De laude novae militiae ad Milites Templi

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De laude novae militiae ad Milites Templi ("In lode della nuova milizia") è un'opera di Bernardo di Chiaravalle. Fu composta tra il 1128, anno del Concilio di Troyes, ed il 1136, anno della morte di Ugo di Payns, Maestro dell'Ordine dei Templari, cui fu dedicata l'opera, come exhortatorius sermo ad Milites Templi, riprendendo l'espressione del Santo nel prologo dell'opera.

Con quest'opera Bernardo - assai critico nei confronti dei cavalieri e delle loro violenze - intendeva esaltare la nascita del nuovo ordine monastico-cavalleresco dei Cavalieri Templari, cui si richiedeva l'uso delle armi contro tutti coloro che erano considerati nemici della cristianità (musulmani, pagani, eretici), contrariamente ai tradizionali ordini regolari, i cui inermi monaci possedevano esclusivamente le armi della preghiera. L'ordine dei Templari ottenne il riconoscimento pontificio, durante il Concilio di Troyes del 1128, grazie ai buoni uffici di Bernardo di Chiaravalle.[1]

Indice

[modifica] Il monaco guerriero

Il monaco guerriero è «un soldato veramente intrepido e protetto da ogni lato, che come riveste il corpo di ferro, così riveste l'anima con l'armatura della fede. Nessuna meraviglia se, munito di ambedue le armi, non teme né il demonio né l'uomo; non teme la morte, lui che (per Cristo) desidera morire» (De laude novae militiae, 1, 1).

Viene chiarito il ruolo del miles Christi e la sua sostanziale differenza con gli appartenenti saecularis militia, come la definisce San Bernardo, che serba parole dure nei suoi confronti: "Tra voi null'altro provoca le guerre se non un irragionevole atto di collera, desiderio d'una gloria vana, bramosia di qualche bene terreno. E certamente per tali motivi non è senza pericolo uccidere o morire" (D.L., II, 3).

Bernardo contrappone la guerra in nome di Cristo alla guerra condotta dalle milizie secolari, dove «Christus non est causa militandi». Secondo Bernardo nessuna causa può rendere buona una guerra profana: né le biasimevoli passioni, né il desiderio di vendetta, né la necessità di eludere un pericolo incombente. Ma, se la causa è Cristo, allora l'usare la spada è addirittura meritorio: con questo argomento Bernardo intendeva volgere completamente gli ideali cavallereschi al servizio della chiesa nella lotta agli infedeli.[2] Nel corso dell'opera Bernardo afferma: "Vi è tuttavia chi uccide un uomo non per desiderio di vendetta né per brama di vittoria ma solo per salvare la propria vita. Ma neppure questa affermerò essere una buona vittoria: dei due mali il minore è morire nel corpo che nell'anima" (D.L., I, 2). E ancora: "Certo non si dovrebbero uccidere neppure gli infedeli se in qualche altro modo si potesse impedire la loro eccessiva molestia e l'oppressione di fedeli. Ma nella situazione attuale è meglio che essi vengano uccisi piuttosto che lasciare la verga dei peccatori sospesa sulla sorte dei giusti e affinché i giusti non spingano le loro azioni fino all'iniquità" (D.L., III, 4).

Tutto il sermone procede per distinzioni ed indica la via che poi seguirà l'Ordine dei Templari, adempiendo alla propria Regola. Un ordine di monaci-guerrieri, che deve prima recte scire, poi recte agere, in concordia con Cristo Re, per il quale il Cavaliere vince: "Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per sé stesso, dando la morte vince per Cristo." (D.L., 3)

La morte per Cristo, sia che venga subita sia che venga provocata, non costituisce reato e rende ancora più meritevoli di gloria: uccidendo coloro che agiscono male, il soldato di Cristo infligge il giusto castigo, e poiché Cristo «accetta volentieri la morte del nemico a titolo di riparazione, e ancora più volentieri offre se stesso al soldato come consolazione», il suo soldato «uccide tranquillamente e più tranquillamente muore».

San Bernardo indica la figura del Cavaliere del Tempio, come un monaco-guerriero, che fa uso di due spade: una, da impiegarsi nella lotta contro il Male, una lotta prettamente interna alla persona e spirituale, e l'altra rivolta verso i nemici esterni: gli infedeli, i pagani, gli eretici. Dunque al fine di difendere il Cristo, Bernardo non esita a disobbedirgli, brandendo la spada che lo stesso Gesù aveva ordinato a Pietro di rinfonderare[3]: «Poiché il Salvatore soffre nuovamente nei luoghi dove è già morto per noi, è giunto il momento di sguainare le due spade che Pietro possedeva durante la Passione del Salvatore [...] Voi avete il dovere di imitare lo zelo di colui del quale ricoprite il soglio [Bernardo scrive al papa, ndr], sarebbe vergognoso avere le sue stesse armi e non farne uso».[4]

