Carnevale di Mamoiada

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Mamoiada.

Sfilata di mamuthones e issohadores

Il Carnevale di Mamoiada è tra le feste popolari più antiche e ricche di folclore della Sardegna. Un Carnevale semplice, povero, se per povertà s’intende la mancanza di sofisticati carri allegorici in cartapesta o altri moderni mascheramenti, ma tra i più suggestivi e autentici. Il paese si riversa nella piazza principale per ballare i tradizionali passu torrau e sartiu, al suono dell’organetto, per ore ed ore, instancabilmente. Nulla è artificiale o di importazione esclusi, naturalmente, i visitatori forestieri e turisti che ogni anno giungono sempre più numerosi da ogni parte del mondo per assistere a questo genuino spettacolo (molti soggiornano presso famiglie del paese e nelle piccole locande). Uomini e donne indossano il costume tradizionale, sfilando e ballando offrono a tutti i dolci tipici locali. Ma la maggior attrattiva, l’attenzione di tutti viene richiamata dalla sfilata dei Mamuthones e Issohadores che è la manifestazione folclorica più significativa, più ricca di fascino e di ricordi arcaici della Sardegna. Si tratta di due figure caratteristiche ben distinte sia dal diverso abbigliamento che dal modo di muoversi ma si esibiscono insieme, fanno parte di un unico cerimoniale. Mamuthones e Issohadores sono il simbolo di questo Carnevale e, con il loro procedere e la loro “musica” ritmata, trascinano e coinvolgono la folla. Si spostano come vogliono senza interrompere la compostezza dei loro movimenti, della danza, sono loro i veri padroni del Carnevale. «Senza Mamuthones non c’è Carnevale» dicono gli abitanti di Mamoiada.[1]

  • I Mamuthones: uomini col viso ricoperto da una maschera nera dai rozzi lineamenti, vestiti col pelli di pecora scure e con un grande mazzo di campanacci sulla schiena e un piccolo gruppo di campanelle bronzee sul davanti. Fanno la prima apparizione il 17 gennaio in occasione della festa di sant'Antonio, subito dopo per la Domenica e il Martedì del carnevale mamoiadino, e oggi sono anche attrazione di molte feste folkloristiche di altri paesi dell'isola e nel mondo.[2][3]
  • Gli Issohadores: uomini vestiti in corpetto rosso, maschera bianca, Sa Berritta (copricapo), carzas (o carzones, pantaloni bianchi) e s'issalletto (piccolo scialle), che scortano i Mamuthones. Con dei lacci catturano le giovani donne in segno di buon auspicio per una buona salute e fertilità. Un tempo venivano catturati i proprietari terrieri per augurare loro una buona annata ed essi, per sdebitarsi dell'onore ricevuto, portavano tutto il gruppo a casa loro e offrivano vino e dolci. Oggi l'attenzione spesso viene rivolta alle autorità locali, ma l'intento rimane immutato.[4][5]

Un altro simbolo del Carnevale Mamoiadino è dato da un’altra maschera tipica chiamata Juvanne Martis Sero. É un fantoccio che viene sistemato dentro un piccolo carretto ornato di frasche verdi e trainato da un mulo o un asinello. Ha una grossa testa di legno con un tubo collegato ad una capiente damigiana o piccola botte di vino celata con il corpo del fantoccio, opportunamente vestito di abiti in velluto e ben modellato da una imbottitura tradizionalmente di paglia, che ha un suo significato. Sin dalla mattina del martedì di carnevale viene portato in giro per i rioni del paese da un gruppo di “parenti”, composto da uomini con la faccia annerita da su gardone (sughero bruciato), abbigliati con i vestiti tradizionali delle donne: muncadore, vardetta, brusa e issalletto (fazzoletto in testa, gonna, blusa e scialle) quasi urlando come disperati recitando una nenia. La nenia intonata (s’attittu) è nota a tutti i paesani, per certi versi intraducibile per via delle parole cercate per la rima. Sembrano proprio dei pianti, il tono infatti è tipico dei “tradizionali” lamenti funebri (attitos), indirizzati verso il fantoccio Juvanne, che ogni tanto viene scosso dagli scuri parenti, ma spesso sono canti ironici e sarcastici, dei versi che celano frasi comiche all’indirizzo di uomini e donne che si incontrano per strada o verso gli abitanti dei rioni che il gruppo visita. Le frasi canzonatorie stuzzicano e prendono in giro chiunque capiti loro a tiro. Nelle tante soste in tutto il paese il gruppo rifornisce di vino il recipiente celato da Juvanne Martis Sero. Vino offerto dai mamoiadini e che il gruppo “in lutto” consuma a volontà fra un lamento e l’altro.Juvanne viene infine portato a tarda serata nella piazza principale dai “parenti”, ormai stanchi e alticci, per una “operazione chirurgica”, alla fine della quale muore, una volte asportate budella di maiale (abilmente nascoste nel travestimento del fantoccio). Praticamente la morte di Juvanne Martis Sero segna anche la fine del carnevale mamoiadino. A conclusione dei tre giorni di balli e sfilate in piazza, viene offerto ai presenti un tipico piatto di fave con lardo e carne di maiale, il tutto innaffiato dall’ottimo e rinomato vino locale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Carnevale di Mamoiada (PDF), su mamoiada.org.
  2. ^ Raffaello Marchi, Le maschere barbaricine, in "Il Ponte", VII, 9-10 settembre/Ottobre 1951, pp. 1354-1361
  3. ^ Giulio Angioni, Sagre, riti e feste popolari della Sardegna, (a cura di) G. Deidda e A. Della Maria, Newton Compton, Roma
  4. ^ Raffaello Marchi, Le maschere barbaricine, cit.
  5. ^ Giulio Angioni, Sagre, riti e feste popolari della Sardegna, cit.

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