Primo Cristo della Minerva

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Primo Cristo della Minerva
Cristo portacroce michelangelo.jpg
AutoreMichelangelo Buonarroti
Data1514-1516 circa
Materialemarmo
UbicazioneMonastero di San Vincenzo, Bassano Romano
La "vena nera"

La presunta prima versione del Cristo della Minerva ormai conosciuta nel mondo come Cristo Portacroce dei Giustiniani[senza fonte], è una statua marmorea attribuita a Michelangelo Buonarroti, realizzata nel 1514-1516 circa e oggi nella chiesa del monastero di San Vincenzo a Bassano Romano.

Storia e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Bernando Cencio, canonico di San Pietro in Vaticano, Mario Scappucci, Pietro Paolo Castellano e Metello Vari commissionarono a Roma nel 1514 un Cristo risorto, da collocare nella basilica di Santa Maria sopra Minerva. L'artista lavorò alla statua con solerzia, ma una sgradevole venatura nera comparve proprio sul viso del Cristo, invalidando l'intera opera.

L'artista, che nel frattempo era rientrato a Firenze, mise mano a una seconda versione alla scadenza dei quattro anni previsti dal contratto, nel 1518, completandola e inviandola a Roma nel marzo del 1520. Accompagnò il lavoro l'allievo Pietro Urbano, che una volta sul posto portò a compimento l'opera in maniera così maldestra da allertare il maestro (sollecitato da Sebastiano del Piombo), il quale nonostante la sostituzione di Pietro con il più capace Federico Frizzi non fu soddisfatto del lavoro finito e si offrì di scolpire una terza versione. Ma il Vari non volle aspettare ulteriormente rischiando di non ottenere niente, accontendandosi dell'opera finita e chiedendo solo, come compensazione, il dono della prima versione non finita.

L'opera, accolta "come suo grandissimo onore, come fosse d'oro", venne sistemata nel suo giardino dove nel 1556 lo vide Ulisse Aldovrandi, ma poi se ne persero completamente le tracce.

Nel tempo si fecero vari tentativi di ritrovare l'opera, tutti senza successo. Parronchi (1973) sostenne ad esempio che l'opera potrebbe in realtà essere il San Sebastiano rielaborato da Nicholas Cordier nella cappella Aldobrandini in Santa Maria Sopra Minerva, fornendo un disegno ricostruttivo in cui il Cristo ha la mano destra alzata.

Solo nel 2001 è stato riscoperto nel Monastero di San Vincenzo a Bassano Romano un Cristo portacroce ritenuto opera seicentesca derivata da Michelangelo. Dopo una pulitura però che ha riscoperto la famosa venatura nera sul volto si è giunti alla conclusione che si trattasse della perduta scultura michelangiolesca. L'opera di Bassano venne acquistata sul mercato d'arte da Metello Vari che, in cambio, gli donò un cavallo. Da allora il Cristo Portacroce restò a Roma, incompiuto, nel palazzo di Metello Vari. Proprio a due passi dalla Chiesa sopra Minerva dove, vent’anni più tardi, lo stesso Michelangelo avrebbe scolpito una seconda versione del Cristo Portacroce, visibile ancora oggi.

La statua, però, era solo all’inizio della sua avventura. Nel 1607 venne venduta sul mercato antiquario e attirò l’attenzione del Marchese Vincenzo Giustiniani, mecenate e intenditore d’arte, che la volle per arricchire la sua già cospicua galleria di statue antiche. Il Marchese se l’assicurò alla modica cifra di trecento scudi, praticamente poco più del costo del marmo grezzo. Ma quelli erano gli anni della Controriforma e così un Cristo nudo era ritenuto osceno a tal punto che il Marchese decise di farla coprire con un perizoma e ultimare nelle parti mancanti. Giustiniani fece apportare qualche modifica alla parte frontale del corpo e alle labbra che, secondo il suo gusto, dovevano essere semichiuse e non serrate come le aveva precedentemente scolpite Michelangelo.


Ed è a questo punto che entra in gioco il secondo colpo di scena nella storia del Cristo Portacroce di Bassano. Per secoli, infatti, si è ritenuto che l’opera fosse stata completata da un anonimo scultore del Seicento. Fino ai giorni nostri. Fino a quando il ricercatore d’arte tedesco, professor Frommel, ipotizzò che il Marchese Giustiniani avesse affidato la rifinitura della bozza michelangiolesca a Gian Lorenzo Bernini, allora stella nascente della scultura. Per la prima volta nella storia dell’arte, dunque, la stessa opera porterebbe la firma di due geni assoluti di tutti i tempi: Michelangelo e Bernini. «Non ci sono documenti ufficiali - precisa il professor Frommel - ma c’è l’evidenza stilistica. La superficie della statua non può essere di Michelangelo e ci sono tante somiglianze tra quest’questa e quelle giovanili del Bernini. Tutta la storia resta, comunque, avvolta da un alone di mistero».

Nel 1644, dopo il completamento dell’opera, il principe Andrea Giustiniani, successore del Marchese Vincenzo, trasferì il Cristo Portacroce nella chiesa-mausoleo di famiglia, a Bassano Romano, dov’è visibile ancora oggi.

Sebbene si possa apprezzare l'impostazione anatomica e la morbida torsione che crea una figura estremamente originale, più difficile è valutare il modellato e i dettagli, poiché è probabile che la statua fosse stata lasciata a uno stadio non-finito da Michelangelo e completata solo in seguito, da un altro artista, magari molti anni dopo. Intanto la statua è stata esposta in diverse mostre, sia in Italia che all'estero, le più importanti a Berlino, a Londra, in Messico o ai Musei Capitolini di Roma.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Umberto Baldini, Michelangelo scultore, Rizzoli, Milano 1973, pag. 98-100.

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