Bunolagus monticularis
| Coniglio fluviale | |
|---|---|
Bunolagus monticularis nel Capo Occidentale, in Sudafrica | |
| Stato di conservazione | |
Critico[1] | |
| Classificazione scientifica | |
| Dominio | Eukaryota |
| Regno | Animalia |
| Phylum | Chordata |
| Classe | Mammalia |
| Infraclasse | Placentalia |
| Ordine | Lagomorpha |
| Famiglia | Leporidae |
| Genere | Bunolagus Thomas, 1929 |
| Specie | B. monticularis |
| Nomenclatura binomiale | |
| Bunolagus monticularis (Thomas, 1903) | |
| Areale | |
Il coniglio fluviale (Bunolagus monticularis (Thomas, 1903)), noto anche come coniglio dei Boscimani o lepre dei Boscimani, è una specie di coniglio che vive tra chiazze di fitta vegetazione nel Karoo, nelle province sudafricane del Capo Occidentale e del Capo Settentrionale. È l'unico rappresentante del genere Bunolagus Thomas, 1929. L'Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) lo classifica come specie in pericolo critico di estinzione; le stime più recenti indicano una popolazione compresa tra 157 e 207 individui maturi e tra 224 e 380 individui complessivi.
Identificato per la prima volta nel 1903 come appartenente alle lepri, il coniglio fluviale è un coniglio di medie dimensioni, lungo circa 33,7-47,0 cm. Il mantello presenta una caratteristica striscia marrone scuro che si estende dal margine della bocca alla base delle orecchie e un anello bianco-grigiastro intorno a ciascun occhio. È notturno ed erbivoro e si nutre di erbe, fiori e foglie, in gran parte appartenenti a dicotiledoni. Il coniglio fluviale scava tane nei morbidi terreni alluvionali del proprio habitat, vicino ai corsi d'acqua stagionali, sia per proteggersi dal caldo sia, nel caso delle femmine, per partorire e proteggere i piccoli. È l'unico coniglio africano noto per scavare autonomamente le proprie tane. I conigli fluviali sono poligami e conducono vita solitaria durante tutto l'anno.
A differenza della maggior parte dei conigli, le femmine del coniglio fluviale producono soltanto uno o due piccoli all'anno. Questa caratteristica contribuisce al suo stato di grave minaccia, insieme alla perdita di habitat dovuta allo sviluppo agricolo, all'erosione del suolo e alla predazione. Le attività umane esercitano un'influenza considerevole sulla sopravvivenza a lungo termine della specie. Sono attualmente in corso programmi di conservazione volti a stabilizzare la popolazione e a proteggere il suo habitat.
Tassonomia ed evoluzione
[modifica | modifica wikitesto]Il nome scientifico del coniglio fluviale è Bunolagus monticularis.[2] La specie fu descritta per la prima volta nel 1903 dallo zoologo britannico Oldfield Thomas sulla base di due esemplari, con il nome Lepus monticularis, venendo quindi inizialmente inclusa nel genere delle lepri, Lepus. L'esemplare tipo, una femmina, fu raccolto da Claude H. B. Grant a Deelfontein, nella Colonia del Capo, in Sudafrica, e inviato da Arthur Sloggett al Natural History Museum di Londra, allora National Museum,[3] dove è tuttora conservato.[4] All'epoca la specie era nota come «lepre dei kopje di Deelfontein».[5] L'epiteto specifico monticularis deriva dal latino monticulus, «piccola montagna», e fa riferimento ai kopje, termine afrikaans derivato da kop, «montagna», usato per indicare le piccole alture rocciose presso le quali la specie venne rinvenuta.[3] Nel 1929 fu separata in un genere proprio, Bunolagus,[6] sulla base di alcune caratteristiche distintive, tra cui gli arti corti e robusti, la coda cilindrica di colore uniforme e alcuni caratteri cranici.[5] Tuttavia, la somiglianza esterna del coniglio fluviale con diversi altri conigli, unita alla morfologia del cranio simile a quella delle lepri, generò per decenni una notevole confusione tassonomica. L'analisi del cariotipo della specie nel 1983 e successive analisi genetiche confermarono infine la sua collocazione in un genere monotipico.[7][8]
