Giuseppe Chiot

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Monumento a mons. Giuseppe Chiot, opera di Vittore Bocchetta, nel largo don Giuseppe Chiot a Verona

Giuseppe Chiot (Ala, 13 luglio 1879Verona, 16 marzo 1960) è stato un presbitero italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Ordinato sacerdote nel 1902, fu parroco della Chiesa di San Luca (Verona) dal 1914 divenendo nel contempo cappellano del Carcere degli Scalzi, incarico che mantenne fino al 1946. Durante la sua attività di cappellano del carcere si interessò dei problemi dei reclusi favorendo iniziative culturali e lavorative come mezzo di rieducazione e di riscatto.

Dall'ottobre 1943 al gennaio 1944 fu vicino a Galeazzo Ciano e agli altri gerarchi fascisti condannati nel Processo di Verona e li assistette al momento della fucilazione l'11 gennaio 1944.[1] In un filmato dell'epoca dell'Istituto Luce si vede Chiot a Forte San Procolo durante l'esecuzione e poi mentre si china per chiudere gli occhi e benedire il corpo di due dei fucilati. Ci sono anche ricostruzioni cinematografiche e televisive in cui Chiot appare come personaggio.[2] Nel periodo successivo alla fucilazione Chiot fu chiamato più volte da Mussolini, che risiedeva allora a Gargnano, per conoscere nei dettagli gli ultimi attimi di vita del genero Galeazzo Ciano.[3]

A Verona una lapide che ricorda Giuseppe Chiot si trova nell'atrio dell'ingresso principale della chiesa di San Luca[4] ed esiste la scuola primaria “Monsignor Chiot” in via Arnolfo di Cambio. Un monumento che ritrae il cappellano in atteggiamento di ascolto tra due pietre bianche[5] è dal 1989 nel largo don Giuseppe Chiot di fronte al luogo dove si trovava il carcere degli Scalzi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Molti particolari sulla pietà e l'umanità di don Chiot sono riportati da Giuseppe Silvestri che fu detenuto nel carcere degli Scalzi nel 1943-1944. Vedi Giuseppe Silvestri, Albergo agli Scalzi, Vicenza, Neri Pozza, 1963.
  2. ^ Nel film Il processo di Verona di Carlo Lizzani del 1963, Chiot è interpretato dall'attore Umberto Raho. Per la ricostruzione degli avvenimenti e i dettagli sui costumi Lizzani si avvalse delle testimonianze, fra gli altri, dello stesso Chiot e del frate francescano Dionisio Zilli che fornirono l'assistenza spirituale ai cinque condannati a morte e ne eseguirono le ultime volontà. Vedi Carlo Lizzani, Il processo di Verona, a cura di Antonio Savignano, Bologna, Cappelli, 1963 e Cristina Ortolani, Tipologie vs caratteri. Riflessioni sull'uso delle fonti documentarie nei costumi di due film di Carlo Lizzani in Carlo Lizzani. Cinema, storia e storia del cinema, a cura di Gualtiero De Santi e Bernardo Valli, Napoli, Liguori Editore, 2007, pagine 103-121.
  3. ^ La circostanza, come riportato dallo storico Silvio Bertoldi, fu anche utilizzata a sostegno della possibile conversione di Mussolini alla fede cattolica. Tuttavia Bertoldi riferisce: “Il duce parlò con Chiot di problemi della fede, di rimpianti per non aver creduto. Ma a me il monsignore, che conoscevo bene, smentì di aver confessato o comunicato il duce. Per Chiot la conversione di Mussolini sarebbe stata una grande vittoria: me lo avrebbe detto". Vedi Corriere della Sera, 15 gennaio 1994, pagina 13.
  4. ^ Questo è il testo della lapide: "Prevalse con lui all'infamia l'onore - all'odio l'amore - alla violenza l'immensa pietà".
  5. ^ Il monumento è opera dello scultore Vittore Bocchetta che ebbe modo di conoscere Chiot durante due detenzioni nel carcere degli Scalzi tra il dicembre 1943 e il luglio 1944. Vedi Vittore Bocchetta, 1940-1945 Quinquennio Infame, Verona, Edizioni Gielle, 1991