Lina Mangiacapre

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Lina Mangiacapre

Lina Mangiacapre, vero nome Carmela (Napoli, 1946Napoli, 23 maggio 2002), è stata un'artista italiana.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Belvedere intitolato a Lina Mangiacapre in via Posilippo, Napoli

Nasce a Napoli da una famiglia appartenente alla medio-alta borghesia. Durante gli anni degli studi universitari, incontra la contestazione studentesca e la rivolta femminista[1], che descriverà più tardi come "una grande rivoluzione culturale in cui i contenuti del passato e il provincialismo di una cultura chiusa venivano messi in discussione, quasi una grande risata; in questo senso il Sessantotto appare come un momento romantico”.[2] Ricordando la sua formazione, la Mangiacapre racconta come per lei il Sessantotto ha significato "eliminare caste e rigidità, che ancora c’erano tra gli intellettuali e la gente che lavorava: operai, artigiani e là ho trovato la mia passione filosofica".[2]

Si laurea in filosofia e inizia l'attività di pittrice con lo pseudonimo di Màlina[3]. Nel 1970 fonda il gruppo femminista Le Nemesiache[1], in omaggio a Nemesi[4], adottandone il nome e cimentandosi in differenti forme espressive.

Nel 1972 compone la prima opera teatrale femminista “Cenerella”, che trascrive successivamente anche per il cinema con l'omonimo titolo. Nel 1976 realizza e dirige, insieme con il gruppo delle “Nemesiache”, la Rassegna del Cinema Femminista di Sorrento[3].

Nel 1977 fonda la cooperativa culturale “Le tre Ghinee”, con lo scopo di affermare la creazione artistica femminile.

Nel 1986 dirige il lungometraggio Didone non è morta[5] e nel 1987 crea il premio cinematografico “Elvira Notari[3], assegnato fino al 2001 da una giuria da lei presieduta alla Mostra di Venezia, al film della rassegna maggiormente capace di mettere in rilievo l'immagine della donna protagonista nella storia.[4] Dopo la sua morte il premio è stato intitolato “Premio Lina Mangiacapre”[6]. Sempre dal 1987 fonda e dirige “Manifesta”, trimestrale di cinema, teoria, cultura.

Nel 1990 la Presidenza del Consiglio dei Ministri le assegna il Premio per la Cultura e l'anno successivo esce il suo secondo lungometraggio “Faust/Fausta”, tratto dal suo romanzo omonimo[7]. Nel 1993 dirige, su sceneggiatura di Luciano Crovato, Donna di cuori[8].

Nel 1996, per i 50 anni del voto alle donne, realizza per la presidenza del Consiglio dei Ministri lo spot Da elettrici ad elette[9][10].

Ha scritto per quotidiani e riviste, tra cui L'Unità, Paese sera, Quotidiano donna, Effe, Femmes en Mouvement[1].

Come fondatrice delle “Nemesiache” e della cooperativa “Le 3 Ghinee” (successivamente associazione), ha autopubblicato alcuni libri e partecipato all'iter costitutivo della “Casa Internazionale delle donne” a Roma. Tra le collaboratrici de “Il Foglio del Paese delle donne” e tra le curatrici del premio di scrittura femminile “Il Paese delle donne”.

Muore il 23 maggio 2002 a Napoli.

Nel 2004 l'Associazione Le Tre Ghinee/Nemesiache organizza una mostra sulla sua produzione pittorica a Capri pubblicando poi il catalogo dall'omonimo titolo Dipingere la Poesia[11].

Nel 2015 esce il documentario biografico Lina Mangiacapre - Artista del femminismo, diretto da Nadia Pizzuti, che ne ricostruisce pensiero e opera attraverso materiali di repertorio[12][13].

Il primo aprile 2017 il comune di Napoli ha intitolato il belvedere di via Posillipo, all'altezza del civico 44, alla memoria di Lina Mangiacapre[14][15].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Per il teatro scrive e mette in scena:

  • Cenerella (1973/1975)
  • Prigioniere politiche (1978)
  • Faro (1979)
  • Per Ofelia (1980)
  • Eliogabalo (1982)
  • Eleniade (Premio Fondi La Pastora – 1983)
  • Biancaneve (1984)
  • Viaggio nel mito di Capri (1992)

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

  • Cenerella (1974)
  • Autocoscienza (1976)
  • Antistrip (1976)
  • Le Sibille (1977), premiata per la miglior regia al Festival di Fantascienza di Trieste
  • Follia come poesia (1977/79), girato con le pazienti della sesta divisione dell’ex ospedale psichiatrico “Frullone” di Napoli
  • Ricciocapriccio (1981), favola multimediale

Pubblicazioni[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Alessandra Pigliaru, Regina delle Amazzoni postumana, su ilmanifesto.it. URL consultato il 6 aprile 2017.
  2. ^ a b Ruotolo
  3. ^ a b c Poppi, p. 262
  4. ^ a b Donne di Napoli
  5. ^ Didone? Una femminista, in Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2017.
  6. ^ Women and the Reinvention of the Political: Feminism in Italy, 1968-1983, Taylor & Francis, p. 295, ISBN 978-1-317-67411-5.
  7. ^ Enrico Lancia, Dizionario del cinema italiano, Gremese Editore, 1991, p. 258, ISBN 978-88-8440-085-7.
  8. ^ Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei film, Milano, Baldini e Castoldi - Dalai editore, 2011, p. 1009.
  9. ^ Lina Mangiacapre – Artista del Femminismo ad Astradoc, su www.unina.it. URL consultato il 13 aprile 2017.
  10. ^ Piera Mattei, L'immaginazione critica, p. 101, ISBN 978-88-903032-1-0.
  11. ^ Associazione Le Tre Ghinee/Nemesiache, Lina Mangiacapre : dipingere la poesia, Napoli, Altrastampa, 2004.
  12. ^ Lina Mangiacapre - Artista del Femminismo (2015), di Nadia Pizzuti - CinemaItaliano.info, su su CinemaItaliano.info. URL consultato il 6 aprile 2017.
  13. ^ Lina Mangiacapre, in MYmovies.it, Mo-Net Srl.
  14. ^ InfoNapoli24 - Napoli: da oggi in via Posillipo all'altezza del civico 44 c'è il 'Belvedere Lina Mangiacapre', su www.infonapoli24.it. URL consultato il 6 aprile 2017.
  15. ^ Napoli intitola un belvedere a Lina Mangiacapre – Il paese delle donne on line – rivista, su www.womenews.net. URL consultato il 7 aprile 2017.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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