Macario di Collesano

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San Macario di Collesano

Abate

Nascita  ?
Morte 1005
Venerato da Chiesa cattolica
Ricorrenza 16 dicembre
Attributi Mitra e Pastorale.
Patrono di Oliveto Citra[1]

Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, ... – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica.

Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo.

Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell'827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo.

Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l'VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia.[2] Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]

Per quanto riguarda l'onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l'intero territorio dell'Italia meridionale rimasero possedimenti dell'Impero d'oriente fino alla conquista normanna.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La famiglia[modifica | modifica wikitesto]

San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d'accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile.

In altre contrade[modifica | modifica wikitesto]

Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d'Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie.[3]

Mancano documenti diretti che parlino della permanenza e della morte di San Macario nel territorio del Comune di Oliveto Citra.

La scelta di Oliveto Citra[modifica | modifica wikitesto]

È legittimo accettare la ininterrotta tradizione secondo cui Oliveto fu scelto come luogo ideale per un rapporto intenso e diretto con Dio, da parte di San Macario, e poi come custode dei suoi resti mortali. Questa tradizione, mai contraddetta, è avvalorata anche dai siti religiosi che hanno ospitato le sue reliquie e dai documenti che trattano sia dell'accoglienza trionfale delle medesime (1517) nella chiesa annessa al convento francescano Santa Maria del Paradiso, sia della ricognizione delle stesse Reliquie negli anni 1632 e 1845.[4] Probabilmente la mancanza di documenti è spiegata dallo smarrimento di tanti documenti a causa del trasporto frettoloso dei testi della biblioteca del convento ad altri conventi della provincia francescana di Salerno, in seguito alla soppressione del convento medesimo, alla soppressione napoleonica del 1811 ed infine alla Legge eversiva dell'asse ecclesiastico del 1866.[5]

Dalla relazione di un certo Padre Buonaventura da Mercogliano si viene a conoscenza che fu il guardiano dell'epoca, Padre Bernardino Maurella da Oliveto, a chiedere ed ottenere l'autorizzazione da parte di Papa Leone X dal trasferimento delle reliquie di San Macario dalla chiesa di San Pietro a quella di Santa Maria del Paradiso. Della chiesa di San Pietro il testo latino parla di chiesa ...quasi diruta de cursu temporis, cioè quasi distrutta per il trascorrere degli anni, dov'erano conservate le reliquie di San Macario irreligiose et irriverenter, cioè senza alcuna devozione e cura. Quindi è nel 1517, probabilmente il 24 maggio, che avvenne la traslazione del corpo di San Macario con grande concorso di popolo anche dei paesi circostanti e la partecipazione delle autorità e del clero locale e di tutta la comunità del convento.[6] Una volta ospitate le reliquie di San Macario nell'imponente chiesa di Santa Maria del Paradiso, nel corso degli anni, si provvide anche a costruire un ampio cappellone con un altare sormontato da colonne e timpano, non marmorei, in stile barocco.

La ricognizione delle reliquie del santo[modifica | modifica wikitesto]

A proposito delle ricognizioni delle reliquie di San Macario, il 10 gennaio 1845 il sindaco dell'epoca, Nicola Cappetta, chiese all'Arcivescovo di Conza, Monsignor Leone Ciampa, di autorizzare l'Arciprete o un altro sacerdote ad eseguire la ricognizione del corpo di San Macario. Il 18 gennaio dello stesso anno, l'arcivescovo, autorizzava l'arciprete, unitamente a due altri sacerdoti scelti a suo piacimento, a «...rivisitare le ossa del glorioso San Macario». Finalmente il 25 gennaio l'arciprete Giuseppe Nicastro, assistito da Don Giovanni Pietro Greco e Don Gaetano Cappetta, eseguirono la tanto richiesta ricognizione delle Reliquie. Il documento citato scende nei particolari di questa delicata operazione affermando che vennero ritrovate due cassette, una di legno, consumata dal tempo, con un osso dell'avambraccio, la testa, e l'omero e un'altra cassetta di ottone ermeticamente chiusa all'interno della quale vi erano una veste di guanciale contenente parte della tibia e altri resti non meglio identificati. Però fu trovato un documento che verbalizzava la precedente ricognizione avvenuta il 24 luglio 1652 alla presenza del guardiano dell'epoca, Padre Francesco di Torella. Il 2 marzo 1852 fu dato incarico al guardiano Padre Francesco d'Andretta di riporre le reliquie riconosciute nel 1845 nella nuova statua argentea a mezzo busto. Così indirettamente conosciamo anche la data in cui fu realizzata la statua del nostro patrono, attualmente oggetto di venerazione e di culto.[7] La devozione a San Macario si è radicata e manifestata perché le popolazioni locali lo hanno invocato per la guarigione di diverse malattie, per la liberazione degli ossessi, e per avere il tempo propizio per la semina e per la raccolta dei diversi frutti della terra.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A Oliveto Citra la festività patronale ricorre il 24 maggio.
  2. ^ Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra
  3. ^ Le notizie biografiche riguardanti San Macario sono parallele a quelle di San Saba e riferite dal primo biografo di questi Salvatore Oreste.
  4. ^ Le sue reliquie sono conservate nella chiesa di Santa Maria della Misericordia ad Oliveto Citra (provincia di Salerno) racchiuse in un busto bronzeo.
  5. ^ Padre Teofilo M. Giordano, I francescani nella storia di Oliveto Citra, ed. Cecom, Bracigliano (SA), 1990, VI capitolo
  6. ^ Sempre lo stesso documento latino pone la Chiesa di San Pietro intra Oliveti oppidum cioè entro la cinta muraria del paese. Però la Cronista Conzana, scritta nel 1690 da Donatantonio Castellano, nativo di Bagnoli Irpino (cap. X pag. 122), nell'elenco delle Chiese di Oliveto nomina una chiesa dedicata a San Pietro de Pestiniano e un'altra dedicata a San Pietro Venatore «... entro cui vi è la cella di San Macario». Stando alla testimonianza del Castellano siamo autorizzati a non tradurre letteralmente l'espressione latina del suddetto documento intra Oliveti oppidum come se la chiesa di San Pietro non fosse una chiesetta rurale, ma urbana. L'aggettivo venatore può far pensare ad un luogo di caccia e non a caso parte dell'attuale località San Macario è chiamata anche "Passeri".
  7. ^ San Macario abitualmente viene insignito del titolo di Abate, inteso come capo di una comunità e maestro di vita spirituale perché trattasi di monaco di epoca bizantina. Invece l'abate di un'abbazia benedettina poteva e può essere consacrato vescovo in quanto ad un'abbazia poteva essere affidata la cura pastorale di alcune parrocchie e perché l'abate aveva la necessità di consacrare sacerdoti alcuni monaci. Poiché le succitate chiese, custodi delle reliquie di san Macario, sono di rito latino, è prevalsa la rappresentazione iconografica del santo patrono con le insegne tipiche di un vescovo od abate di rito latino.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]