesse scegliere da solo.

Il Mascetti lo canzonerà ("l'età della ragione a 48 anni! Suonati!") e da questo si deduce che il Melandri, nonostante sia interpretato dal più giovane attore fra i cinque, sia in realtà il più vecchio degli amici, escluso forse il Sassaroli: ciò si deduce dal fatto che il Perozzi parla dei quattro amici (quelli "da sempre"), come compagni di scuola e di caserma: dunque, se il Perozzi è nato nel 1922, sarebbe ragionevole presumere che anche il Melandri sia del 1922 ma nel 1966, l'anno dello straripamento dell'Arno, secondo quanto dice il Mascetti, il Melandri avrebbe appunto 48 anni.

Tutto ciò, dovuto probabilmente ad una incongruenza nel secondo film, può comunque giustificarsi se si pensa che il Melandri è laureato in architettura e dunque potrebbe aver rimandato il servizio militare, dove avrebbe conosciuto gli altri amici (il Perozzi, il Necchi e il Mascetti), che invece si sarebbero frequentati fin dai tempi della scuola.

Dalle prime zingarate[modifica | modifica wikitesto]

Cronologicamente, onde giustificare, nel secondo capitolo, la presenza del Sassaroli già fin dal 1966, sarebbe giusto dire che la prima zingarata di cui sappiamo sia quella che si conclude nella clinica del professore, futuro quinto membro del gruppo. Inguaribile romantico, il Melandri è lo "zingaro" che sembrerebbe avere maggiore rispetto per la donna e l'unico tra gli amici che non cede ad avventure extraconiugali, principalmente per il fatto che non è sposato, ma soprattutto perché non pensa all'amore per il gusto del sesso, bensì come a una condizione più angelica. Sfortunatamente per lui si innamora sempre della persona sbagliata, che quindi non riesce mai a sposare onde vivere una vita felice.

Tra le altre cose, per il vero amore, e per costruire un nucleo familiare, il Melandri è l'unico che sembrerebbe volersi assumere piene responsabilità abbandonando le goliardate degli amici, rimasti incredibilmente infantili. Il primo amore, che vede prima come un'allucinazione della Madonna, e poi paragona a Laura e Beatrice quando si accorge che esiste davvero, è Donatella, moglie del Sassaroli che in un primo momento seduce adulterinamente, e successivamente, dopo aver parlato francamente al professore, la accoglie a casa sua, come compagna fissa, assieme alle due figlie, avute da Donatella col Sassaroli. Donatella si rivela però una psicopatica e gli amici, con l'aiuto del Sassaroli, alle prese con la sua prima zingarata, lo convinceranno ad abbandonarla.

Nel 1966-1967 vive un'avventura romantica con la pia Noemi, sorella di un sacerdote che, "baciapile", tenta di conquistare "baciando le pile anche lui": è in questa occasione che il Melandri si battezza; il suo padrino, che quasi lo affogherà nella fonte battesimale assieme a tutti gli amici, è il Perozzi. Noemi lo costringe alle più misere e umilianti attività religiose e non gli si vuole concedere. Tuttavia, sedotta dal Melandri attraverso la recitazione di alcuni passi della Bibbia, pur gridando affinché qualcuno la strappi dalle sue braccia, gli si avvinghierà al collo e da lei si strapperà proprio il Melandri, turbato dal temporale e dallo straripamento dell'Arno.

La devozione di Noemi si rivela quasi una nevrosi bigotta e il Melandri, tuffandosi nelle acque dalla finestra per raggiungere la sua casa e salvare i suoi amati libri e mobili antichi, abbandonerà anche lei. Infine, mandato in pensione nel 1985, finirà per ricoverarsi nella clinica dove è ospitato il conte Mascetti e finirà per innamorarsi di Amalia Picci-Bonetti ("due cognomi e gli occhi azzurri come la fata di Pinocchio"), che si rivelerà invece una grande sgualdrina, la "più gran puttana di tutta la storia millenaria del meretricio": ad aprirgli gli occhi sarà il Mascetti.

L'insulto che il Melandri le rivolgerà provocherà le ire del generale Mastrostefano, che lo sfiderà ad un duello con la spada che, per accordi fra padrini - gli amici, dediti a una beffa ai suoi stessi danni - si dovrà svolgere all'ultimo sangue. Infine, caduto in una vasca d'acqua, il Melandri sarà graziato dal generale e la sua vita continuerà nella clinica, fra le zingarate della vecchiaia con gli amici.

