Cella elettrolitica

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Disegno originale di Michael Faraday di una cella elettrolitica.[1]

In elettrochimica, con il termine cella elettrolitica (o elettrolizzatore o reattore elettrochimico[2]) si indica una particolare cella elettrochimica che permette di convertire energia elettrica in energia chimica. Tale processo viene detto elettrolisi.

L'energia elettrica necessaria allo svolgimento del processo viene fornita da un circuito elettrico esterno, collegato ai poli della cella, per cui il processo di elettrolisi non avviene in maniera spontanea ovvero la differenza di energia libera di Gibbs associata al processo è maggiore di zero:[2]

\Delta G > 0

Schema di funzionamento[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentazione di una cella elettrolitica.

Una cella elettrochimica è costituita da due elettrodi immersi in una vasca contenente un elettrolita. In genere l'elettrolita è costituito da due soluzioni elettrolitiche che possono scambiarsi ioni attraverso un ponte salino o un setto poroso.

All'anodo avviene una reazione di ossidazione, mentre al catodo avviene una reazione di riduzione, per cui nella cella si realizza globalmente una reazione redox, la quale sfrutta l'energia elettrica fornita dall'esterno per avvenire (per cui non è una reazione spontanea).

I segni dei poli sono invertiti rispetto al caso di una cella galvanica: infatti in una cella elettrolitica l'anodo costituisce il polo positivo, mentre il catodo costituisce il polo negativo (a tal proposito si veda anche la pagina dedicata alla raffinazione elettrolitica, viste le interessanti implicazioni industriali che possono derivare).

Applicazioni[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elettrolisi#Applicazioni.

I principali processi industriali dove vengono utilizzate celle elettrolitiche sono:

Le celle elettrolitiche vengono inoltre utilizzate nell'elettrogravimetria, galvanostegia e galvanoplastica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Electrochemistry, Theoretical Electrochemistry and its physico-chemical foundations
  2. ^ a b Bockris Vol. 2, p. 855

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]