Principio d'inerenza

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Il principio d'inerenza costituisce un fondamentale requisito nella determinazione del reddito d'impresa (ma più ampiamente di qualsiasi reddito che sia tassato al netto dei costi, ovvero anche di lavoro autonomo o diverso) ed anche per la detrazione dell'Iva.

In prima approssimazione può dirsi che l'inerenza intende stabilire un collegamento tra il costo e l'attività d'impresa produttiva del reddito che viene tassato. Sulla base di questa definizione, non sono certamente inerenti e pertanto non rilevano nella determinazione del reddito, le spese di carattere personale dell'imprenditore.

Il concetto di inerenza, pur basilare, non trova una puntuale definizione normativa all'interno del DPR 917/1986: buona parte degli studiosi lo ritiene un principio non strettamente di carattere fiscale, ma che deriva dalle norme generali che regolano la formazione del bilancio d'esercizio. In sostanza sarebbero i principi civilistici ad escludere l'indicazione nel bilancio di elementi negativi estranei all'attività imprenditoriale. Tale principio assumerebbe poi rilevanza anche fiscale, in forza del richiamo dell'art. 83 DPR 917/1986, al risultato del bilancio quale punto di partenza per il calcolo del reddito imponibile.

Secondo altri studiosi invece il principio di inerenza sarebbe in realtà normativamente disciplinato dall'art. 109 c. 5 DPR 917/1986 laddove si prevede che "Le spese e gli altri componenti negativi diversi dagli interessi passivi, tranne gli oneri fiscali, contributivi e di utilità sociale, sono deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito o che non vi concorrono in quanto esclusi". Si tratta in realtà di una conclusione discutibile, atteso che più propriamente l'art. 109 c. 5 non contiene una disciplina generale del concetto di inerenza, ma fissa i criteri per il calcolo del cosiddetto pro-rata di deducibilità dei costi. In altre parole, quando un'impresa genera sia ricavi imponibili e ricavi esenti, si pone il problema (risolto con il predetto comma) di individuare quali spese sono riferibili ai ricavi imponibili e quindi deducibili.

La giurisprudenza si è ripetutamente occupata del principio di inerenza dei costi:

  • un orientamento più recente, richiede per la deduzione un legame tra il costo sostenuto e l'attività d'impresa in generale (con esclusione quindi delle spese di carattere extra aziendale);
  • un orientamento più risalente, probabilmente in forza di una rigorosa lettura dell'art. 109 c. 5 DPR 917/1986, si spingeva a richiedere uno stretto collegamento tra il costo e la produzione del ricavo, cosicché erano da considerarsi non inerenti tutti quei costi che non producevano ricavi (quali ad esempio spese per migliorare l'immagine dell'impresa che infatti sono oggetto di specifiche disposizioni normative).

Anche la più recente giurisprudenza, in taluni casi, si è spinta a ritenere non inerenti, almeno in parte, costi sostenuti dall'imprenditore che per il loro ammontare apparivano assolutamente eccessivi o sproporzionati rispetto alla logica economica, così da indurre il sospetto di violazioni fiscali (cosiddetta inerenza quantitativa). Tale impostazione non incontra completo consenso nella dottrina.

Un principio sostanzialmente analogo si rinviene nell'Iva: l'art. 19 DPR 633/1972 prevede espressamente che il soggetto passivo ha diritto di detrarre (dall'imposta da versare allo Stato) "l'imposta assolta o dovuta (...) o a lui addebitata a titolo di rivalsa in relazione ai beni ed ai servizi importati o acquistati nell'esercizio dell'impresa, arte o professione." In tal modo per il soggetto passivo si realizza la cosiddetta neutralità dell'imposta, poiché riesce a recuperare totalmente (salvo altre limitazioni) l'imposta che ha pagato nell'ambito dell'attività economica. Rimane invece a suo carico, alla stregua di un consumatore finale, l'imposta pagata su operazioni estranee all'attività.