Annabella (periodico)

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Annabella
StatoItalia Italia
Linguaitaliano
Periodicitàsettimanale
Generefemminili
Fondazione15 luglio 1933
Chiusura2013
EditoreRizzoli
 

Annabella (precedentemente Lei e successivamente Anna e poi A) è stata una rivista femminile italiana.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1933 Angelo Rizzoli fondò il settimanale Lei, che il 15 novembre 1938 ribattezzò Annabella, a seguito della campagna contro l'uso della terza persona come pronome di cortesia[1] [2].

Annabella si rivolgeva al pubblico delle signore borghesi[3], allora normalmente casalinghe. Inizialmente e fino a tutti gli anni Cinquanta la rivista seguì un orientamento, morale prima che politico, "conformista" e "benpensante"[4], non diverso da quello della concorrente Grazia.

Fra i collaboratori di questo periodo si deve ricordare Giorgio Scerbanenco. Il giornalista ucraino-italiano venne assunto nell'immediato Dopoguerra per rispondere alle lettere delle lettrici nella rubrica La posta di Adrian[5]. Leggendo la posta diretta a tutte queste rubriche, in cui le lettrici raccontavano i propri casi personali e spesso difficili, Scerbanenco venne a contatto con le angosce e le rabbie della gente comune. Questa esperienza di storie vissute e dolorose ha avuto una importanza decisiva nella maturazione dello stile noir di Scerbanenco, particolarmente crudo e amaro[6]. Scerbanenco divenne successivamente direttore della rivista[7] e lasciò la direzione solo negli anni Sessanta, dopo esser diventato un affermato scrittore di gialli[5].

Negli anni Sessanta Annabella modificò la propria linea editoriale. Anziché porsi come concorrente della conservatrice Grazia, scelse di spostarsi su posizioni più "aperte" rispetto al ruolo della donna nella società e si collocò piuttosto come concorrente del nuovo periodico Amica[4].

Fra le firme più famose di Annabella c'era quella di Brunella Gasperini, che curò la rubrica Ditelo a Brunella per venticinque anni, e la vide stabilire un dialogo aperto e franco con i suoi lettori su tematiche come il divorzio, l'aborto, la famiglia e la politica. Se negli anni Cinquanta la Gasperini si era attenuta ad una linea tradizionalista come tutta la rivista, negli anni Sessanta proprio la giornalista milanese divenne il simbolo del nuovo corso del periodico femminile e la "consigliera più amata e popolare dei settimanali femminili borghesi"[4]. Il successo della Gasperini non era dovuto solo all'adeguarsi alla mutata condizione della donna, ma anche al suo particolare stile, quello di raccontare le proprie vicende familiari di moglie e di madre, ponendosi come modello per le lettrici, che effettivamente si identificavano con lei[8]. Indicativa in questo senso di "autenticità" è la scelta di non avvalersi di uno pseudonimo, com'era normale sulla stampa femminile del Dopoguerra. Negli anni Settanta Brunella Gasperini divenne moderatamente femminista e decisamente divorzista[4].

La tiratura negli anni settanta era di circa 500.000 copie[4].

Nel 1983 la testata della rivista divenne semplicemente Anna. Nel 1988 con 239 000 copie medie vendute il settimanale si collocava fra i concorrenti Grazia e Amica[9]. Dal 1998 Barbara Alberti ha tenuto la rubrica "Posta del cuore"[10]

Nel 2007 la testata si ridusse alla sola A, ma nel 2013 la rivista fu chiusa. Il giornalista Marco Travaglio tenne dal 2006 la sua rubrica fissa Il Guastafeste, chiamatovi dall'ultima direttrice Maria Latella, fino alla chiusura definitiva del periodico, avvenuta col numero dell'11 luglio 2013.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bibliografia dei periodici femminili lombardi (1786-1945), su books.google.it. URL consultato il 26 agosto 2019.
  2. ^ Raffaella Celentano, Le riviste di moda italiane: la storia nascosta tra i merletti, su snapitaly.it. URL consultato il 10 giugno 2018 (archiviato il 12 giugno 2018).
  3. ^ Serena Giusti, Evoluzione del ruolo della donna nella-società italiana attraverso l'analisi del periodico femminile dagli anni cinquanta ad oggi
  4. ^ a b c d e Laura Lilli, La stampa femminile in Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia (a cura di), La stampa italiana del neocapitalismo, Bari, Laterza, 1976, pagg. 253-304
  5. ^ a b Cecilia Scerbanenco, Giorgio Scerbanenco, su mistergiuseppe.it. URL consultato il 14 luglio 2018 (archiviato dall'url originale il 15 luglio 2018).
  6. ^ Luciano Luciani su: Libere Recensioni, 14 aprile 2009
  7. ^ Alessandro Busnengo, Giorgio Scerbanenco, su mangialibri.com. URL consultato il 24 maggio 2020 (archiviato il 16 giugno 2018).
  8. ^ M.Castelli scheda su Annabella in La bella addormentata, Parma, Istituto di storia dell'arte, 1972
  9. ^ Gian Luigi Falabrino, Pubblicità serva padrona, Milano, Sole 24 Ore, 1989, pag. 250
  10. ^ sito di Barbara Alberti, su barbaraalberti.it. URL consultato il 24 maggio 2020 (archiviato il 7 ottobre 2018).
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