Apollo e Dafni

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Apollo e Dafni (Apollo e Marsia)
Perugino, apollo e dafni (o marsia).jpg
AutorePerugino
Data1483 circa
Tecnicaolio su tavola
Dimensioni21×39 cm
UbicazioneLouvre, Parigi

Apollo e Dafni (titolo tradizionale Apollo e Marsia) è un dipinto a olio su tavola (21x39 cm) del Perugino, databile al 1483 circa e conservato nel Museo del Louvre di Parigi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il dipinto viene in genere indicato come uno tra i più rappresentativi della committenza di Lorenzo il Magnifico, imbevuto di complessi significati legati alle dottrine dell'Accademia neoplatonica e con una lettura in chiave encomiastica e cristiana della mitologia antica. La stessa nudità dei protagonisti rimanda al mondo antico.

L'opera pervenne al Louvre per acquisto nel 1883, con l'attribuzione a Raffaello.

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

In un sereno paesaggio campestre, tra dolci colline che sfumano in lontananza punteggiate da segni della presenza umana, sono ritratti in primo piano Apollo stante a destra, col bastone e, appoggiata vicino a lui, la lira, suo tipico strumento, e un ragazzo seduto che suona il flauto a sinistra. Tradizionalmente il ragazzo è identificato con Marsia, ma studi più accurati, visto che il personaggio non è un satiro, hanno concluso che si tratti di Dafni, il giovane pastore inventore della zampogna e del canto bucolico che morì d'amore per Apollo.

"Dafni" infatti è simile per significato a Lorenzo (de' Medici), e la sua passione per Apollo è un'allusione alla vocazione per le arti, la bellezza e la poesia. La figura di Apollo cita la posa dell'Hermes di Prassitele, mentre Dafni riprende un Hermes a riposo di Lisippo. Queste citazioni dell'antico omaggiano la cultura umanistica e accrescono il carattere elitario dell'opera, capace di essere pienamente letta solo dalla ristretta cerchia degli accademici fiorentini e dei loro associati, con l'ambientazione naturale che diventa simbolo di un nuovo hortus conclusus, inteso come paradiso intellettuale. Gli uccelli che si accoppiano in volo alludono ai cicli della natura.

La composizione è bilanciata accuratamente, con una luce che modella dolcemente i corpi dei protagonisti, secondo un ideale di pacata armonia tipica delle corte medicea del tempo, che sottintende l'allegoria dell'armonia e della pace di Firenze sotto il Magnifico. Il paesaggio è privo di asperità in favore di dolci colline ondulate, senza né tempo né luogo.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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