Casa del Popolo

La Casa del Popolo era una tipologia di edificio sorta in Europa nel XIX secolo, espressione dei movimenti operai e delle classi lavoratrici. Simbolicamente rappresentava la forza e la potenza dei nuovi partiti e movimenti socialisti, spesso in contrapposizione ai principali ritrovi della borghesia o agli edifici religiosi.
Le Case del Popolo, oltre ad essere luoghi fondamentali per l'elaborazione e l'azione politica, ospitavano al loro interno diverse attività assistenziali, culturali e ricreative. In queste strutture potevano infatti essere presenti sedi di partiti e sindacati ma anche cooperative di consumo, teatri e biblioteche popolari, ambulatori e sale collettive.
Storia
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Origini
[modifica | modifica wikitesto]Le Case del popolo sorsero nell'Europa della seconda metà dell'Ottocento, in un contesto di forti mutamenti economici e sociali e principalmente determinato dallo sviluppo delle rivendicazioni della classe lavoratrice e del movimento socialista. I primi luoghi di ritrovo dei lavoratori erano tradizionalmente le osterie, all'interno delle quali incominciarono a circolare gli ideali socialisti. Solo in seguito nacquero vere e proprie sedi di confronto politico e partecipazione: le prime forme associative tra operai e artigiani furono le società di mutuo soccorso, dove i lavoratori si potevano auto-organizzare; queste società poi svolgevano diverse funzioni, come cooperative di consumo o circoli culturali e ricreativi.[1]
Le prime Case del Popolo dunque nacquero in diversi Paesi europei come l'Italia, la Germania i Paesi Bassi e il Belgio, tra gli ambienti socialisti e progressisti dell'epoca. Questi edifici, sedi delle organizzazioni dei lavoratori, erano diffusi sia nei piccoli centri rurali che nelle grandi città, e la loro localizzazione assumeva spesso una rilevanza particolare, in quanto simboleggiavano il prestigio del movimento operaio e socialista. Solitamente infatti erano poste nella piazza o nella via principale, imponendosi anche sulle costruzioni circostanti, ma nei grandi centri urbani si trovavano invece nei quartieri popolari più periferici.[2]
In Belgio la prima Casa del Popolo fu eretta a Jolimont nel 1872, anche se Emile Vandervelde menzionò per la prima volta una Casa del Popolo a Bruxelles, insediata nei locali di un'antica sinagoga. Successivamente, nel 1895 il Partito Operaio Belga decise di costruire sempre a Bruxelles una Casa del Popolo più grande e prestigiosa: i lavori, affidati all'architetto Victor Horta, si conclusero nel 1899, ma la monumentale Maison du peuple venne demolita nel 1965.[3]
La situazione italiana
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Dalla fine del XIX secolo al fascismo
[modifica | modifica wikitesto]L'esperienza belga venne recepita molto positivamente in Italia: la prima Casa del Popolo venne costruita nel 1893 a Massenzatico, frazione di Reggio Emilia, mentre erano in corso i lavori del secondo congresso nazionale del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Spinte in particolar modo dal Movimento cooperativo, le Case del Popolo si diffusero in tutta la Pianura Padana, ospitando al loro interno associazioni operaie e contadine, oltre che le attività di svago per i lavoratori e le loro famiglie. Specialmente nelle campagne, esse rappresentavano la concretizzazione materiale delle nuove idee socialiste, esprimendo un forte ideale di partecipazione dal basso.[3]
All'indomani della prima guerra mondiale le Case del Popolo furono tra i principali centri animatori delle battaglie politiche socialiste, in particolar modo per le elezioni amministrative del 1920 e quelle politiche del 1921; per questo motivo esse diventarono subito bersaglio di violenti attacchi da parte degli squadristi, in risposta al crescente successo elettorale del Partito Socialista. L'ascesa del fascismo rappresentò un duro colpo per le Case del Popolo italiane: inizialmente messe a ferro e fuoco dalle camicie nere, con il consolidamento del regime furono disciolte così come ogni altra forma di associazione politica e sociale e i loro patrimoni incamerati dal Partito Nazionale Fascista. Le Case del popolo vennero quindi consegnate alle nuove organizzazioni fasciste come l'Opera Nazionale Dopolavoro, costituita nel 1925, e trasformate nelle case del Fascio.[4]
