Gaio Sulpicio Longo

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Gaio Sulpicio Longo
Nome originaleCaius Sulpicius Longus
GensSulpicia
Consolato337 a.C., 323 a.C., 314 a.C.
Dittatura312 a.C.

Gaio Sulpicio Longo (in latino: Caius Sulpicius Longus; ... – ...) è stato un politico romano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fu eletto console nel 337 a.C. con Publio Elio Peto[1]. Durante il loro consolato scoppiò una guerra tra i Sidicini e gli Aurunci, questi ultimi alleati di Roma. Il Senato deliberò di intervenire al fianco degli Aurunci, ma a causa di incertezze dei due consoli romani, la città degli Aurunci venne abbandonata e gli abitanti fuggirono verso Sessa Aurunca. Irritato per l'irrisolutezza dei due consoli e per la continuazione della guerra, il Senato nominò dittatore Gaio Claudio Regillense, che nominò Gaio Claudio Ortatore come magister equitum.

Fu eletto console una seconda volta nel 323 a.C. con Quinto Aulio Cerretano[2]. A Sulpicio toccò la campagna contro i Sanniti, che rientrati nelle loro città, avevano defezionato il trattato appena firmato con i romani, mentre a Quinto toccò la campagna contro gli Apuli. In entrambi i casi, i romani devastarono i territori dei nemici, senza però riuscire ad arrivare ad uno scontro in campo aperto[3].

Fu eletto console, una terza volta, nel 314 a.C., con il collega Marco Petelio Libone[4]. I due consoli rilevato il comando dell'esercito dal dittatore Quinto Fabio Massimo Rulliano, posero l'assedio a Sora, che presero con l'aiuto di un traditore[4].

Successivamente i due consoli, rivolsero gli eserciti contro gli Ausoni, riuscendo a catturare le città di Ausona, Minturno e Vescia, grazie al tradimento di dodici nobili Ausoni[5].

«Per altro i Romani giunsero ad avere il controllo del popolo degli Ausoni a séguito di un tradimento, come già successo a Sora. Dodici nobili giovani provenienti dalle città di Ausona, Minturno e Vescia, dopo aver deciso di consegnare le proprie città in mano ai Romani, si presentarono ai consoli»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, IX, 25.)

Quindi, saputo che gli abitanti di Luceria, avevano consegnato la guarnigione romana ai Sanniti, l'esercito si spostò in Apulia, prendendo la città al primo assalto. In Senato si discusse a lungo della sorte di Luceria, e alla fine si decise di inviare 2.500 coloni romani[5].

Intanto, le voci di un'insurrezione in preparazione a Capua, portò alla nomina a dittatore di Gaio Menio Publio[6].

Successivamente gli eserciti romani, condotti dai due consoli, affrontarono i Sanniti in campo aperto in Campania, riportando una chiara vittoria.[7]

«Ormai i Romani stavano prevalendo su tutta la linea e i Sanniti, smesso il combattimento, vennero uccisi o fatti prigionieri, fatta eccezione per quelli che ripararono a Malevento, la città che oggi si chiama Benevento. Stando alla tradizione, 30.000 Sanniti sarebbero stati uccisi o fatti prigionieri.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, IX, 27.)

Per questo successo Sulpicio celebrò il trionfo a Roma.[8].

Fu eletto dittatore nel 312 a.C., a causa della malattia che aveva colto il console Publio Decio Mure[9]. Gaio Sulpicio approntò un esercito per fronteggiare gli Etruschi, che sembrava, si stessero riarmando contro Roma, ma in quell'anno non ci fu alcuno scontro[10].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tito Livio, Ab urbe condita libri, VIII, 15.
  2. ^ Tito Livio, Ab urbe condita libri, VIII, 37, seppure Livio citandolo si riferisce al suo terzo consolato.
  3. ^ Tito Livio, Ab urbe condita libri, VIII, 37.
  4. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita, IX, 24.
  5. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita, IX, 25.
  6. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IX, 26.
  7. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IX, 27.
  8. ^ Fasti triumphales
  9. ^ I fasti consulares indicano Gaius Sulpicius Longus dittatore rei gerundae causa e Gauis Junius Bubulcus Brutus come suo magister equitum, ma Livio (Ab Urbe condita, IX, 29) indica quest'ultimo come dittatore, senza però indicare, come di solito fa, chi sia stato nominato magister equitum. Hartfield, Marianne (1981). Ph.D. dissertation. Berkeley: University of California, Berkeley. pp. 452–54.
  10. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IX, 29.