Altri nomi comuni inglesi di Bunolagus monticularis sono bushman hare e bushman rabbit.[1] In afrikaans è chiamato boshaas e vleihaas, nomi che fanno riferimento al suo habitat umido e caratterizzato da fitta vegetazione: bos significa «bosco» o «macchia», vlei «palude» e haas «lepre».[9] Un altro nome afrikaans è pondhaas, «lepre da una sterlina», in riferimento al fatto che il mammalogo Guy C. Shortridge, curatore del Kaffrarian Museum, offriva un tempo una sterlina per ogni esemplare procuratogli.[10] È noto anche come doekvoetjie, «piede di stoffa», per via dei piedi posteriori ricoperti di pelo,[9] e oewerkonyn, «coniglio delle rive».[6]
Bunolagus monticularis è strettamente imparentato con il coniglio selvatico europeo, la lepre ispida e il coniglio di Amami.[9] Il seguente cladogramma si basa sul lavoro di Matthee e colleghi del 2004 e sulle successive precisazioni di Abrantes e colleghi del 2011, fondate sull'analisi di geni nucleari e mitocondriali:[11]
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Non sono noti fossili attribuibili con certezza a Bunolagus. In passato si riteneva che il genere risalisse al Pleistocene medio, circa 400.000 anni fa, in Sudafrica. Il suo areale è stato probabilmente sempre molto ristretto. Nel 1983 venne descritto un presunto fossile appartenente al genere, ma nel 2007 i resti associati furono reinterpretati come appartenenti a piccoli esemplari di Lepus.[12] Non vengono riconosciute sottospecie,[13] ma esistono differenze genetiche significative tra le popolazioni isolate situate rispettivamente a nord e a sud della Grande Scarpata.[6][14]
Descrizione
[modifica | modifica wikitesto]Il coniglio fluviale adulto presenta una lunghezza testa-corpo compresa tra 33,7 e 47,0 cm e possiede generalmente una striscia marrone scuro che dalla mandibola attraversa la guancia e risale verso la base delle orecchie, oltre a un anello bianco intorno a ciascun occhio.[6] La regione nucale, cioè la porzione di pelliccia compresa tra la nuca e la base delle orecchie, così come gli arti e la parte inferiore dei fianchi, è di colore rossiccio.[15] Le parti inferiori e la gola sono color crema. La coda è marrone chiaro con sfumature nere verso l'estremità e gli arti sono corti e fittamente ricoperti di pelo; il piede posteriore misura 9-12 cm. Il mantello è soffice e sericeo, più di quello delle lepri, e varia dal bruno-rossastro al nero.[6] Le orecchie misurano 11-12 cm[16] e presentano estremità arrotondate.[15] Le femmine sono leggermente più grandi dei maschi.[17] Come tutti i Leporidi, possiede la formula dentaria × 2 = 28, corrispondente a due paia di incisivi superiori e un paio inferiori, nessun canino, tre premolari superiori e due inferiori su ciascun lato e tre molari superiori e inferiori su ciascun lato delle mascelle.[18]
Il coniglio fluviale ricorda nell'aspetto le lepri del genere Lepus. Dal punto di vista morfologico somiglia soprattutto alla lepre del Capo (Lepus capensis), ma non per quanto riguarda la colorazione del mantello. Il cranio delle lepri e quello del coniglio fluviale sono simili; la principale differenza consiste nel fatto che quest'ultimo è più piccolo ed è privo di un'apertura, o forame, in prossimità dei premolari.[6] La bolla timpanica, struttura ossea che racchiude la base dell'orecchio, è molto più grande rispetto a quella della maggior parte degli altri conigli; anche il coniglio dei vulcani (Romerolagus) e il coniglio pigmeo (Brachylagus) possiedono bolle timpaniche relativamente grandi, ma padiglioni auricolari più piccoli.[19] Il coniglio fluviale viene talvolta paragonato alle lepri rosse delle rocce, alcune delle quali condividono parte del suo areale.[20][1] Nella descrizione originale venne indicato come approssimativamente delle stesse dimensioni della lepre rossa delle rocce del Natal (Pronolagus crassicaudatus),[3] anche se in seguito è stato descritto come più piccolo di tutte le specie di Pronolagus a eccezione della lepre rossa delle rocce di Smith (P. rupestris).[21]
