New American Cinema Group

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« Non vogliamo film mistificatori, ben fatti, persuasivi, ma grezzi e mal fatti, purché vitali. Siamo contro il cinema roseo, siamo per il cinema rosso sangue... Oggi la nostra ribellione contro il vecchio, l’ufficiale, il corrotto è innanzitutto di carattere etico... Siamo interessati all’uomo. Siamo interessati a quel che succede nell’uomo. »
(Jonas Mekas)
logo della Film-Makers' Cooperative, disegnato dal filmmaker Stan VanDerBeek.

L'etichetta New American Cinema Group, nata nel 1960, riuniva registi indipendenti di cinema sperimentale di New York, aderenti al Manifesto del New American Cinema Group elaborato da Jonas Mekas. Il manifesto era caratterizzato da un'aperta opposizione etica ed estetica all'industria hollywoodiana e dalla volontà di creare un tessuto distributivo alternativo a quello delle major[1]. A tale scopo, nel 1962, il gruppo costituì la New York Film-Makers' Cooperative[2].

Il termine New American Cinema fu poi adottato dalla critica per descrivere tutte quelle forme di cinema americano degli anni '60 non in linea con i principi estetici e linguistici del cinema hollywoodiano.

Caratteristiche generali[modifica | modifica wikitesto]

La denominazione "New American Cinema" raccoglie due principali schieramenti: i 'nuovi' indipendenti che intendono agire autonomamente sul piano produttivo ed artistico rispetto alle strangolanti leggi dell'industria culturale, e i registi della tendenza più radicalmente sperimentale che vedono nei film la realizzazione di un lavoro strettamente personale e poetico. Le opere dei primi, che comprendono The Connection (tratto dall'opera teatrale di Jack Gelber "Il contatto", 1962) di Shirley Clarke, Pull My Daisy (Cogli la mia margherita, 1959, film che si avvale della collaborazione di Jack Kerouac e dell'interpretazione di Allen Ginsberg, Peter Orlovsky e Gregory Corso) di Robert Frank e Alfred Leslie, Guns of the Trees (I fucili degli alberi, 1962) di Jonas Mekas e Hallelujah the Hill (I magnifici idioti, 1963) di Jonas e Adolphas Mekas, hanno una matrice realistica che si collega al cinema diretto e hanno forti legami con i principali fenomeni dell'arte contemporanea americana. Il secondo gruppo, composto da registi come Stan Brakhage, Robert Breer, Gregory Markopoulos, Ron Rice e James Broughton, si muove invece sviluppando tematiche e stili collegati alle avanguardie storiche.

Storia del New American Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Le origini: Dalle avanguardie europee alla nascita del cinema sperimentale americano[modifica | modifica wikitesto]

Il filmaker lituano Jonas Mekas, uno di fondatori della New York Film-Makers' Cooperative

La corrente si rifà alla tradizione cinematografica delle avanguardie europea degli anni venti, ma anche al cinema sperimentale precedente, formatasi negli Stati Uniti durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale per merito di autori come Maya Deren, Stan Brakhage e Kenneth Anger.

1960: Nascita del New American Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Più avanti si avvicinano al New American Cinema artisti come Andy Warhol e musicisti e poeti della Beat Generation.

Proiezioni e distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Questo tipo di cinema, definito "underground" per la sua affascinante esistenza sotterranea, si sviluppa all'interno ad una sorta di contro-sistema, sia a livello culturale e di produzione che a livello di etica e di estetica.

Il genere si diffonde negli Stati Uniti e all'estero attraverso riviste teoriche come Film Culture, il centro unificatore del cinema underground newyorkese, e con la nascita di istituzioni quali la FilmMakers'Cooperative e l'Indipendent Film Award.

Influenze successive[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni settanta, l'approccio di autonomia artistica e produttiva degli artefici del New American Cinema influenza una serie di autori della New Hollywood, che rinnovano il cinema hollywoodiano, come George Lucas, John Milius e Francis Ford Coppola.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ David Bordwell; Kristin Thompson, Storia del cinema e dei film - Dal dopoguerra a oggi, Editrice Il Castoro, 1998
  2. ^ Antonio Costa, Saper vedere il cinema, Bompiani, 1985

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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