Autobus bianchi

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Gli autobus bianchi della Croce Rossa svedese in territorio tedesco, presumibilmente nei pressi di Friedrichsruh.

Gli autobus bianchi furono dei mezzi usati per una spedizione di soccorso attuata dalla Svezia durante la seconda guerra mondiale in Germania.

Presupposti[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine della guerra il governo svedese decise di intraprendere azioni volte a recuperare quanti prigionieri scandinavi fosse possibile dai campi di concentramento tedeschi, compresi ebrei e poliziotti danesi e membri della resistenza norvegese e vittime del programma tedesco Notte e nebbia di sparizioni programmate. Presto il programma, noto poi come Autobus bianchi per il colore e tipo dei mezzi usati, venne allargato al recupero di quanti più possibile prigionieri, indipendentemente dalla nazionalità e il diplomatico svedese Folke Bernadotte ne fu un importante animatore; alla stampa vennero fornite informazioni marginali ed istruzioni sull'evitare articoli in merito per non irritare i tedeschi. A Stoccolma il diplomatico norvegese Niels Christian Ditleff si attivò per i suoi concittadini, ma anche in Danimarca si preparavano piani per il recupero dei danesi detenuti, principalmente a cura dell'ammiraglio Carl Hammerich, ed i due si incontrarono per preparare azioni comuni[1], ma un tentativo di far partecipare ai primi viaggi svedesi anche personale danese venne stroncato da Hitler il 23 gennaio 1945 che minacciò un attacco in Danimarca e Norvegia se il personale non fosse stato interamente svedese.

Attuazione[modifica | modifica wikitesto]

Funzionari della Gestapo di scorta agli "autobus bianchi"

La prima sezione della spedizione partì dal porto di Hässleholm l'8 marzo e si imbarcò sul traghetto da Malmö a Copenaghen. Per motivi di sicurezza, la resistenza danese venne informata, ma nessun problema si verificò, anzi al contrario la spedizione venne ben accolta. Il 12 marzo la prima parte della spedizione aveva raggiunto il suo quartier generale al castello di Friedrichsruh, a 30 km a sud-est di Amburgo. Il castello era vicino al confine danese ed al campo di concentramento di Neuegamme, dove dovevano essere riuniti i prigionieri scandinavi. Il castello era di proprietà di Otto von Bismarck, un amico di Bernadotte e sposato ad una svedese. Il gruppo di comando della spedizione venne alloggiato nel castello ed in una locanda vicina, mentre la truppa organizzò un attendamento nel parco intorno al castello.

Anche gli Alleati vennero informati delle spedizioni che avrebbero coinvolto navi e mezzi terrestri in zone tedesche controllate e colpite regolarmente dalle aviazioni alleate, ma gli inglesi risposero che non potevano garantire la sicurezza del gruppo in territorio tedesco, ed infatti la spedizione di inizio marzo 1945 venne attaccata da aerei della RAF con 25 prigionieri ed un autista uccisi nel mitragliamento.

I mezzi vennero scortati da funzionari dei servizi di sicurezza tedeschi, Gestapo ma non solo. Le difficoltà logistiche furono grandi e anche il reperimento del carburante era un problema, visto che i tedeschi non fornirono alcuna assistenza in questo senso.

Uno dei mezzi superstiti ospitati in un museo svedese

Alla fine del programma, 15.345 prigionieri vennero recuperati tra gravi rischi per gli operatori, tutti volontari e dei quali molti facevano parte dei reparti logistici dell'esercito svedese. Di questi 7.795 erano scandinavi e 7.550 non-scandinavi (polacchi, francesi e di altre nazionalità)[2]. Tra loro 423 ebrei danesi evacuati dal campo di concentramento di Theresienstadt, mentre i norvegesi erano detenuti nel campo di concentramento di Sachsenhausen.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^
    (SV)

    «Under 1944 träffade Ditleff också flera gånger den danske amiralen Carl Hammerich och blev på så sätt underrättad om dennes hemliga planer på en Jyllandskorps för att rädda danskar och norrmän ut ur de tyska lägren.»

    (IT)

    «Durante il 1944 Ditleff incontrò anche diverse volte l'ammiraglio danese Carl Hammerich e fu così informato sui suoi piani segreti per uno Jutlandcorps preposto a salvare danesi e norvegesi dai campi tedeschi.»

    (Vi åker till Sverige, p. 73)
  2. ^ (SE) Specifikation över antal räddade/transporterade med de Vita bussarna (PDF), Swedish Red Cross (archiviato dall'url originale il 2 marzo 2013).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (SV) Sune Persson, «Vi åker till Sverige», De vita bussarna 1945. Bokförlaget Fischer & co, 2002. ISBN 91-85183-18-0. ("Andiamo in Svezia. Gli autobus bianchi nel 1945", in svedese); Escape from the Third Reich - Folke Bernadotte and the White Buses in inglese, ISBN 978-1-84832-556-2.
  • (NO) Heger, Wanda Hjort (1984), Hver fredag foran porten, Gyldendal, ISBN 82-05-14937-2 ("Every Friday at the gate", in Norwegian), German edition (1989) Jeden Freitag vor dem Tor Schneekluth, ISBN 3-7951-1132-3
  • (EN) Persson Sune (2000), Folke Bernadotte and the White Buses, J. Holocaust Education, Vol 9, Iss 2-3, 2000, 237-268. Also published in David Cesarani and Paul A. Levine (eds.), Bystanders to the Holocaust: A Re-evaluation Routledge, 2002.
  • (SV) Lomfors, Ingrid (2005), Blind fläck: minne och glömska kring svenska Röda korsets hjälpinsats i Nazityskland 1945. Bokförlaget Atlantis. ISBN 91-7353-051-4 ("Blind spot: remembrance and forgetfulness of the Swedish Red Cross humanitarian aid in 1945 Nazi-Germany")

Sitografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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