Distribuzione e habitat
[modifica | modifica wikitesto]Il coniglio fluviale vive nella vegetazione ripariale che cresce su terreni alluvionali lungo corsi d'acqua stagionali.[22] Predilige le zone caratterizzate da vegetazione fitta nei bacini fluviali e nelle boscaglie. I morbidi terreni alluvionali di queste aree gli consentono di scavare tane utilizzate come riparo, per la riproduzione e per la termoregolazione; è l'unico coniglio africano noto per scavare autonomamente le proprie tane.[6] La specie necessita di particolari tipi di vegetazione e di suolo per la costruzione delle tane[1] ed è molto sensibile ai cambiamenti dell'habitat; per questo motivo è considerata una specie indicatrice nel proprio areale.[23] La vegetazione del suo habitat è dominata da piante della famiglia delle Amarantacee, da specie del genere Lycium e da Salsola glabrescens.[16]
Il coniglio fluviale presenta una distribuzione discontinua e storicamente[12] occupava due regioni ristrette del Karoo, con le principali popolazioni concentrate nell'Alto Karoo e nelle aree dei Bushmanland Vloere,[6] depressioni saline.[24] Nove popolazioni distinte vivono nella parte settentrionale dell'areale, su terreni elevati a nord della Grande Scarpata, mentre due[14] o tre popolazioni meridionali, note soltanto dal 2004, occupano le regioni circostanti i sistemi fluviali del Breede, Gourits e Olifants. Nessuna di queste sottopopolazioni comprende più di 50 individui. In passato erano presenti almeno altre cinque sottopopolazioni nelle località prossime agli affluenti dei fiumi Vis e Renoster e lungo il loro corso, ma oggi la specie è considerata localmente estinta in queste aree.[1]
Biologia
[modifica | modifica wikitesto]I conigli fluviali sono animali solitari e notturni. Si nutrono di erbe, nonché di fiori e foglie di dicotiledoni. Durante il giorno riposano in depressioni del terreno scavate sotto gli arbusti.[25] La specie è poligama e gli individui vivono e si alimentano generalmente da soli.[16] Le dimensioni e il grado di sovrapposizione delle aree vitali variano a seconda del sesso. Le aree vitali dei maschi si sovrappongono in parte a quelle di diverse femmine e sono mediamente circa il 60% più grandi: 20,9 ha nei maschi contro 12,9 ha nelle femmine.[26] Si tratta delle aree vitali più estese note tra i conigli, sebbene siano comunque inferiori a quelle della maggior parte delle lepri.[27] La stagione riproduttiva si estende da agosto a maggio. Le femmine costruiscono in una tana un nido rivestito di erba e pelo e ne chiudono l'ingresso con terra e ramoscelli per proteggerlo dai predatori. La durata media di una generazione è di due anni; in cattività sono stati registrati individui vissuti fino a cinque anni.[26]

Il coniglio fluviale si alimenta principalmente brucando foglie e germogli.[25] Durante la stagione umida, quando sono disponibili, le graminacee costituiscono il cibo preferito, ma per gran parte dell'anno la dieta è limitata ai fiori e alle foglie delle dicotiledoni del Karoo. Tra queste figurano specie appartenenti alle famiglie Asteraceae, Amaranthaceae e Aizoaceae,[28] in particolare piante alofile come Salsola e Lycium, che crescono lungo i corsi d'acqua stagionali del deserto. Secondo uno studio, circa l'11,2% della dieta è costituito da Lycium e il 34,8% da Amarantacee.[16] Oltre ad assumere normalmente il cibo, il coniglio fluviale ingerisce anche feci molli direttamente dall'ano attraverso il processo noto come cecotrofia.[25]