Dopoguerra ed età repubblicana
[modifica | modifica wikitesto]Dopo la caduta del fascismo e la Liberazione le Case del Popolo furono nuovamente occupate dai lavoratori e dalle organizzazioni democratiche e popolari. Gli stabili furono rimessi in piedi dopo le devastazioni della guerra, quando vi si erano insediati militari e profughi. I partiti e le organizzazioni della sinistra reclamavano il patrimonio sottratto dai fascisti costituito dalle Case del popolo oltre alle sedi di leghe sindacali, cooperative di consumo e di produzione, ecc.; tuttavia, tramite il decreto legislativo del 27 luglio 1944 ("liquidazione dei beni fascisti"), lo Stato aveva incamerato tutti gli immobili del PNF e delle altre organizzazioni fasciste, tra cui le ex Case del Popolo. Nello stesso decreto si prevedeva la destinazione di questi stabili a servizi pubblici e scopi d'interesse generale.[5]
I primi governi della nuova Repubblica Italiana vedevano con sospetto e ostilità gli spazi delle forze di sinistra e le attività sociali che vi si svolgevano, come appunto le Case del Popolo[6]. Nel 1952 quindi il Ministero delle finanze decise di vendere all'asta tutti gli edifici ex-fascisti, che erano di proprietà governativa, a prescindere dall'originaria legittima proprietà. Due anni più tardi, con Mario Scelba presidente del Consiglio, le forze dell'ordine iniziarono una serie di operazioni sistematiche volte a sfrattare le attività insediate nelle Case del Popolo: in questi anni molte dovettero chiudere, nonostante la sentenza della Corte suprema di cassazione del 26 giugno 1953 avesse dichiarato questi sfratti illegali.[7]
Di risposta, negli anni cinquanta gli attivisti delle forze di sinistra si impegnarono, anche mediante azioni di volontariato, a fondare nuove Case del Popolo. Questa ondata vide una larga partecipazione, non solo tramite le sottoscrizioni lanciate dai giornali ma con il coinvolgimento di molti lavoratori che dedicavano gran parte del proprio tempo libero alla costruzione vera e propria dei nuovi immobili. In questo periodo vennero quindi costituite numerosissime Case del Popolo in tutta Italia: nell'area fiorentina ad esempio, solo tra il 1954 e il 1956 ne furono costruite ben 168. Queste infatti si caratterizzavano come spazi molto importanti per la comunità, al di fuori delle sedi di partito, all'interno delle quali collaboravano assieme socialisti e comunisti: spesso ospitavano organizzazioni e associazioni legate a questi due partiti come l'Unione Donne Italiane o i Pionieri, ma anche sindacati e altre attività ricreative.[8]
Negli anni sessanta le Case del Popolo affrontarono i rapidi cambiamenti sociali dovuti al miracolo economico: da un lato resisteva la generazione dei decenni precedenti che vedeva questi spazi come la dimensione culturale-aggregativa del PCI, dall'altra parte le forze emerse dopo il movimento del Sessantotto rivendicavano una diversa concezione delle attività culturali e ricreative, con un'accezione più critica nei confronti delle sinistre tradizionali, elaborando in alcune regioni interessanti esperienze come i doposcuola o le sperimentazioni teatrali condotte ad esempio da Dario Fo. In questo periodo le Case del Popolo e altri spazi sociali legati agli ideali di sinistra si federarono in una struttura nazionale, a partire dalla costituzione nel 1956 dell'"Alleanza per la Ricreazione Popolare" che successivamente diventerà l'ARCI, i cui circoli territoriali animavano la programmazione culturale delle Case del popolo.[9]
