Fachiro
Il termine fachiro deriva dall'arabo faqir (فَقير ) che significa povero e originariamente identificava i dervisci musulmani, diffusi soprattutto in Anatolia e in Persia, i quali vivevano nella più assoluta povertà; in seguito fu usato per indicare i mendicanti indù noti per la dedizione allo yoga e per le pratiche mistiche alle quali si dedicavano.
Al giorno d'oggi per fachiro si intende generalmente un asceta in grado di sottoporsi a prove particolarmente gravose quali camminare su carboni ardenti (pirobazia) o dormire su letti irti di chiodi. È ormai d’uso comune indicare con tale termine anche chi, seppure non di origine indiane, è in grado di effettuare questo tipo di esercizi.
Oltre che con la citata insensibilità al dolore, i fachiri, da tempi remotissimi, ottengono cibo e rispetto presso le più povere popolazioni indiane mediante le loro presunte capacità sovrannaturali quali la levitazione, l’invisibilità, il digiuno o la capacità di restare per giorni sepolti sotto il suolo. Come è facile intuire queste figure sono da sempre avvolte dal mistero.
Tale mistero è alimentato anche dalle mortificazioni corporee che alcuni fachiri si impongono; celebri infatti il santone Amret Giri-Baba che ha trascorso dodici anni tenendo continuamente alzato il braccio destro ed il fachiro Balyogi Baba che è stato in bilico con una gamba alzata per quattro anni; altri fachiri sarebbero in grado di stare per giorni interi con la testa sotto terra.
Bibliografia [modifica]
- Luigi Garlaschelli e Massimo Polidoro, I segreti dei fachiri, Roma, Avverbi, 1998. ISBN 978-88-900206-4-3.
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