Analisi del personaggio[modifica | modifica wikitesto]

È noto che con Amici miei la stagione della commedia all'italiana entra in una fase assai più matura e complessa, una fase che sembra quasi totalmente identificarsi con le opere di Monicelli. La naturalistica fotografia dell'Italia degli anni della ripresa economica, nella sua più completa immersione nella vita sociale rifiorita e rinverdita dopo la seconda guerra mondiale, comincia a scricchiolare, e cominciano a riaffiorare, dopo le prime distrazioni, le problematiche tipiche delle società che, apparentemente stabili, celano in realtà forti pressioni sociali.

In Italia è già iniziata la fase storica della strategia della tensione (vigono gli anni di piombo), ma questa, che appare come scariche di energia accumulate nella storia post-bellica del Novecento, non lambisce tanto quest'opera cinematografica: ad interessare Monicelli sono gli animi dell'uomo intrappolato dietro la sua maschera, secondo motivi che, non a caso, erano già stati fatti propri dalla cultura italiana di inizio Novecento. I personaggi di Amici miei sono proprio questo: protagonisti impazziti in fuga dalle ragnatele della vita sociale.

Ogni zingarata è una valvola di sfogo, ma sempre in agguato sta la vita, pronta a riafferrare coloro che, ingenuamente, tentano di poterle scappare; il Mascetti con la sua povertà, il Sassaroli con un'attività di continue urgenze, il Perozzi con la sua latente malattia, il Necchi con la situazione familiare; e prontamente la vita rapisce ciascun protagonista e lo mette di fronte a se stessa. In questo contesto il personaggio del Melandri appare il meno disincantato di tutti gli amici. Egli è colui che ha un lavoro tranquillo, perfettamente borghese, pseudointellettuale, che tenta di ricercare la massima perfezione possibile, cerca di indirizzare lui la vita, e non di farsi da lei trascinare, massimizzando il più possibile il suo utile.

Il Melandri, nonostante formalmente non abbia nulla di borghese, sogna l'amore di creature angeliche, una situazione sociale media, sogna di sprofondare nel quotidiano e nella normalità di realizzarsi. Eppure, Monicelli forse ci vuole dire come tutti gli sforzi che tale personaggio compie per realizzare se stesso in una forma così omologata, siano destinati a fallire, e, soprattutto nel primo capitolo della saga, di come sia preferibile il disincanto del Perozzi. Chi è il più imbecille, lui che la vita la prende come un gioco, o l'uomo medio, il borghese-tipo, incarnato dal figlio Luciano, che la prende come una condanna ai lavori forzati? Il Perozzi si rende conto di non essere in grado nella sua mediocrità di uomo, o forse nella sua perfezione di uomo, di affrontare gli affanni di una vita imprigionata in una tela sociale che tutti noi contribuiamo a costruirci attorno.

Il Melandri, tuttavia, è proprio quello che da tale vita, che cerca invano di raggiungere, è più lontano: inconsciamente se ne rende conto, e la tentazione cui lo sottopongono gli amici nella scena dell'abbandono di Donatella è forse una delle punte più alte della tragicità del film, completamente mascherata come comica, tanto che sembra che nessuna delle vene malinconiche, che invece altrove percorrono come a fior di pelle la pellicola, vi si possa rintracciare. Invece, a mo' di fiume carsico, il dolceamaro diviene il simbolo di quelle inquadrature, un'epifania pirandelliana ben mascherata; la vera vita è la pazzia, se non altro la via di fuga, e il Melandri dà giustamente ascolto alle voci degli amici, che in fondo non sono altro che la voce della sua stessa coscienza, che gli sussurra di fuggire, in tutti i sensi, per non soccombere.

Nel secondo capitolo della saga tutto questo è presente anche se in misura molto minore, mentre nel terzo, divertentissimo pezzo di cinema, strascico degli anni della commedia del boom economico, il personaggio, così come ciascuno zingaro, è come epurato da tutto ciò e rimane da solo con la sua comicità. Ciò non deve far pensare ad un calo di tono o di qualità dell'ultima pellicola girata da Nanni Loy, anche se indubbiamente l'aria che si respira non è più quella monicelliana. Anche se gli intenti potevano non essere questi quando Amici miei - Atto IIIº fu girato, sembra che il Melandri, come tutti quanti ormai, abbia capito, salvo poi ricadere venialmente nell'errore della "trappola" della vita, che la fuga è tutto ciò di cui necessita e la erge non più a parentesi della vita, ma a vita stessa. Forse la vita vera, quella che ogni uomo del Novecento, specie quello post-bellico, cerca.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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