Le popolazioni della parte settentrionale dell'areale sono strettamente associate alle strette fasce di vegetazione che crescono lungo i corsi d'acqua stagionali; quelle delle regioni meridionali sono invece meno dipendenti da questo tipo di ambiente e sono state osservate mentre si alimentavano della nuova vegetazione cresciuta nei terreni lasciati a riposo.[6]
Il sistema riproduttivo è poligamo e i maschi si accoppiano con più femmine. Sulla base delle limitate osservazioni disponibili, la stagione riproduttiva va da agosto a maggio e la gestazione dura 35-36 giorni. Le femmine partoriscono sottoterra, sfruttando i terreni soffici delle pianure alluvionali per scavare le tane riproduttive. Queste vengono rivestite di pelo ed erba e l'ingresso viene chiuso con terra e ramoscelli per nasconderlo ai predatori. La tana misura 20-30 cm di lunghezza e la camera di nidificazione interna ha una larghezza compresa tra 12 e 17 cm.[16] I piccoli vi rimangono durante le prime due settimane di vita.[25] Il coniglio fluviale possiede 44 cromosomi diploidi,[6] come alcuni conigli strettamente imparentati, tra cui il coniglio selvatico europeo (Oryctolagus cuniculus)[29] e la lepre ispida (Caprolagus hispidus).[30]
Ogni parto comprende uno o due piccoli, che sono altriciali, cioè nascono privi di pelo, ciechi e completamente dipendenti dalla madre. Alla nascita ciascun piccolo pesa tra 40 e 50 g. Rimane con la madre finché non è in grado di vivere autonomamente.[6]

Tra i predatori del coniglio fluviale figurano l'aquila di Verreaux,[31] il gatto selvatico africano[25] e il caracal.[16]
Stato di conservazione
[modifica | modifica wikitesto]Il coniglio fluviale è considerato in gravissimo pericolo di estinzione. Tra il 1947 e il 1979 si pensò che fosse estinto, poiché durante tutto quel periodo non venne effettuata alcuna osservazione scientifica della specie.[10] Nel 1981 venne classificato per la prima volta come specie minacciata. Nel 2002 l'IUCN lo inserì nella categoria «in pericolo critico» (Critically Endangered).[9] Anche la Lista Rossa nazionale del Sudafrica, gestita dal South African National Biodiversity Institute (SANBI), utilizza la stessa classificazione. Entrambe le organizzazioni mantenevano tale valutazione nelle rispettive revisioni più recenti del 2016.[26] Nel 2016 la popolazione veniva stimata in 157-207 individui maturi[23] e fino a 380 esemplari complessivi, con una tendenza ancora in diminuzione. La popolazione è suddivisa in diversi gruppi isolati, circa una dozzina in totale, ciascuno comprendente meno di 50 individui. Queste popolazioni sono separate tra loro anche dalle recinzioni anti-sciacallo che circondano le grandi aziende zootecniche.[1] Uno studio del 1990 stimò che l'habitat residuo potesse sostenere appena 1435 conigli,[32] mentre nel 2019 venne calcolato che la specie occupasse complessivamente un'area di circa 2943 km².[1] Studi successivi del 2020 e del 2022 hanno tuttavia suggerito che le sottopopolazioni potrebbero essere più numerose di quanto precedentemente ritenuto e che il grado di minaccia per la specie potrebbe essere stato in parte sovrastimato.[14]
