Giusto de' Menabuoi

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Cupola del Battistero di Padova, dettaglio, 1375-1378

Giusto de' Menabuoi (Firenze, 1330 circa – Padova, 1390 circa) è stato un pittore italiano.

Di probabile ma non documentata formazione giottesca, interpretata in senso soprattutto coloristico, divenne pittore alla corte dei Da Carrara. Perseguendo uno stile proprio, arcaizzante e lontano dalle cadenze gotiche e dal realismo dei contemporanei Altichiero e Jacopo Avanzi, non lascerà traccia nello sviluppo della successiva pittura veneta.[1]

Biografia e opere[modifica | modifica wikitesto]

Abbazia di Viboldone - Giudizio Universale.
Virtù, cappella Cortellieri, chiesa degli Eremitani, Padova.
Battistero di Padova (nell'abside il Polittico).
Basilica di Sant'Antonio, Cappella del Beato Luca Belludi.

Trascorse la giovinezza in Toscana, forse formandosi nella cerchia di Maso di Banco (uno dei più fedeli e acuti giotteschi); a partire dal 1348 la sua attività è documentata in Lombardia e a Padova.

La prima opera lombarda del Menabuoi è costituita dagli affreschi eseguiti per l'Ordine degli umiliati in Santa Maria di Brera a Milano, di cui restano, nel sottarco di ingresso della penultima campata (ora un'aula dell'Accademia di Brera) ed entro spazi esagonali e polilobati, busti di Santi e Profeti. La sua mano venne riconosciuta anche nel Giudizio universale dipinto nella campata antistante la zona absidale della chiesa abbaziale di Viboldone, un lavoro databile al 1349 che sembra presupporre una precisa conoscenza del Giotto padovano e quindi un precedente viaggio del Menabuoi a Padova, dove già avrebbe avuto modo di conoscere l'opera del Guariento e di Paolo Veneziano.[2]

La sua prima opera datata è il Polittico commissionato da suor Isotta Terzaghi nel 1363, ormai smembrato. Vi si trovava al centro una Madonna in trono con Bambino dalla volumetria solida ma ottenuta attraverso colori sfumati capaci di collocare la figura in una dimensione astratta e fuori del tempo. Del 1367 è un tabernacolo con Incoronazione, Annunciazione, Natività e Crocifissione recante sul retro della tavola centrale un'iscrizione che colloca l'opera tra le commissioni milanesi di Giusto.[2]

Si spostò poi a Padova: suoi gli affreschi nella Chiesa degli Eremitani, datati a partire dal 1370 (Cappella Cortellieri), con le raffigurazioni delle Virtù e delle Arti liberali, lavoro di cui restano solo pochi lacerti. Nel 1373 sempre agli Eremitani lavorò alla cappella del capitano tedesco Enrico Spisser dove restano di sua mano una Madonna offerente e alcuni Santi. Probabilmente contemporanea è la Madonna col Bambino che Giusto dipinse nel coro della cappella degli Scrovegni.[3]

Tra il 1375 e il 1378 eseguì la decorazione ad affresco del Battistero di Padova commissionata da Fina Buzzaccarini, moglie di Francesco I da Carrara, la quale intendeva adibire l'edificio a mausoleo di famiglia. Rispetto alle esperienze precedenti si accentuano talune ordinate fissità romaniche e bizantine, come nel grande Paradiso della cupola, dove la scena si organizza attorno a un Cristo Pantocratore circondato da un'ipnotica raggiera di angeli e santi, le cui aureole disposte in file ordinate ricordano, guardate dal basso, le punzonature di una magnifica oreficeria. Nel tamburo Giusto dipinse Storie della Genesi, sui pennacchi i Profeti ed Evangelisti, dimostrando un estro meno bizantino attraverso sapienti approfondimenti prospettici. Anche nelle Storie di Cristo e del Battista dipinte sulle pareti compaiono architetture finemente calcolate, dove il pittore inserì le sue solenni e statiche immagini. Più libera appare invece la raffigurazione negli episodi di contorno, come nelle Nozze di Cana, dove una schiera di servitori si muove con naturalezza nella stanza, a differenza degli statici commensali. Dall'analisi di queste scelte stilistiche si evince come l'uso o meno di effetti retrò fosse per Giusto elemento formale volutamente perseguito a fini espressivi e simbolici: egli è forse l'unico pittore del Trecento in grado di scegliere, via via e consapevolmente, quale linguaggio adoperare. La decorazione della piccola abside del battistero comprende sia gli affreschi con scene dell'Apocalisse, sia un prezioso Polittico organizzato su tre ordini ai quali si aggiunge la predella: all'interno della cornice gotica si dispongono la Madonna col Bambino al centro, ai lati 12 scene con storie di san Giovanni Battista, figure di santi nel registro più alto e nella predella gli stemmi dei committenti, mezze figure di Apostoli e al centro una Pietà.[1]

Nella Basilica di Sant'Antonio, forse verso il 1380, Giusto dipinse il delicatissimo affresco della tomba da Vigonza con l'Incoronazione della Vergine, i Santi protettori della famiglia e i ritratti di Niccolò e Bolzanello da Vigonza nell'arcosolio, busti di Profeti nel sottarco e una Annunciazione sulla facciata esterna dell'arco.

Negli affreschi della Cappella Belludi (chiamata anche Cappella dei Santi Filippo e Giacomo il Minore o Cappella dei Conti) nella Basilica del Santo (1382) Giusto si avvicinò allo stile di Altichiero. La decorazione è la sua ultima testimonianza rimasta; vi sono rappresentate le storie dei Santi Giacomo e Filippo e del Beato Luca Belludi con un colore più cupo e composizioni più affollate e variate nei gesti e nelle espressioni, con una maggiore attenzione al realismo della rappresentazione. Le fonti ricordano che Giusto decorò, attorno al 1394, nella chiesa di San Benedetto, la cappella di san Ludovico, distrutta durante l'ultima guerra, con episodi dell'Apocalisse. Ancora a Giusto e alla sua cerchia si attribuiscono un trittico reliquiario conservato presso l'Abbazia di Montecassino e la decorazione a fresco della chiesa di san Francesco a Curtarolo, in Provincia di Padova.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b d'Arcais, pp. 164-169.
  2. ^ a b c Castelnuovo, p. 583.
  3. ^ Sorce, ad vocem.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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