[modifica] Il malicidio

Bernardo è animato da un odio estremo verso tutto ciò che si oppone alla vera fede, per come egli la intende. Contro tali nemici, considerati come categorie inferiori, incarnazione del male, agenti del demonio, conduce una guerra in cui pietà e carità sono escluse. I nemici per antonomasia sono eretici e infedeli, per i quali Bernardo utilizza la calunnia e l'ipocrisia, fondandosi sulle dicerie più inverosimili. Gli eretici sono «zotici e imbecilli spregevoli, [...] povere donne idiote, profondamente ignoranti, [...] gente grossolana, rozza, incolta e inadatta al combattimento».[5] Dal momento che sono ottusi, ripugnanti e irrecuperabili, «è meglio ucciderli di spada che lasciare che numerosi si trascinino nell'errore».[5] Lo stesso atteggiamento riserva a infedeli e pagani. I musulmani sono «vasi d'iniquità», posseduti dal demonio. Con loro, una sola soluzione è possibile, lo sterminio: «Uccidete! Uccidete! E fatevi uccidere se necessario: è per Cristo».[6]

Anche secondo lo storico Tommaso Stancati,[7] Bernardo incitava ad ogni sorta di violenza nei confronti di infedeli ed eretici, giustificando tale comportamento con argomenti teologici di tipo salvifico.[8] Musulmani, pagani ed eretici (albigesi, catari e valdesi) furono perseguitati con un'indebita brutalità. Bernardo afferma:

« I soldati di cristo combattono sicuri le battaglie del loro Signore, non temendo affatto di peccare quando uccidono i nemici né di perdere la vita, in quanto la morte inferta o subita per Cristo non ha nulla di delittuoso, anzi rende più meritevoli di gloria… il soldato di Cristo uccide sicuro e muore ancora più sicuro. Giova a se stesso se muore, a Cristo se uccide… Quando uccide il malfattore, non deve essere considerato un omicida, ma, per così dire, un malicida… in occasione della morte di un pagano, il cristiano si gloria di quanto Cristo viene glorificato »
(Bernardo di Chiaravalle, Liber ad milites templi. De laude novae militiae, 3,4, in T. Stancati, Ecclesiologa Biblica e dogmatica. Lezioni universitarie, Editrice Domenicana Italiana, Napoli, 2008, p. 123)

Dunque, secondo Bernardo l'uccisione di un infedele, di un eretico o di un pagano non è da considerarsi come un atto criminoso: nihil habeat criminis (non c'è crimine). L'uccisione di un nemico della fede da parte di un soldato di Cristo non rappresenta un omicidio ma un "malicidio", ossia l'uccisione dell'incarnazione del male.[9]

[modifica] Note

  1. ^ C. Azzara, A. Rapetti, La Chiesa nel Medioevo, il Mulino, Bologna, 2009, pp. 133-134
  2. ^ Luciano Cova, Alle radici della guerra santa. Dal dialogo alla violenza: un itinerario agostiniano, in La guerra. Una riflessione interdisciplinare, a c. di G. Manganaro Favaretto, Edizioni Università di Trieste, Trieste, 2003, pp. 135-179
  3. ^ Mt 26, 52
  4. ^ Georges Minois, La Chiesa e la guerra. Dalla Bibbia all'era atomica, ed. Dedalo, Bari, 2003, p. 187
  5. ^ a b Georges Minois, La Chiesa e la guerra. Dalla Bibbia all'era atomica, ed. Dedalo, Bari, 2003, p. 185
  6. ^ Georges Minois, La Chiesa e la guerra. Dalla Bibbia all'era atomica, ed. Dedalo, Bari, 2003, p. 186
  7. ^ Tommaso Stancati è presbitero e frate domenicano, docente di Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università san Tommaso d'Aquino (Angelicum) di Roma, e preside dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose “Mater Ecclesiae”, inserito nella facoltà di Teologia della stessa Pontificia Università. Da alcuni anni insegna Teologia Dogmatica presso la LUMSA (Libera Università degli Studi Maria SS. Assunta di Roma)
  8. ^ Sergio Tommaso Stancati, Ecclesiologa. Biblica e dogmatica. Lezioni universitarie, Editrice Domenicana Italiana, Napoli, 2008, pp. 123-124
  9. ^ De Laude Novae Militiae, 546, III,4: «At vero Christi milites securi praeliantur praelia Domini sui, nequaquam metuentes aut de hostium caede peccatum, aut de sua nece periculum: quandoquidem mors pro Christo vel ferenda, vel inferenda, et nihil habeat criminis, et plurimum gloriae mereatur. Hinc quippe Christo, inde Christus acquiritur: qui nimirum et libenter accipit hostis mortem pro ultione, et libentius praebet se ipsum militi pro consolatione. Miles, inquam, Christi securus interimit, interit securior. Sibi praestat cum interit, Christo cum interimit. Non enim sine causa gladium portat. Dei etenim minister est ad vindictam malefactorum, laudem vero bonorum. Sane cum occidit malefactorem, non homicida, sed, ut ita dixerim, malicida, et plane Christi vindex in his qui male agunt, et defensor Christianorum reputatur».

[modifica] Voci correlate

[modifica] Bibliografia

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