Se negli anni settanta emersero i centri sociali autogestiti quali nuove e radicali forme organizzative per le attività sociali e culturali, fu nel decennio seguente, con la stagione del riflusso, che le Case del Popolo persero lentamente presa sulla società: complice l'ascesa dei ceti medi urbani, alle nuove generazioni risultavano ormai estranei i valori fondativi che avevano portato alla loro nascita ed espansione. Le esigenze culturali e di socialità legate alla figura del lavoratore che militava attivamente nel PCI erano di fatto scomparse e in questo quadro le tradizionali attività delle Case del Popolo risultavano inadeguate.[10]
Tuttavia, molte Case del Popolo rimangono ancora attive, generalmente secondo due indirizzi: tramite le nuove proposte sociali e culturali portate avanti dai circoli ARCI o dai centri sociali che si sono insediati al loro interno; oppure, in maniera piuttosto involontaria, hanno iniziato ad ospitare servizi di welfare, rivolgendosi a fasce deboli della popolazione come gli anziani o gli immigranti.[11]
In Italia
[modifica | modifica wikitesto]In Friuli la prima Casa del Popolo fu fondata nel 1909-1911 a Torre, sobborgo operaio di Pordenone ove nel 1840 era stato costruito il primo dei grandi cotonifici della zona; fu inaugurata il 1º maggio 1911. Seguì nel 1913 quella di Prato Carnico (comune di montagna che all'epoca aveva 2 500 abitanti) ed era stata finanziata e costruita dagli emigrati (circa la metà della popolazione) che mandarono i soldi per i materiali dalla Francia, Germania, USA, ecc. e dai lavoratori della val Pesarina. Prima della guerra era stata ribattezzata dal regime in casa del Littorio. Dopo il restauro del 1947 riprese il suo nome originale che conserva ancora oggi, sebbene dal 2010 sia stata trasformata dal Comune in albergo-ristorante.
La Casa del Popolo di Siena fu fondata nel 1905 e venne distrutta dai fascisti nel 1921, come racconta Guglielmo Boldrini nel suo volume "Gli Unni Moderni"[12].
In Abruzzo la prima Casa del Popolo fu fondata da Umberto Postiglione, a Raiano, nei primi anni venti.
La Casa del Popolo di Rosarno, intitolata a Giuseppe Valarioti, è l'unica esistente in Calabria, una delle ultime del Sud Italia. È nata negli anni '80 all'indomani dell'omicidio di Giuseppe Valarioti quando Giuseppe Lavorato e Pietro Ingrao lanciarono la proposta di una grande sottoscrizione popolare con adesioni da tutta Italia che consentì l'acquisto di un rudere poi ristrutturato da lavoratori iscritti al PCI. Negli anni divenne luogo simbolo di lotta contro lo strapotere della 'Ndrangheta.[13]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Laura Collina, Passato e presente delle Case del popolo: la storia, in Pieretti (a cura di), pp. 7-8.
- ↑ Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), p. 8.
- 1 2 Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), p. 9.
- ↑ Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), pp. 9-10.
- ↑ Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), pp. 11-12.
- ↑ Una celebre "casa del popolo" di quell'epoca fu quella immaginata da Giovannino Guareschi, a Brescello, nelle popolari vicende fra il sindaco comunista Peppone e il combattivo prete Don Camillo, che invece proponeva una "città giardino".
- ↑ Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), p. 12.
- ↑ Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), pp. 12-13.
- ↑ Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), pp. 13-14.
- ↑ Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), pp. 14-16.
- ↑ Collina, Passato e presente delle Case del popolo, in Pieretti (a cura di), p. 16.
- ↑ Guglielmo Boldrini, Gli Unni Moderni, in ristampa fotostatica dell'edizione originale del 1921 con introduzione di Paolo Leoncini, febbraio 2021.
- ↑ ilreggino.it, https://www.ilreggino.it/societa/2023/11/03/rosarno-lappello-per-salvare-la-casa-del-popolo-valarioti-non-disperdiamo-la-memoria/.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Giovanni Pieretti (a cura di), Democrazia e cittadinanza attiva. Le Case del popolo nella società contemporanea, Milano, Franco Angeli, 2016, ISBN 9788891728654.
- Tito Menzani e Federico Morgagni, Nel cuore della comunità. Storia delle case del popolo in Romagna, Milano, Franco Angeli, 2020, ISBN 9788835106944.
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