Pianto antico

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« No, non è vero, che è meglio che sia morto: me lo volevo crescere e educare a modo mio, doveva sentire, pensare, lottare anche lui per il bene e per il vero. No, no: scambiare in sul primo entrar nella vita l’avvenire dell’esistenza per l’oscurità del non essere non è bene… »
(Lettera di Giosuè Carducci a Ferdinando Cristiani, 14 novembre 1870)
Pianto antico
Giosuè Carducci Britannica.jpg
ritratto di Carducci
Autore Giosuè Carducci
1ª ed. originale 1871
Genere poesia
Lingua originale italiano

Pianto antico è una poesia di Giosuè Carducci dedicata al figlio Dante. Scritta nel 1871 è il quarantaduesimo componimento della raccolta Rime nuove (1887). Il testo autografo reca la data giugno 1871.

I lutti familiari[modifica | modifica sorgente]

Il 9 novembre 1870, il piccolo Dante, a soli 3 anni di età, morì, molto probabilmente di tifo, nella casa paterna di via Broccaindosso a Bologna. Non era infrequente in quei tempi la mortalità infantile dovuta spesso alle ancora limitate conoscenze della medicina.

Così Carducci descrive la morte improvvisa del figlio:

« Il mio povero bambino mi è morto; morto di un versamento al cervello. Gli presero alcune febbri violente, con assopimento; si sveglia a un tratto la sera del passato giovedì (sono otto giorni), comincia a gittare orribili grida, spasmodiche, a tre a tre, come a colpi di martello, per mezz’ora: poi di nuovo, assopimento, rotto soltanto dalle smanie della febbre, da qualche lamento, poi da convulsioni e paralisi, poi dalla morte, ieri, mercoledì, a ore due. »
(lettera di G. Carducci al fratello Valfredo, 10 novembre 1870)

Dante era stato il primo maschio, dopo Beatrice e Laura, nato dopo il matrimonio di Carducci con Elvira Menicucci. L'ultima figlia, Libertà, nascerà nel 1872.[1]

Nel febbraio dello stesso anno il poeta aveva perso anche la madre, Ildegonda Celli, venendogli così a mancare, in appena nove mesi, quella che gli aveva dato la vita e quello a cui egli l'aveva trasmessa:

« …A febbraio la mia povera mamma; ora il mio bambino; il principio e la fine della vita e degli affetti. »
(Lettera di G. Carducci al fratello Valfredo, 10 novembre 1870))

Del primo grave lutto così scrisse al fratello:

« Ella riposa, e non sente più nulla. Pace! Pace! Ma non è finita, non finisce, non finirà mai, la memoria e il desiderio nostro di lei. Io, che tutti i giorni quasi e spesso nei sogni penso e riveggo il nostro fratello morto, io ricorderò sempre lei, la rivedrò sempre; la ricorderò, la rivedrò, anche, spero, all’ultimo punto della mia vita »
(lettera di G. Carducci al fratello Valfredo, 3 febbraio 1870)

Nella lettera sopra citata Carducci accenna ad un'altra tragica morte («...riveggo il nostro fratello morto...»): il suicidio del fratello appena ventenne Dante nel 1857,[2] del quale il poeta aveva voluto mantenere il ricordo proprio nel nome del figlio.

Di questi giovani morti dallo stesso nome e così vicini Carducci celebrò ancora le vite interrotte prematuramente nel sonetto Funere mersit acerbo, inserito anch'esso in Rime nuove e scritto poco tempo dopo la morte del figlio.

« È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch’ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto. »
(Funere mersit acerbo, vv. 5-8)

Il testo[modifica | modifica sorgente]

Nel testo il poeta contrappone al piccolo defunto l'albero di melograno che nell'orto[3] ha prodotto da poco nuovi germogli e a cui l'estate ridà nuova vita con il calore e la luce. Dante, figlio di un povero corpo invecchiato e sciupato dal tempo, unico dono di una vita sentita ormai inutile, giace nella fredda terra di un camposanto, non potrà più vedere la luce del sole, né godere dell'amore.

Analisi[modifica | modifica sorgente]

[4]

Fiore di melograno

La forma della poesia è quella di una breve ode anacreontica in quartine di settenari, secondo lo schema abbc (il quarto verso sempre C, è sempre tronco).

Il simbolo del melograno[modifica | modifica sorgente]

L’albero a cui tendevi
La pargoletta[5] mano,
Il verde[6] melograno[7]
Da’ bei vermigli fior,

Il pianto del padre è antico come il dolore che gli uomini di tutti i tempi hanno provato di fronte alla morte. Emerge dal passato anche la figura del melograno, antico simbolo di fertilità, di rinascita e resurrezione. Nell'antichità la melagrana era anche simbolo di fertilità, di nuova vita ma anche, specie nell'arte rinascimentale italiana, in Donatello, Michelozzo, Verrocchio, Rossellino ed altri, il simbolo della melagrana, motivo ornamentale diffuso anche nella scultura, soprattutto sepolcrale e nell’architettura classica, era anche simbolo di morte.

Vita e morte[modifica | modifica sorgente]

Nel muto orto solingo[8]
Rinverdí tutto or ora
E giugno[9] lo ristora
Di luce e di calor.

