Battaglia di Fidene (437 a.C.)

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Battaglia di Fidene (437 a.C.)
Fidènes VIe et IVe siècles avant JC.svg
Il territorio della città di Fidenae nel VI secolo a.C. (in giallo)
Data437 a.C.
LuogoValli tra Fidene e Aniene
EsitoVittoria romana[1]
Schieramenti
Comandanti
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La battaglia di Fidene del 437 a.C. si svolse nei primi anni della Repubblica romana, tra l'esercito romano, guidato dal dittatore Mamerco Emilio Mamercino, ed una coalizione nemica, formata da Fidenati, Etruschi di Veio i Falisci e i Capenati, guidata dal re etrusco Lars Tolumnio. I Romani ebbero la meglio.

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

Mentre a Roma, l'annosa contesa tra Plebei e Patrizi, aveva portato per il 438 a.C. all'elezione dei Tribuni consolari (furono eletti Lucio Quinzio Cincinnato, figlio di Cincinnato, Mamerco Emilio Mamercino e Lucio Giulio Iullo) in luogo degli ordinari consoli di nomina senatorile, la colonia romana di Fidene si alleò con la città etrusca di Veio[2].

Non solo i Fidenati abbandonano l'alleanza con Roma, ma Tolumnio, per far in modo che la scelta di campo di Fidene fosse irreversibile, fece uccidere i tre romani inviati a Fidene, per chiedere motivo della decisione[3].

A Roma si decise di affidare la guerra ai consoli dell'anno successivo, quando furono eletti alla massima magistratura Marco Geganio Macerino e Lucio Sergio Fidenate, cui fu affidato il comando delle azioni belliche.

Lucio Sergio guidò immediatamente l'esercito romano contro l'esercito veiente, guidato da Tolumnio, in uno scontro campale lungo le sponde dell'Aniene; i romani ebbero la meglio, ma lo scontro fu così violento, e causò così tante perdite anche tra i romani, che si decise per la nomina di un dittatore, cui affidare la campagna militare[4].

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Roma e dintorni in epoca storica

Mamerco Emilio Mamercino, nominato dittatore, a sua volta nominò Magister equitum Lucio Quinzio Cincinnato, figlio di Cincinnato e suo collega nel tribunato dell'anno precedente, e come suoi legati, volle Tito Quinzio Capitolino Barbato, già sei volte console, e Marco Fabio Vibulano[5]

La coalizione nemica, che si era ritirata dalla campagna romana fino alle colline intorno a Fidene, aspettò l'arrivo degli alleati Falisci e dei Capenati, prima di porre il proprio campo davanti alle mura di Fidene.

I romani posero il proprio accampamento vicino alla confluenza dell'Aniene con il Tevere[6], ponendo delle fortificazioni a protezione del campo.

Mentre i romani erano intenzionati a provocare immediatamente la battaglia, Tolumnio, che come i fidenati pareva più propenso a temporeggiare, si decise allo scontro, soprattutto perché preoccupato dei Falisci, desiderosi di dar subito battaglia perché lontani dalle propria città[6].

Tolumnio schierò i Veienti sull'ala destra, i Fidenati al centro, e i Falisci e i Capenati sulla sinistra. Mamerco affidò a Tito Quinzio le operazioni contro i Fidenati, a Barbato quelle contro i Veienti, riservandosi il comando dei soldati opposti ai Falisci e Capenati.

Mamerco lasciò la cavalleria sotto il comando del Magister equitum, in modo che potesse intervenire su tutto il fronte della battaglia, ma non dimenticò di lasciare alcune guarnizione di soldati a protezione del campo, sotto il comando di Marco Favio Vibulano, mossa che risultò decisiva per contrastare un attacco a sorpresa, portato al campo da parte della cavalleria etrusca, mentre infuriava la battaglia tra i due eserciti[7].

«Come vide il segnale, levato il grido di guerra, (il dittatore romano) lanciò contro il nemico per primi i cavalieri, seguiti dalla schiera dei fanti che combatté con grande vigore. In nessuna parte le legioni etrusche riuscirono a reggere l'urto romano: i loro cavalieri offrivano la resistenza più tenace e il re in persona - il più forte, in assoluto, di tutti i cavalieri - prolungava la lotta avventandosi contro i Romani, mentre questi ultimi si sparpagliavano nella foga dell'inseguimento.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri)

Lo scontro ebbe il suo punto di svolta con la morte di Tolumnio provocata dall'azione solitaria di Aulo Cornelio Cosso:

«E, spronato il cavallo, si buttò, lancia in resta, contro quel solo nemico. Dopo averlo colpito e disarcionato, facendo leva sulla lancia, scese anch'egli da cavallo. E mentre il re cercava di rialzarsi, Cosso lo gettò di nuovo a terra con lo scudo e poi, colpendolo ripetutamente, lo inchiodò al suolo con la lancia. Allora, trionfante, mostrando le armi tolte al cadavere e la testa mozzata infissa sulla punta dell'asta, volse in fuga i nemici, terrorizzati dall'uccisione del re.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri)

Le file dei nemici dei romani, scompaginate e messe in fuga dopo la morte di Tolumnio, furono massacrate dai romani, che arrivarono a far razzia fino nelle campagne di Veio.

Per questa vittoria Mamerco Emilio Mamercino ebbe il trionfo a Roma[7].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 2, 20.
  2. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 2, 17.
  3. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 2, 17.
  4. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", IV, 2, 17.
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri|Ab Urbe condita, IV, 2, 17.
  6. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri|Ab Urbe condita, IV, 2, 18.
  7. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri|Ab Urbe condita, IV, 2, 19.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]