Nerina De Walderstein

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Nerina De Walderstein (Trieste, 9 luglio 1925Trieste, 15 febbraio 2011) è stata una partigiana italiana, superstite del campo di concentramento di Auschwitz.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

De Walderstein discende da una famiglia antifascista militante ed entrò nella Resistenza giovanissima.[1]

Insieme a suo fratello faceva parte del gruppo della GAP di Venezia. Il 23 marzo 1944 venne arrestata a Trieste e rinchiusa a Villa Triste, dove fu interrogata e torturata dai nazifascisti. In seguito fu portata alle prigioni dei Gesuiti e al carcere del Coroneo, dove subì altre torture.

Il 21 giugno 1944 venne deportata al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau ed immatricolata con il numero 82132.

Dopo esser stata portata ad Auschwitz 1 e a Birkenau il 10 ottobre 1944 fu trasferita al campo di concentramento di Flossenbürg e alla fine alla fabbrica di lampadine OSRAM a Plauen. Prima della partenza verso Flossenbürg, De Walderstein difese due bambine dalle SS e venne ferita alla testa dal calcio del fucile di un SS per difendere una di loro.[2]

In seguito al bombardamento della fabbrica dagli Alleati, De Walderstein e le sue compagne furono liberate. Insieme ad un gruppo di superstiti fuggì da un campo di smistamento e tornò in Italia senza assistenza.

Tra i sopravvissuti del campo poté tornare in Italia soltanto nell'estate del 1946, quando a Trieste (sotto governo anglo-americano) erano ancora in corso manifestazioni per determinare lo “status” della città. Debilitata dalla prigionia Nerina, che era uscita di casa per prendere una boccata d'aria, si trovò sul percorso di uno dei cortei e vedendola gli uomini della polizia civile istituita dal governo militare alleato la arrestarono e la trattennero in carcere per un mese, senza neppure avvisare la famiglia.

Si scoprì in seguito che uno di quei poliziotti alle dipendenze degli Alleati, aveva fatto parte della “Banda Collotti”.

Fin dagli anni cinquanta è stata molto attiva nello svolgere incessante attività di testimone delle deportazioni e morti in Germania, soprattutto con i giovani. Infatti, prima di ammalarsi, aveva dedicato i suoi ultimi anni a girare nelle scuole (non soltanto in quelle della sua regione), per parlare con gli studenti della sua drammatica esperienza e per tenere alti i valori dell'antifascismo.

Nel 1952 ha trafugato delle ceneri da un forno crematorio di Birkenau, che oggi si trovano al museo della Risiera di San Sabba di Trieste.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Se non indicato diversamente, tutte le informazioni sono tratte dalla sua testimonianza su RAI Educational (vedi “Collegamenti esterni”)
  2. ^ Gabriella Nocentini: Tutto questo va detto. La deportazione di Maria Rudolf, Portogruaro: nuova dimensione 2008, ISBN 9788889100554, p. 26-27

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]