Casa del Bicentenario

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Coordinate: 40°48′22.71″N 14°20′54.06″E / 40.806308°N 14.348351°E40.806308; 14.348351

La facciata

La casa del Bicentenario è una casa di epoca romana, sepolta durante l'eruzione del Vesuvio del 79 e ritrovata a seguito degli scavi archeologici dell'antica Ercolano: è così chiamata in quanto riportata alla luce a due secoli esatti dall'inizio delle esplorazioni della città romana[1].

Storia e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La casa fu costruita in epoca giulio-claudia[2] e completamente restaurata a seguito dei danni subiti dal terremoto di Pompei del 62: vennero infatti sistemate le pitture e il piano superiore diviso in diversi appartamenti dati poi in affitto. Sepolta sotto una coltre di fango per via delle colate piroclastiche verificatesi a seguito dell'eruzione del Vesuvio del 79, fu prima esplorata tramite cunicoli nel XVIII secolo sotto la dinastia borbonica e poi riportata alla luce nel 1938 da Amedeo Maiuri[1].

La pianta

La casa ha un'estensione di circa seicento metri quadrati, è completamente realizzata in opus reticolatum in tufo giallo[1], eccetto le pareti del piano superiore in opus craticium e l'ingresso principale è posto lungo il decumano massimo[2]. Superate le fauci d'ingresso, pavimentate a mosaico, si giunge all'atrio: questo presenta un'altezza inferiore, circa cinque metri e cinquanta, rispetto agli stessi ambienti delle altre case di Ercolano[3], un impluvium centrale in marmo, pavimento a mosaico ed affreschi in quarto stile, caratterizzati da una zona mediana in rosso arricchita con disegni di elementi architettonici ed animali e fregio in bianco, anch'esso con la presenza di elementi architettonici[2]. Intorno all'atrio si aprono quattro cubicoli, uno dei quali contraddistinto da una sorta di cancello in legno, di cui si è conservata una parte originale, con porte a soffietto, posto sotto l'architrave a cassettoni e che aveva la funzione di proteggere le immagini degli antenati, tra l'altro non ritrovate[3], l'ingresso ad una bottega, che affaccia anche direttamente sulla strada, un triclinio ed un tablino: quest'ultimo è preceduto da due alae, è pavimentato a mosaico bianco con cornice nera e zona centrale in opus sectile, contornata da un mosaico in bianco e nero che riproduce elementi geometrici, ed alle pareti affreschi in quarto stile con pannelli rossi, arricchiti da amorini e con al centro quadretti di scene mitologiche, tra cui si conservano quelli di Pasifae e Dedalo e Marte e Venere[2]; queste pitture furono restaurate a seguito del terremoto del 62 con l'aggiunta di ocra gialla, la quale, a contatto con le nubi bollenti sprigionatesi durante l'eruzione, ha assunto una colorazione rossastra[3]. Sia dall'atrio, attraverso un corridoio, che dal tablino e dal triclinio, si giunge direttamente al peristilio: questo è colonnato su due lati e al centro presenta un giardino, oltre a fungere da ingresso per due oecus e la cucina[2].

Dall'ambiente una scala conduce al piano superiore: in una stanza sono stati ritrovati due solchi nell'intonaco, posti uno in orizzontale ed uno in verticale, che secondo alcuni potrebbero essere degli appoggi per una mensola, mentre per il Maiuri rappresentava la base d'appoggio per una croce cristiana, prima testimonianza nella zona, e sotto di questi un inginocchiatoio[3]; in un'altra stanza sono state invece rinvenute delle tavolette cerate in cui viene descritto il processo, iniziato intorno al 75, di una liberta contestata dalla sua padrona e non ancora concluso al momento dell'eruzione: nell'opera viene citato anche L. Cominius Primus, probabile proprietario della casa e forse implicato nel processo come giudice[4]. Dalla strada, una scala conduce ad un altro appartamento ricavato dopo il terremoto del 62, che si affaccia sul decumano: questo era abitato da un certo M. Helvius Eros, un liberto di origine etrusca, come testimoniato da un sigillo in bronzo ed in una stanza è stato ritrovato un larario decorato con cornucopie e serpenti[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c De Vos, p. 288.
  2. ^ a b c d e Cenni sulla Casa del Bicentenario, su sites.google.com. URL consultato l'11-11-2013.
  3. ^ a b c d De Vos, p. 289.
  4. ^ a b De Vos, p. 290.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Arnold De Vos; Mariette De Vos, Pompei, Ercolano, Stabia, Roma, Editori Laterza, 1982. ISBN non esistente

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