Il declino del coniglio fluviale è dovuto soprattutto alla trasformazione del suo habitat, storicamente già molto limitato.[12] Dal 1970 più della metà dell'areale è divenuta inadatta alla specie a causa dello sviluppo agricolo. Dall'inizio del XX secolo al 2008 è andato perduto oltre due terzi del suo habitat. La rimozione della vegetazione naturale lungo fiumi e torrenti provoca la perdita dei terreni alluvionali e impedisce ai conigli di scavare tane riproduttive stabili. Anche il sovrapascolo degli erbivori domestici determina degrado e frammentazione dell'habitat.[1] L'espansione dell'agricoltura commerciale ha contribuito in maniera significativa alla perdita dell'habitat, rendendo gran parte delle aree precedentemente occupate inadatte alla specie o comunque inaccessibili.[1] Le aree residue sono inoltre minacciate dai cambiamenti climatici e dal taglio della vegetazione.[14] La rimozione e lo sfruttamento di alberi e arbusti riducono le possibilità di trovare riparo dal caldo e dai predatori. Le strutture costruite lungo i corsi d'acqua, come le dighe, possono isolare ulteriormente le sottopopolazioni e ostacolare il recupero demografico.[9] Tra le minacce relativamente recenti figurano inoltre i progetti di fratturazione idraulica e la costruzione di impianti eolici nel Nama Karoo. La fratturazione idraulica potrebbe alterare l'idrologia della regione, mentre entrambe le attività contribuirebbero a frammentare ulteriormente l'habitat disponibile.[6]
Oltre alla perdita dell'habitat, il coniglio fluviale potrebbe essere vulnerabile anche alla mixomatosi, poiché condivide con il coniglio selvatico europeo alcuni geni coinvolti nella risposta al virus del mixoma, che in quest'ultima specie provoca una grave malattia. Qualora il coniglio fluviale venisse esposto al virus, la sua popolazione potrebbe subire un forte declino.[6] Si sospetta inoltre che la specie venga occasionalmente cacciata per la carne o catturata accidentalmente[33] dai lavoratori agricoli oppure per attività venatorie sportive,[26] sebbene la sua preferenza per la vegetazione molto fitta possa rendere meno efficace la caccia con i cani.[34]
Rispetto ad altre specie simili, numerosi aspetti fondamentali della biologia del coniglio fluviale, tra cui comportamento e alimentazione, rimangono poco conosciuti. Le strategie di conservazione potrebbero essere migliorate attraverso ulteriori ricerche e coinvolgendo maggiormente le comunità locali, in particolare gli agricoltori.[9] I piani di tutela delle popolazioni residue sono stati oggetto di critiche, poiché una parte consistente dei terreni ancora adatti alla specie si trova al di fuori delle aree specificamente protette.[32] Gli studi possono inoltre essere influenzati da errori di campionamento e la mancata considerazione di variabili climatiche e biologiche può produrre valutazioni errate, con conseguenze sulle raccomandazioni di conservazione.[23] Sono stati avviati programmi di collaborazione e sensibilizzazione rivolti ai proprietari terrieri affinché adottino misure volte a ridurre i danni alle popolazioni di coniglio fluviale,[9] anche se nel 2018 soltanto poche riserve private o aree protette si sovrapponevano effettivamente alle zone occupate dalla specie.[6] Una valutazione del SANBI del 2016 rilevò un aumento delle segnalazioni all'interno dell'area di presenza e indicò la necessità di utilizzare fototrappole e ulteriori osservazioni per confermare l'eventuale espansione delle sottopopolazioni verso sud e verso est rispetto all'areale storicamente noto.[26]
L'IUCN raccomanda ulteriori misure di conservazione in aggiunta a quelle già previste o suggerite dal SANBI. Tra queste figura la cattura controllata di alcuni esemplari allo scopo di consentirne la riproduzione in condizioni protette, al riparo dai predatori e dal rischio di carenza alimentare. Vengono inoltre raccomandati differenti metodi di gestione dell'habitat e delle popolazioni selvatiche.[1] La conservazione dell'habitat e il mantenimento della connettività tra le diverse popolazioni sono particolarmente importanti, poiché la complessa struttura genetica della specie rende difficile, se non impossibile, compensare le perdite attraverso incroci con gruppi esterni.[6][14] Una prima colonia riproduttiva venne istituita alla fine del XX secolo presso il De Wildt Cheetah and Wildlife Centre, nei pressi di Pretoria,[35] scelto per la rarità della specie e per la precedente esperienza del centro nell'allevamento del ghepardo e del licaone. I tentativi effettuati all'inizio degli anni novanta fallirono tuttavia a causa di una pianificazione insufficiente e della scarsa diversità genetica degli animali coinvolti.[10] Il monitoraggio delle popolazioni, volto a valutare l'efficacia delle misure di conservazione attuali e future, viene svolto in parte dall'Endangered Wildlife Trust.[33] Una delle località monitorate è la Sanbona Wildlife Reserve, un'area naturale protetta che ospita una popolazione riproduttiva vitale nella quale la specie viene studiata.[31] Secondo il SANBI, tuttavia, gli interventi volti ad aumentare le popolazioni direttamente in natura sono preferibili ai programmi di riproduzione in cattività.[26] A partire dal 2024, l'effettiva estensione dell'areale della specie è oggetto di nuove indagini mediante l'analisi degli escrementi raccolti in diverse zone del Karoo.[36]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 (EN) Bunolagus monticularis, su IUCN Red List of Threatened Species, Versione 2020.2, IUCN, 2020.
- ↑ Don Wilson, Bunolagus monticularis, su Integrated Taxonomic Information System, 2005.
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- ↑ Collection specimens - Specimens - 1902.12.1.27, su Natural History Museum Data Portal. URL consultato il 7 aprile 2025.
- 1 2 Oldfield Thomas, On mammals from the Kaoko-Veld, South-West Africa, obtained during Captain Shortridge's fifth Percy Sladen and Kaffrarian Museum expedition, in Proceedings of the Zoological Society of London, vol. 99, n. 1, 1929, pp. 99-111, DOI:10.1111/j.1469-7998.1929.tb07691.x, ISSN 1469-7998.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 Christy J. Bragg, Conrad A. Matthee e Kai Collins, Bunolagus monticularis (Thomas, 1903) Riverine rabbit, in Andrew T. Smith, Charlotte H. Johnston, Paulo C. Alves e Klaus Hackländer (a cura di), Lagomorphs: Pikas, Rabbits, and Hares of the World, Johns Hopkins University Press, pp. 90-93, DOI:10.1353/book.57193, ISBN 978-1-4214-2341-8, LCCN 2017004268.
- ↑ T. J. Robinson e J. D. Skinner, Karyology of the riverine rabbit, Bunolagus monticularis, and its taxonomic implications, in Journal of Mammalogy, vol. 64, n. 4, 1983, pp. 678-681, DOI:10.2307/1380524, ISSN 0022-2372, JSTOR 1380524.
- ↑ Conrad A. Matthee et al., A molecular supermatrix of the rabbits and hares (Leporidae) allows for the identification of five intercontinental exchanges during the Miocene, in Systematic Biology, vol. 53, n. 3, 2004, pp. 433-477, DOI:10.1080/10635150490445715, PMID 15503672.
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- 1 2 3 J. W. H. Ferguson, The riverine rabbit saga, in South African Journal of Science, vol. 90, luglio 1994.
- ↑ Patricia de Sousa-Pereira, Joana Abrantes, Hanna-Mari Baldauf e Pedro José Esteves, Evolutionary studies on the betaretrovirus RERV-H in the Leporidae family reveal an endogenization in the ancestor of Oryctolagus, Bunolagus and Pentalagus at 9 million years ago, in Virus Research, Integration of viral sequences into eukaryotic host genomes: legacy of ancient infections, vol. 262, 1º marzo 2019, pp. 24-29, DOI:10.1016/j.virusres.2017.12.001, ISSN 0168-1702, PMID 29208424.
- 1 2 3 Alisa J. Winkler e D. Margaret Avery, Lagomorpha, in Lars Werdelin e William Joseph Sanders (a cura di), Cenozoic Mammals of Africa, University of California Press, 2010, pp. 309-311, ISBN 978-0-520-25721-4.
- ↑ (EN) D.E. Wilson e D.M. Reeder, Bunolagus monticularis, in Mammal Species of the World. A Taxonomic and Geographic Reference, 3ª ed., Johns Hopkins University Press, 2005, p. 194, ISBN 0-8018-8221-4.
- 1 2 3 4 5 Conrad A. Matthee, Natalie de Wet e Terence J. Robinson, Conservation genetics of the critically endangered riverine rabbit, Bunolagus monticularis: Structured populations and high mtDNA genetic diversity, in Journal of Mammalian Evolution, vol. 29, n. 1, marzo 2022, pp. 137-147, DOI:10.1007/s10914-021-09577-2, ISSN 1064-7554.
- 1 2 Schai-Braun e Hackländer, 2016, p. 72.
- 1 2 3 4 5 6 Schai-Braun e Hackländer, 2016, p. 112.
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- ↑ Schai-Braun e Hackländer, 2016, p. 75.
- 1 2 3 Kai Collins e Johan T. Du Toit, Population status and distribution modelling of the critically endangered riverine rabbit (Bunolagus monticularis), in African Journal of Ecology, vol. 54, n. 2, 2016, pp. 195-206, Bibcode:2016AfJEc..54..195C, DOI:10.1111/aje.12285, hdl:2263/55988.
- ↑ L. Mucina, M. C. Rutherford, L. W. W. Powrie, J. Gerber, H. Bezuidenhout, E. J. J. Sieben, S. S. Cilliers, P. J. du Preez, J. C. Manning, D. B. Hoare, C. Boucher, A. G. Rebelo, G. J. Bredenkamp e F. Siebert, Inland azonal vegetation, in L. Mucina e M. C. Rutherford (a cura di), The vegetation of South Africa, Lesotho and Swaziland, Pretoria, SANBI, 2006, p. 645, ISBN 978-1-919976-21-1, hdl:20.500.11937/29126.
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- 1 2 3 4 5 6 Kai Collins, Christy Bragg, Coral Birss, Conrad Matthee, Vicky Nel, Michael Hoffmann, Lizanne Roxburgh e Andrew Smith, Bunolagus monticularis Thomas Bayne, 190, su M. F. Child, L. Roxburgh, E. Do Linh San, D. Raimondo e H. T. Davies-Mostert (a cura di), The Red List of Mammals of South Africa, Swaziland and Lesotho, South Africa, South African National Biodiversity Institute and Endangered Wildlife Trust, maggio 2016.
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- ↑ Schai-Braun e Hackländer, 2016, p. 89.
- ↑ Miguel Delibes-Mateos, Rafael Villafuerte, Brian D. Cooke e Paulo C. Alves, Oryctolagus cuniculus (Linnaeus, 1758) European rabbit, in Andrew T. Smith, Charlotte H. Johnston, Paulo C. Alves e Klaus Hackländer (a cura di), Lagomorphs: Pikas, Rabbits, and Hares of the World, Johns Hopkins University Press, DOI:10.1353/book.57193, ISBN 978-1-4214-2341-8, LCCN 2017004268.
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- ↑ Andrew Graeme Duthie, The ecology of the riverine rabbit Bunolagus monticularis, Pretoria, South Africa, University of Pretoria, marzo 1989.
- ↑ Jocelyn Collins, Riverine rabbit, su Enviro Facts, University of the Western Cape, 1º febbraio 2001. URL consultato il 3 ottobre 2015 (archiviato dall'url originale il 6 maggio 2015).
- ↑ Engela Duvenage, Searching the dirt for missing species, in Nature Africa, 6 febbraio 2024, DOI:10.1038/d44148-024-00039-4.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- D. E. Wilson, T. E. Lacher e R. A. Mittermeier (a cura di), Family Leporidae (Hares and Rabbits), in Handbook of the Mammals of the World, 6. Lagomorphs and Rodents I, Lynx Edicions, 2016, pp. 62-149, ISBN 978-84-941892-3-4.
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