Consiglio Iracheno degli Ulema

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al-Majima al-Faqahi al-Iraqi
الامام ابو حنيفة النعمان.jpg
Tipoautorità religiosa
PresidenteDr. Ahmed Hasan al-Taha
PortavoceDr. Abdul Sattar Abdul Jabbar
SedeBaghdad
Indirizzomoschea al-Imam al-a'Dham[1]
Sito websunniaffairs

Il Consiglio giuridico iracheno degli ulema per la predicazione e le fatwe (in arabo: al-Mujamma’ al-Fiqhi li-Kibar ‘Ulama al-‘Iraq li-l-Da’wa wa-l-Ifta’) è l'associazione dei giuristi islamici iracheni sunniti,[1] fondata nel 2012.[2]

La sua sede è a Baghdad presso la moschea al-Imam al-a'Dham[1], una delle più prestigiose in Iraq, costruita presso la tomba di Abu Hanifa, fondatore di una delle quattro scuole giuridiche del sunnismo.[1]

Il portavoce e direttore esecutivo dell'associazione è il Dr. Ahmed Hasan al-Taha,[1][3][4][5] mentre tra i suoi membri vi è il Dr. Abdul Sattar Abdul Jabbar.[6]

Consiglio iracheno degli ulema (2007)[modifica | modifica wikitesto]

A seguito delle elezioni generali irachene del 2005, la posizione di rifiuto delle istituzioni irachene sorte dalla guerra, espressa dall'Associazione degli ulema islamici (AMSI), apparve minoritaria nel Paese, non rappresentando neanche la totalità degli arabi sunniti iracheni.[7] Pertanto, mentre la direzione di tale associazione, presieduta da Harith al-Dhari, continuò a sostenere la legittima resistenza irachena,[8] altri ulema si allontanarono dalla linea ufficiale dell'associazione, riconoscendo le nuove istituzioni e avvicinandosi al Partito Islamico Iracheno, quale principale forza politica sunnita rappresentata nelle istituzioni.

Tra questi, sheikh Ahmed Abdul-Ghafur fu nominato nell'agosto 2005 alla presidenza dell'Ufficio degli Awqaf sunniti, istituito nel 2003 con la funzione di gestire le moschee in precedenza controllate dall'AMSI.[7] Sheikh Ahmed Abdul-Ghafur fu tra i sostenitori delle forze militari sunnite Sahwa che combatterono al-Qaida in Iraq e sconfissero la resistenza irachena.[9]

A seguito dell'emissione di un mandato di arresto del governo contro Harith al-Dhari, per la sua legittimazione della resistenza (novembre 2006),[9] oltre 60 ulema iracheni, guidati dallo sheikh Abdul Malik al-Saadi, si riunirono ad Amman nell'aprile 2007 formando un nuovo Consiglio di giuristi iracheni, alternativo all'AMSI. Sheikh Ahmed Abdul-Ghafur, quale presidente dell'Ufficio degli Awqaf sunniti e imam della moschea Umm al-Qura, ne fu il portavoce a Baghdad.[9]

Nel novembre 2007, l'Ufficio del Waqf sunnita fece chiudere la sede dell'AMSI nella moschea Umm al-Qura di Baghdad, a causa della sua contiguità con al-Qaida in Iraq,[9] e si sostituì ad essa, stabilendovi la propria sede[10][11] e svolgendo anche una funzione di moderazione culturale.[12]

Il presidente Abdul-Ghafur divenne noto per i suoi sermoni contro i terroristi di al-Qaida,[13][14] mentre il ruolo di orientamento culturale ai predicatori delle moschee fu svolto da Khaled al-Fahdawi.[12] Fahdawi, un parlamentare per il governatorato di al-Anbar nella coalizione Iraqiyya, venne ucciso nell'agosto 2011 in un attentato contro la sede del Waqf, attribuito ad al-Qaida.[10][11][13][14][15]

Consiglio iracheno degli ulema (2012)[modifica | modifica wikitesto]

Moschea di Abu Hanifa, nel quartiere a maggioranza sunnita di Al-A'zamiyya a Baghdad, sede del Consiglio del Fiqh[16].

