Caffè Pedrocchi (rivista)

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Il caffè Pedrocchi a Padova, da cui prese nome l'omonimo giornale.

Il Caffè Pedrocchi è stato un "foglio settimanale", pubblicato ogni domenica a Padova dal 1846 al 1848.
È probabilmente il giornale padovano più conosciuto e il primo dei sei successivamente intitolati al nome del celebre "caffè senza porte", aperto nel centro di Padova dalla famiglia Pedrocchi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Suoi fondatori furono il tipografo, poeta e drammaturgo Jacopo Crescini (editore), il giornalista Guglielmo Stefani (direttore) e il medico condotto di Montagnana Antonio Berti (redattore)[1], che gli diedero un'impronta satirico-patriottica pur parlando di tutto (o, se si preferisce, di cultura in senso lato) tranne che di politica, espressamente vietata dalla sospettosissima censura austriaca. Nel novembre 1844 Crescini e Berti, che già pubblicavano il Giornale euganeo di scienze, lettere e varietà, noto più semplicemente come l'Euganeo, per rafforzarne il prestigio e la diffusione avevano chiesto agli organi competenti l'autorizzazione a pubblicare un secondo giornale di tono più popolare, in uscita la domenica, con «utili ed ameni argomenti di belle lettere, di viaggi, di studi storici e bibliografici, delle scienze considerate nel vantaggio individuale e della società, di teatri ed altro».[2] A dicembre, viste le soddisfacenti informazioni di polizia, da Vienna giunse il via libera e il 1º luglio 1845 comparve un numero di saggio del nuovo giornale: esso però conteneva una poesia di Giovanni Prati che provocò l'intervento della polizia e l'espulsione del poeta da Padova.

Il primo numero effettivo del Caffè Pedrocchi uscì finalmente il 4 gennaio 1846 e alla redazione del giornale collaborarono numerosi autori, fra cui anche personaggi noti, alcuni abituali ed altri occasionali, che operavano in città o che con essa avevano contatti politici, letterari e artistici. Inizialmente molti furono gli stessi scrittori e articolisti dell'Euganeo, come il Prati, il poeta e commediografo Teobaldo Ciconi, il conte Andrea Cittadella Vigodarzere, lo storico Carlo Leoni, il critico d'arte Pietro Selvatico o il critico musicale Leone Fortis, cui lo Stefani aggiunse presto nuove firme prestigiose e combattive, come i poeti Aleardo Aleardi e Luigi Carrer, un giovanissimo Ippolito Nievo, la friulana Caterina Percoto e il dalmata Federico Seismit-Doda. In realtà l'impostazione non risultò particolarmente "popolare" e i suoi lettori appartenevano soprattutto agli ambienti degli studenti universitari e della borghesia colta; in ogni caso il giornale era fin troppo vivace e polemico, al punto che nel luglio 1847 la polizia ne propose la chiusura a partire dal 1º gennaio 1848. Vi furono numerose proteste e il Caffè Pedrocchi continuò a uscire anche dopo la data fatidica finché, in seguito ai disordini studenteschi scoppiati a Padova l'8 febbraio 1848 e repressi dopo un'intera giornata di scontri con morti e feriti, il direttore Stefani venne arrestato dagli austriaci il 10 febbraio, ma venne poi rilasciato il 17 marzo grazie all'insurrezione di Vienna, alla caduta del cancelliere Metternich e alla liberazione dei detenuti politici. Il Caffè Pedrocchi comunque aveva già sospeso le pubblicazioni il 12 marzo e le riprese il 5 aprile 1848 con l'aggiunta del sottotitolo "Unione, Indipendenza", manifestando così apertamente la propria adesione ai moti risorgimentali, e di un supplemento quotidiano, il Bollettino della mattina (motivato da «l'urgenza delle circostanze e del bisogno di conoscere cotidianamente ciò che interessa tutti i cuori italiani»).[3] Ancora un paio di mesi di dibattiti sui problemi dell'unità d'Italia, ma poi il giornale cessò definitivamente le pubblicazioni con il ritorno vittorioso degli "occupanti" austriaci il 14 giugno.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ O meglio "compilatore", come veniva definito allora.
  2. ^ Citato da Il Caffè Pedrocchi, Bologna, Atesa, 1977, vol. 1º (riproduzione in facsimile del periodico del 1846-1848). ISBN 978-88-7037-028-7. Cfr. anche la recensione di Sergio Cella all'edizione.
  3. ^ Citato da Sergio Lepri, Francesco Arbitrio e Giuseppe Cultrera, L'agenzia Stefani da Cavour a Mussolini. Informazione e potere in un secolo di storia italiana, Firenze, Le Monnier, 2001, p. 34. ISBN 88-00-85740-X.