Quest'albero, che al termine dell'inverno appare secco e arido, tale da sembrare ormai morto, ecco che invece ricomincia a nascere al calore del sole primaverile e a mettere quei bei piccoli fiori, di un rosso intenso come quello del sangue vitale, che la giovane vita del piccolo Dante invano ha cercato di afferrare. Il melograno resusciterà a nuova vita; non così il bambino, ormai per sempre nella terra fredda e nera.

Il gioco dei termini usati nella poesia esprimono il netto contrasto tra la vita ("luce", "calor") e la morte ("pianta... inaridita", "terra fredda", "terra negra") tanto più dolorosa quando coglie una "pargoletta mano" non più capace di trattenere nelle sue mani la vita.

Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Dante era stato l'ultimo, unico frutto, di una pianta, di quella ormai inutile vita che Carducci sente non più scorrere in lui: ormai non piange neppure più, è completamente inaridito perché la sua vita è stata spezzata dalle radici.

Quel piccolo orto, prima luminoso e sonoro dei rossi colori del melograno e dei giochi del bimbo ora appare al poeta troppo silenzioso e solitario ed ormai né il sole, né l'amore potranno farvi ritornare la vita.

Lo stesso ritmo infine della poesia sembra suggerire quelle nenie che si recitano ai bambini per farli addormentare ma qui non c'è gioco fantastico, vi è tristezza, rassegnazione profonda: questa è una nenia per un sonno di morte.

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol più ti rallegra
Né ti risveglia amor.

Lo stile[modifica | modifica sorgente]

Il componimento è ritenuto uno dei primi esempi di stile nominale per l'abbondanza di nomi (aggettivi e sostantivi) e la scarsa presenza di verbi. Questi ultimi, infatti, si rilevano nel testo ma o in funzione di aggettivo, espressa con dei participi passati (percossa e inaridita) o in forma di verbo metaforico come "rinverdì".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Un quinto figlio, Francesco, morì dopo pochi giorni dalla nascita.
  2. ^ Suicidatosi secondo la versione ufficiale, ma forse ucciso accidentalmente dal padre dopo un litigio secondo una più recente versione (in Musei di Santa Maria a Monte. Nel 1858 lo stesso padre si suicidò per il dolore o, forse, per il rimorso; entrambi vennero sepolti nel vecchio cimitero del paese, dove oggi sono ancora visibili le lapidi.
  3. ^ Nella realtà si trattava del melograno del giardino domestico di Via Broccaindosso della casa di Carducci a Bologna. (Giosuè Carducci, Poesie, a cura di William Spaggiari, Feltrinelli editore, Milano 2007, p.121
  4. ^ La fonte principale per l'analisi critica estetica della poesia è :Storia generale della Letteratura Italiana, Federico Motta Editore, Milano 2004, Vol.X pagg.568 e sgg. del saggio di Raffaele Sirri ivi contenuto.
  5. ^ Nella prima stesura «piccoletta»
  6. ^ Primo tocco di colore in ridondanza con "rinverdì" nella strofa seguente
  7. ^ Pianta dedicata a Persefone la regina degli Inferi che passava la sua vita parte nell'oltretomba parte sulla terra espressione simbolica dell'alternarsi delle stagioni: della morte invernale, della vita primaverile.
  8. ^ Nelle versioni precedenti: nell'orto "poveretto", "piccoletto", "a te diletto"
  9. ^ Anche Dante era nato il 21 giugno, il giorno del solstizio, dell'inizio della primavera

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Antologia carducciana. Poesie e prose scelte e commentate da Guido Mazzoni e Giuseppe Picciola, Bologna, Zanichelli, 1907, pp. 85-86.
  • G. Salinari, Pianto antico di G. Carducci, in Rassegna di cultura e vita scolastica, II, 3, 31 marzo 1948, pp.3-4.
  • Edizione nazionale delle opere di Giosuè Carducci. Lettere, vol. VI, 1869-1871, Bologna, Zanichelli, 1953.
  • M. Valgimigli, Pianto antico, in Id., Carducci allegro, Bologna, Cappelli, 1955, pp.42-43.
  • P.P. Trompeo, Pianto antico, in Id., L’azzurro di Chartres e altri capricci, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1958, pp.253-256.
  • P. Collareta, In margine a Pianto antico, in Convivium, XXVI, n. s., marzo-aprile 1959, pp.221-226.
  • G. Carducci, Rime nuove, testimonianze, interpretazione, commento di P.P. Trompeo e G. Salinari, Bologna, Zanichelli, 1961, pp. 147-151.
  • M. Pastore Stocchi, Nota su Pianto antico, in Miscellanea di studi in onore di Marco Pecoraro, II.
  • Dal Tommaseo ai contemporanei, a cura di B.M. Da Rif e C. Griggio, Firenze, Olschki, 1991, pp.147-159.
  • G. Gorni, Il melograno, l’asino e il cardo (su due rime nuove del Carducci), in Studi di filologia italiana, L (1992), pp.183-195.
  • Opere scelte di Giosuè Carducci, I. Poesie, a cura di M. Saccenti, Torino, UTET, 1993, pp. 490-493.

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