Nonostante un'associazione di ulema iracheni esistesse in modo informale dal 2007, soltanto nel 2012 essa si costituì in modo ufficiale con una lista di membri e un proprio Statuto, in cui si definiva un organo indipendente dallo Stato.[2] Il presidente fu lo sheikh Ahmed Hasan al-Taha.[16][17]

Il Consiglio degli ulema venne ufficialmente riconosciuto dalla legge n.56 dell'ottobre 2012 del Parlamento iracheno, che, nel disciplinare il sovvenzionamento pubblico degli Awqaf sunniti,[2] riconosceva all'associazione il diritto di veto sulla nomina del presidente del Waqf sunnita.[2]

Politicamente, il Consiglio era contiguo al Partito Islamico Iracheno, ed appoggiò il movimento di protesta sunnita "Hirak", che chiedeva le dimissioni del premier sciita Nuri al-Maliki e la costituzione di una regione autonoma nei sei governatorati sunniti[2] (istanza raccolta dalla coalizione elettorale Mutahidun), sebbene una parte dei manifestanti, facente capo allo sheikh Abdul Malik al-Saadi, contestava la legittimità di tale associazione e si opponeva alla creazione di una regione autonoma sunnita in quanto rivendicava la supremazia sull'intero Iraq.[2]

A seguito delle elezioni provinciali del 20 aprile 2013, una manifestazione pacifica di protesta ad Hawija, presso Kirkuk, il 23 aprile, fu repressa dall'esercito iracheno causando oltre 40 morti, aprendo una serie di scontri tra tribù sunnite ed esercito nei giorni seguenti. Lo sheikh al-Saadi, da Amman, dichiarò la legittimità dell'autodifesa armata da parte dei manifestanti,[18] ed, allorché gli scontri si estesero ad altre province, invitò i soldati dell'esercito iracheno a disertare e prendere le parti dei manifestanti, indicando come esempio quanto avvenuto in Siria.[19]

Il Consiglio degli ulema, d'altra parte, con una fatwā del maggio 2013, riconobbe la liceità della richiesta di una regione autonoma composta dai sei governatorati sunniti, continuando a sostenere i manifestanti pur in disaccordo con lo sheikh al-Saadi quanto agli obiettivi delle proteste,[2] e nel novembre 2013 non si oppose alla decisione del premier Nuri al-Maliki di sospendere Ahmad Abdul-Ghafur al-Samarrai dalla presidenza dell'Ufficio del Waqf sunnita.[2]

Nei mesi seguenti, le proteste si trasformarono in una rivolta armata nel governatorato di al-Anbar, legittimata dal Gran Mufti di Erbil, Rafi al-Rifai,[20] e dal Consiglio degli ulema di Amman, dello sheikh al-Saadi.[21] I ribelli consideravano il premier Nuri al-Maliki alla stregua di un dittatore da abbattere e si riferivano agli eventi come ad una "rivoluzione".[21][22] Le rivolte armate si propagarono anche nei governatorati di Ninive e Salah ed-Din.[21] Il Consiglio degli ulema non condannò le violenze, attribuendone la responsabilità alla repressione del governo e ponendosi anch'esso in contiguità con gli insorti.[2]

A seguito dell'emergere dell'ISIS quale gruppo egemone tra gli insorti, esso fu condannato da importanti autorità internazionali dell'islam sunnita, ed anche lo sheikh Abdul-Latif al-Humaym, a nome degli ulema iracheni, prese le distanze da questo gruppo,[23] mentre i leader delle proteste evidenziavano la necessità di difendersi prioritariamente dall'esercito iracheno e l'inopportunità di combattere militarmente anche l'ISIS.[24]

