Legge Boato

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Legge Boato
Titolo estesoDisposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato.
Statoin vigore
Tipo leggelegge ordinaria
LegislaturaXIV
ProponenteMarco Boato
Date fondamentali
Promulgazione20 giugno 2003
A firma diCarlo Azeglio Ciampi
Testo
Rimando al testoLegge 20 giugno 2003, n. 140

La legge 20 giugno 2003, n. 140 ("Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato") è una legge della Repubblica Italiana.

La legge – nota anche come legge Boato dal nome del relatore del disegno di legge nella Commissione referente della Camera dei deputati Marco Boato – registrò l'inserimento, durante la successiva lettura al Senato, dell'articolo 1, non previsto nel testo licenziato dalla Camera: esso conteneva il lodo Schifani e fu inserito da parte della maggioranza di centro-destra. Su di esso lo stesso Boato votò contro, nella lettura finale alla Camera.

Quando la Corte costituzionale caducò l'articolo 1, con sentenza 24/2004, la legge riassunse quindi la versione che legittimava la piena paternità del suo iniziale relatore. Ad essa soltanto, quindi, si riferisce il presente lemma.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Salvo l'articolo 1, di cui s'è detto, il resto della legge opera in materia di immunità parlamentari e registrò ampia condivisione parlamentare: del resto, era originariamente tratto da una parte (quella sulla Giustizia) del lavoro condotto da Boato nella precedente legislatura, come correlatore per la Bicamerale D'Alema (1997).

In tale versione essa ha poi superato il vaglio della Corte costituzionale, ad eccezione dell'articolo 6; quest'ultima norma affronta il tema delle intercettazioni[1] e, a seguito della sentenza n. 390 del 2007[2] impone l'autorizzazione del Parlamento per le intercettazioni dei parlamentari solo se devono essere usate a loro carico, e non più nei confronti dei terzi.

La disciplina delle intercettazioni «casuali» esula – come puntualizzato dalla Corte costituzionale nella sentenza citata – dall'ambito della garanzia prevista dall'art. 68 Cost., comma terzo, in quanto, "per il carattere imprevisto dell'interlocuzione del parlamentare, sarebbe impossibile chiedere l'autorizzazione preventiva L. n. 140 del 2003, ex art. 4: esso trova, invece, applicazione tutte le volte in cui il parlamentare sia individuato in anticipo quale destinatario dell'attività di captazione, ancorché questa abbia luogo monitorando utenze di soggetti diversi. Rientrano invece nella garanzia costituzionale dell'autorizzazione preventiva le intercettazioni dirette (alle quali il parlamentare venga sottoposto non solo quale indagato, ma anche quale persona offesa o informata sui fatti, su utenze o in luoghi appartenenti al soggetto politico o nella sua disponibilità) e quelle cosiddette indirette, intese come captazioni delle conversazioni del membro del Parlamento effettuate ponendo sotto controllo i suoi interlocutori abituali, in un contesto tale da far ritenere che le intercettazioni siano indirettamente volte a captare le conversazioni del parlamentare"[3].

Applicazione[modifica | modifica wikitesto]

Un serio problema di diritto intertemporale si è posto nei primi quattro anni di vigenza dell'articolo 6 della legge Boato, evidenziato poi in seguito con questa parole nell'Assemblea del Senato: "Voglio ricordare a tutti che non credo ci sia stata nel 2005 mancanza di rispetto della norma da parte dei magistrati. Noi ora stiamo leggendo le vicende del 2005 con gli occhiali del 2010-2011, anche alla luce delle sentenze della Corte costituzionale anche di natura interpretativa intervenute, con una elaborazione giurisprudenziale che ha condotto ad esiti che solo recentemente si sono stabilizzati. Quindi, quella vicenda si era sviluppata in una fase in cui le coordinate applicative offerte dalla normativa erano dubbie, tant'è vero che poi vi è stata una declaratoria di illegittimità costituzionale da parte della Corte costituzionale di una parte della legge n. 140 del 2003. Anche la stessa posizione delle Camere era contraddittoria. Quindi, la vicenda va letta in questa luce per capire il contesto in cui si quasi sei anni fa"[4].

La questione si era posta nell'indagine sulla scalata Unipol della primavera/estate del 2005: la procura aveva intercettato delle telefonate di imprenditori sotto inchiesta per reati finanziari e alcune di queste telefonate erano dirette a parlamentari. La Legge Boato imponeva in questo caso le intercettazioni non potessero essere usate come prova senza che il Parlamento avesse concesso l'autorizzazione. La procura passò quindi le telefonate al GIP, che doveva valutarne la rilevanza penale ed eventualmente richiedere al parlamento il permesso di usarle. IL GIP chiese l'autorizzazione all'utilizzo delle intercettazioni che coinvolgevano alcuni parlamentari (Piero Fassino, Massimo D'Alema, Romano Comincioli, Nicola Latorre, Salvatore Cicu), non soltanto come prova contro gli imprenditori inquisiti, ma anche come materiale indiziario per poter inquisire alcuni degli stessi parlamentari che, secondo quanto scrisse nella richiesta, "appaiono [...] consapevoli complici di un disegno criminoso".

