John Magufuli

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
John Magufuli
John Magufuli 2015.png

Presidente della Tanzania
In carica
Inizio mandato 5 novembre 2015
Capo del governo Mizengo Pinda
Kassim Majaliwa
Predecessore Jakaya Kikwete

Dati generali
Partito politico Chama Cha Mapinduzi
Università Università di Dar es Salaam

John Pombe Joseph Magufuli (Chato, 29 ottobre 1959) è un politico tanzaniano, eletto Presidente della Tanzania in occasione delle elezioni presidenziali del 25 ottobre 2015 e in carica dal 5 novembre successivo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Esponente del Partito della Rivoluzione, ha più volte ricoperto la carica di Ministro. Dopo essere diventato Presidente della Repubblica Unita di Tanzania le libertà civili fondamentali di cittadini diminuite.[1] Sono stati limitati i diritti alla libertà d’espressione e d’associazione e non sono state contrastate la discriminazione per motivi legati al genere e all'orientamento sessuale.[2] Sì è speso personalmente per vietare alle ragazze in gravidanza di poter frequentare le lezioni nella scuola pubblica.[2] Ha avviato campagne contro l'omosessualità, costituendo anche dei team per scovare gli omosessuali. Ha dichiarato che queste operazioni avvengono "in nome di Dio". Ha ridotto il suo stipendio da 15.000 dollari a 4.000 dollari al mese, diventando uno dei capi di stato africani meno pagati. Il suo mandato è essenzialmente caratterizzato da una vigorosa lotta alla corruzione. Grandi somme di denaro che in precedenza erano evasione fiscale sono ora investite nell'istruzione e nell'alleviamento della povertà.

Il paese ha modificato le leggi che disciplinano l'aggiudicazione dei contratti minerari, dando a se stesso il diritto di rinegoziare o risolvere il contratto in caso di frode accertata. La nuova legislazione elimina anche il diritto delle società minerarie di ricorrere all'arbitrato internazionale. Il contenzioso fiscale con Acacia Mining, accusata di aver sottovalutato per anni la sua produzione di oro, ha portato infine ad un accordo: la Tanzania ottiene il 16% delle quote delle miniere detenute dalla multinazionale. D'altra parte, questa politica anti-corruzione ha anche "spaventato gli investitori, che ora temono di avere a che fare con la giustizia tanzaniana, e indebolito la crescita", secondo Zitto Kabwe, uno dei leader del partito di opposizione Chadema.[3]

Con uno dei tassi di crescita economica più elevati del continente (5,8% nel 2018 e 6% stimato dal FMI per il 2019), il governo tanzaniano sta avviando un importante programma di sviluppo delle infrastrutture, in particolare nel settore ferroviario. Il piccolo porto peschereccio di Bagamoyo, al quale sono stati stanziati 10 miliardi di dollari di investimenti, dovrebbe diventare il più grande porto dell'Africa entro il 2030. La Tanzania tende ad avvicinarsi alla Cina, che promette di sostenere progetti economici. In risposta a questo nuovo orientamento diplomatico e alla mancanza di democrazia, gli Stati Uniti hanno sospeso la loro partecipazione al Millennium Challenge Account, un fondo di sviluppo bilaterale.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Simon Allison, I cento giorni della nuova Etiopia, in Internazionale, 12 luglio 2018. URL consultato il 12 luglio 2018.
  2. ^ a b Rapporto annuale 2017-2018. Tanzania., in Amnesty International Italia, 2018. URL consultato il 12 luglio 2018.
  3. ^ a b (EN) Jean-Christophe Servant, Tanzania's port out of Africa, su mondediplo.com, 1º febbraio 2019. URL consultato il 10 maggio 2019.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]