Il Consiglio degli ulema ha in seguito condannato gli attentati terroristici dell'ISIS,[25] ha partecipato a incontri internazionali per sostenere l'unità dei musulmani,[26][27] ed ha collaborato con le Nazioni Unite per investigare sui crimini commessi dall'ISIS.[28]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Abdulwahhab Ahmed al-Taha al-Sammaraee, su archive.santegidio.org, settembre 2017. URL consultato il 15 marzo 2019.
  2. ^ a b c d e f g h i The Sunni Religious Leadership in Iraq, su hudson.org, giugno 2018. URL consultato il 17 gennaio 2019.
  3. ^ Assisi : sete di pace (PANEL 18 Iraq: Ending the Crisis) (PDF), su sanfrancescopatronoditalia.it, 12 settembre 2016. URL consultato il 15 marzo 2019.
  4. ^ A Delegation from the (Iraqi Fiqh Council of Senior Scholars to Propagate and Verdict) Visits the Imam Ali (PBUH) Holy Shrine, su imamali.net, 26 novembre 2018. URL consultato il 15 marzo 2019.
  5. ^ Bologna: bridges of peace (PDF) [collegamento interrotto], su pontidipace.org, ottobre 2018. URL consultato il 15 marzo 2019.
  6. ^ sunniaffairs : fatwa
  7. ^ a b Magdi Allam, Sunniti-Sciiti i veri conti delle elezioni, in Corriere, 1º febbraio 2005. URL consultato il 14 marzo 2019.
  8. ^ "Liberate Giuliana, è per la pace" Appello del padre di giornalista Sgrena [collegamento interrotto], in Tgcom24, 5 febbraio 2005. URL consultato il 14 marzo 2019.
  9. ^ a b c d Bill Roggio, Sunni clerics turn on Association of Muslim Scholars, su longwarjournal.org, 17 novembre 2007. URL consultato il 15 marzo 2019.
  10. ^ a b Salam Faraj, Iraqi MP among 27 killed in Baghdad suicide attack, in National Post, 28 agosto 2011. URL consultato il 15 marzo 2019.
  11. ^ a b Dozens killed in suicide attack on Baghdad mosque, in France 24, 28 agosto 2011. URL consultato il 15 marzo 2019.
  12. ^ a b Endowment Rules, su sunniaffairs.gov.iq, 2005. URL consultato il 17 gennaio 2019 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2019).
  13. ^ a b Iraq, attentato alla moschea, ci sono almeno 28 vittime, su repubblica.it, 28 agosto 2011. URL consultato il 15 marzo 2019.
  14. ^ a b Iraq: attentato suicida contro moschea, almeno 29 morti, in Tg1 RAI, 28 agosto 2011. URL consultato il 15 marzo 2019.
  15. ^ Baghdad suicide attack leaves at least 29 dead, in The Guardian, 28 agosto 2011. URL consultato il 15 marzo 2019.
  16. ^ a b The Speaker visits Fiqh Council of Senior Scholars and meets Sheikh Ahmed Hasan al-Taha, in Parlamento iracheno, 23 settembre 2018.
  17. ^ President of Al-Iraqia visits Fiqh Council of Senior Scholars, in Al-Iraqia University, 20 maggio 2015.
  18. ^ Dozens Killed in Battles Across Iraq as Sunnis Escalate Protests Against Government, in "New York Times", 24 aprile 2013. URL consultato il 17 marzo 2019.
  19. ^ Iraqi Premier Urges Talks but Vows to Battle Insurgents, in "New York Times", 26 aprile 2013. URL consultato il 17 marzo 2019.
  20. ^ Sunni Iraqi Leaders Call to Fight "Invading" Government Forces, Memri TV, 7 gennaio 2014. URL consultato il 19 gennaio 2019.
  21. ^ a b c Roberto Iannuzzi, Le vere dinamiche dell’avanzata dell’Isil su Baghdad, in affarinternazionali.it, 17 giugno 2014. URL consultato il 17 marzo 2019.
  22. ^ Gran Muftì dell’Iraq appoggia i terroristi islamici: «È una rivoluzione popolare», in Tempi, 26 giugno 2014. URL consultato il 19 gennaio 2019.
  23. ^ Ma il vero islam è un'altra cosa, Famiglia Cristiana, 25 settembre 2014. URL consultato il 12 gennaio 2019.
  24. ^ Sunni Mufti of Iraq Rafi' Taha Al-Rifa'i: We Are Not Stupid Enough to Fight ISIS; The Shiites Would Slaughter Us, in Memri TV, 4 dicembre 2014. URL consultato il 19 gennaio 2019.
  25. ^ Hamza Mustafa, ISIS Claims Responsibility for Kadhimiya Blast, in asharq al-awsat, 25 luglio 2016. URL consultato il 19 febbraio 2019.
  26. ^ ”L’unité islamique, le danger de la classification et de l’exclusion”, in Lega Islamica Mondiale, 22 dicembre 2018. URL consultato il 17 marzo 2019.
  27. ^ MWL chief receives Islamic scholars from Iraq, in arab news, 29 dicembre 2018. URL consultato il 17 marzo 2019.
  28. ^ UN team investigating ISIS crimes meets with head of Jurisprudence Council, in Lega Islamica Mondiale, 1º febbraio 2019. URL consultato il 17 marzo 2019.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]