Fino a quel momento, non solo la dottrina, ma anche la giurisprudenza era divisa, sul valore cogente dell'articolo 6 della legge Boato: il procuratore aggiunto Greco (in un'intervista al Sole 24 Ore) condivideva la tesi che per l'iscrizione a registro occorresse la previa autorizzazione parlamentare, che la legge obbliga a far richiedere dal GIP; una tesi, peraltro, non condivisa da altri magistrati[5] e da altre Procure, come Catanzaro, dove il pm Luigi De Magistris iscrisse Clemente Mastella a registro degli indagati in virtù di un'intercettazione di una telefonata con l'indagato Saladino, senza che di questo utilizzo fosse previamente richiesta l'autorizzazione alla Camera di appartenenza di Mastella[6].

L'avvicinamento per approssimazioni alla strada corretta per utilizzare le intercettazioni fu reso particolarmente difficoltoso dalla scarsa giurisprudenza sulla legge Boato (140/2003) e dalle molteplici e divergenti prassi esistenti tra le varie Procure. La sola posizione parlamentare, in ordine alle conseguenze processuali di un utilizzo privo di autorizzazione, era nell'unica relazione presentata, sul punto, dal senatore Giovanni Crema a nome della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato nella XV legislatura. Il testo ammoniva anche la Procura di Milano alla tutela della riservatezza delle conversazioni dei parlamentari, cosa che aveva convinto la Procura per due anni a mai sbobinare le intercettazioni in questione (secondo una prassi sino ad allora seguita solo per le erronee intercettazioni dei colloqui avvocato-cliente).

La controversia giuridica apparve superata soltanto due anni dopo, con l'emanazione della sentenza della Corte costituzionale n. 390, depositata il 23 novembre 2007, che ha precisato che l'autorizzazione va richiesta solo se si intende utilizzare l'intercettazione nei confronti dei parlamentari, con ciò presupponendo che premessa di questo utilizzo sia l'iscrizione a registro degli indagati da parte del pubblico ministero, il quale deve rivolgere richiesta al GIP[7].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Per il quale, in via generale, v. Balducci, Paola. Le garanzie nelle intercettazioni tra Costituzione e legge ordinaria. n.p.: Giuffrè, 2002.
  2. ^ Sentenza n. 390 del 2007 della Corte costituzionale.
  3. ^ Così Giampiero Buonomo, Lo scudo di cartone, Rubbettino Editore, 2015, p. 137, ISBN 978-88-498-4440-5.: la nota 130 evidenzia "l’effetto sorpresa della sentenza", citando anche la dottrina sull’ordinanza di remissione e quella anteriore, per lo più risolutamente ostile alla costituzionalità dell'intera previsione dell'articolo 6 in questione.
  4. ^ XVI legislatura, Senato della Repubblica, Resoconto stenografico, 1º marzo 2011, intervento della senatrice Leddi.
  5. ^ Dalla Forleo un'invasione di campo ma i Ds dicano sì all'uso dei verbali - la Repubblica.it
  6. ^ Anche per questa fattispecie si è posto, in dottrina, un problema di affidamento incolpevole e di diritto intertemporale: "Ma, sotto il profilo del dolo del reato di diritto comune, neppure va dimenticato che l’elaborazione giurisprudenziale, in ordine al terzo comma dell’articolo 68 della Costituzione, ha condotto ad esiti che solo negli ultimi anni si sono andati stabilizzando. La vicenda delle intercettazioni «Why not» e «Poseidon» – imputate al De Magistris – si sviluppò, invece, in una fase, in cui le coordinate applicative offerte dalla normativa erano dubbie (una parte dell’articolo 6 della legge n. 140 del 2003 sarebbe stata dichiarata incostituzionale a fine 2007); la dottrina giuridica era divisa e la stessa posizione delle Camere, come s’è visto, era contraddittoria (tra la Giunta del Senato e quella della Camera si erano avute pronunce opposte sui medesimi casi, a seconda che coinvolgessero deputati o senatori). Non si può – perché sarebbe trasposizione arbitraria – giudicare la minore o maggiore buona fede, nella condotta della magistratura del 2006-2007, con gli «occhiali» offerti dalla Corte costituzionale solo dopo, con la sentenza n. 390" (Giampiero Buonomo, Lo scudo di cartone, Rubbettino Editore, 2015, ISBN 9788849844405, p. 191, nota 128.)
  7. ^ Così la relazione del senatore D'Alia alla Giunta del Senato l'11 novembre 2008, secondo cui "la nozione di "utilizzazione" – espressamente richiamata dal citato articolo 6 – è tecnicamente riferita al piano probatorio, e cioè all’utilizzazione degli elementi di conoscenza desunti dalle intercettazioni ai fini della prova dei fatti contestati. Il divieto di utilizzabilità conseguente alla mancanza dell’autorizzazione non impedisce, quindi, l’impiego dei predetti elementi di conoscenza per finalità diverse da quelle probatorie, e cioè come "fonte di innesco di una investigazione", per usare le parole della nota della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano del 29 luglio 2008 e della domanda di autorizzazione in esame (la soluzione interpretativa che qui si prospetta come alternativa rispetto a quella fatta propria dall’autorità giudiziaria richiedente è stata già condivisa in passato dalla Giunta; si vedano in tal senso il Doc. IV n. 1-A della XV Legislatura e il Doc. IV n. 2-A della Legislatura in corso. Conformi sono anche le indicazioni desumibili da Corte Costituzionale n. 366 del 1991).": cfr. ((http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=16&id=316778))

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Legge 20 giugno 2003, n. 140, in materia di "Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato."