Biomarcatore

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Il termine Biomarcatore (o "marker") viene utilizzato per indicare un particolare stato biologico in svariati ambiti interdisciplinari

In biologia indica, soprattutto, una molecola che identifica la presenza di un determinato tessuto. Il marker può essere di ogni natura, ma sostanzialmente è proteico, o comunque polipeptidico, poiché sono le proteine ad essere tradotte dal DNA. Per questo motivo un marker è tale: è una molecola che viene prodotta principalmente da quel tipo di cellula.

In genetica un biomarcatore (marcatore genetico) è un frammento della sequenza di DNA causa di malattia o di una certa predisposizione patologica.

In paleontologia si tratta di una sostanza organica che si conserva per tempi molto lunghi e sopravvive al decadimento dei corpi rimanendo inclusa nelle rocce sedimentarie. Può servire come prova dell'antica presenza di forme viventi da tempo scomparse che di solito non lasciano alcun fossile.

In medicina, esempi di biomarcatori sono costituiti da composti radioattivi utilizzati in ambito diagnostico, da particolari anticorpi associati a una specifica infezione o da antigeni quali l'antigene prostatico specifico. Se il marker viene usato come un indice di malattia, dovrebbe essere prodotto solo in presenza di tale malattia. Pochi marker soddisfano tuttavia queste esigenze. Il problema maggiore è dato dai marker delle cellule tumorali: in quanto cellule comunque non del tutto estranee all'organismo, le cellule neoplastiche non traducono per molecole tali da rendere il loro dosaggio accurata metodica.

In epidemiologia e tossicologia un biomarcatore può essere utilizzato per valutare l'esposizione a varie sostanze ambientali. In questo caso, il biomarcatore può essere rappresentato dalla stessa sostanza esterna (ad es. particelle di asbesto o prodotti della combustione del tabacco) o da un suo metabolita.

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