San Potito

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San Potito
Paolo guidotti, san potito, 01,2.JPG
San Potito, statua di Paolo Guidotti. Duomo di Pisa, Altare di San Ranieri.

Martire

Nascita II secolo, Sardica (Bulgaria)
Morte 160 circa, a Tricarico
Venerato da Chiesa cattolica
Santuario principale Cattedrale di Tricarico
Ricorrenza 14 gennaio
Patrono di Tricarico, Ascoli Satriano, San Potito Sannitico, San Potito Ultra, Diocesi di Tricarico

Potito (Sardica, II secoloTricarico, 160) fu un pagano convertitosi al Cristianesimo e per questo martirizzato da Antonino Pio. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica.

Agiografia[modifica | modifica wikitesto]

Particolare della statua di San Potito sulla porta di Sant'Antonio Abate (Ascoli Satriano)
Disegno marmoreo di San Potito , Chiesa di San Giovanni Battista (Ascoli Satriano)

Potito (Potitus), adolescente, apparteneva ad una ricca famiglia pagana, così come ci tramanda uno scritto del IX secolo. Le fonti su questo santo parlano di diversi miracoli, pur non verificabili storicamente: in particolare avrebbe liberato dal diavolo la figlia dell'imperatore Antonino Pio, che prima lo diede in pasto ai leoni, ma essi di fronte a lui divennero docili, dopo lo gettò nell'olio bollente e Potito ne uscì indenne, allora gli fece tagliare la testa a causa della sua fede.

Culto[modifica | modifica wikitesto]

Venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica, è il patrono principale di Tricarico e della diocesi omonima. La sua memoria liturgica cade il 14 gennaio. Le sue reliquie sono custodite a Tricarico, nella cattedrale di Santa Maria Assunta. Si racconta che il 14 gennaio 1506, mentre era vescovo di Tricarico monsignor Agostino de Guarino, "chierico Liviense (forlivese)"[1], le reliquie del santo "furono rinvenute nella chiesa della Santissima Trinità, tenuta dall'Ordine dei Cavalieri di Malta"[2].

Sparo del Ciuccio di San Potito (Ascoli Satriano)

San Potito è anche il patrono principale di Ascoli Satriano e della Diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano. Ad Ascoli Satriano è presente una chiesa intitolata al santo, invece nell'ex cattedrale della città è conservato un busto di San Potito in argento che conserva una sua ulna. Ad Ascoli Satriano viene festeggiato il 14 gennaio, e dal 18 al 20 agosto per consentire a chi non può assistere alla celebrazione di gennaio. Il busto del santo viene portato in processione per le vie del paese e poi riportato in cattedrale e nella piazza di fianco ad essa si brucia il cosiddetto "ciuccio".

La leggenda narra che un mulattiere di Tricarico si dirigeva verso Ascoli Satriano, sul tratturo Palmo-Palazzo d'Ascoli-Foggia e il torrente Carapelle. Nella sua carovana vi era un asino che stanco per il lungo viaggio e per il pesante carico che trasportava, affondò nei fanghi della mefite da dove non poté in alcun modo essere tirato fuori. Il mulattiere spostò il carico di merci sulla soma di un'altra bestia e, senza perdere tempo, soppresse il povero asino sul posto. Da buon commerciante, ebbe cura di scuoiarlo per vendere la sua pelle. Prima di rimettersi in cammino, rivolse una preghiera a San Potito, che si diceva martirizzato in quella località. Percorso un tratto di strada, il mulattiere sentì i ragli lamentosi del suo asino. Impressionato dal fenomeno tornò indietro e vide la bestia scuoiata venirgli incontro. Felice del recupero della bestia, le rimise addosso la pelle ma a rovescio. L'asino, così conciato, lo guidò nuovamente sulla mefite, dove era risorto miracolosamente. Tornato in quel posto il mulattiere, convinto di trovarsi di fronte a un evento straordinario, prese a scavare, pregando, tra i fanghi della mefite, dai quali affiorò il corpo intatto di un adolescente. Certo di aver scoperto il corpo di San Potito, il mulattiere compose degnamente le sacre spoglie e per commemorare l'evento prodigioso, gli ascolani presero a recarsi in pellegrinaggio sul luogo del martirio del loro Santo.

Patronati[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, vol. LXXX, Tipografia Emiliana, Venezia 1856, p. 205.
  2. ^ [1]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]