Aulo Cornelio Cosso

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Aulo Cornelio Cosso
Nome originaleAulus Cornelius Cossus
GensCornelia
Tribunato consolare426 a.C.
Consolato428 a.C.
413 a.C.
Pontificato maxdal 431 a.C.

Aulo Cornelio Cosso[1] (in latino: Aulus Cornelius Cossus; Roma, ... – ...) che nella battaglia di Fidene uccise il re di Veio, Tolumnio, e per questo fu insignito delle spoglie opime,[2] la più alta onorificenza romana (che dovevano essere condotte nel tempio di Giove Feretrio), che era rilasciata solo ai comandanti che uccidevano in battaglia il comandante nemico. In tutta la storia di Roma, solo tre persone ebbero le spoglie opime: Romolo, Cornelio Cosso e Marco Claudio Marcello, che uccise in battaglia un re dei Galli.

La battaglia di Fidene[modifica | modifica wikitesto]

A narrare l'episodio è Tito Livio nella sua Ab urbe condita[3]. Ma proprio il suo racconto ha creato alcuni problemi di interpretazione, dato che Cosso compare come tribuno militare. Ed è lo stesso Livio a discutere di quest'incongruenza:

«Siccome l'impresa aveva avuto pieno successo, per decreto del Senato e per volontà del popolo, il dittatore rientrò a Roma in trionfo. Ma nel trionfo lo spettacolo più grande fu Cosso che avanzava con le spoglie opime del re ucciso. In onore di Cosso, i soldati cantavano rozzi inni, paragonandolo a Romolo. Con una solenne dedica rituale, egli appese in dono le spoglie nel tempio di Giove Feretrio, accanto a quelle di Romolo, le prime, e fino a quel momento le uniche, a essere chiamate opime. Cosso si attirò gli sguardi dei cittadini distogliendoli dal carro del dittatore, così che quasi da solo raccolse il frutto della solennità di quel giorno. Per volontà del popolo, il dittatore offrì in dono a Giove sul Campidoglio, a spese dello Stato, una corona d'oro del peso di una libbra. Seguendo tutti gli scrittori che mi hanno preceduto, ho narrato come Aulo Cornelio Cosso abbia portato le seconde spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio avendo il grado di tribuno militare. Ma, a parte il fatto che tradizionalmente sono considerate opime solo le spoglie prese da un comandante a un altro comandante e che il solo comandante che noi riconosciamo è quello sotto i cui auspici si fa una guerra, la stessa iscrizione posta sulle spoglie confuta gli altri e me, dimostrando che Cosso era console quando le prese. Avendo io sentito Cesare Augusto, fondatore e restauratore di tutti i templi, raccontare di aver letto lui personalmente quest'iscrizione su un corsaletto di lino quando entrò nel santuario di Giove Feretrio, che lui aveva fatto riparare dai danni del tempo, ho ritenuto quasi un sacrilegio privare Cosso della testimonianza che delle sue spoglie dà Cesare, cioè proprio colui che fece restaurare il tempio. Ma è giusto che ciascuno abbia un'opinione personale in merito alla questione se vi sia o meno un errore, dato che sia gli annali antichi sia i libri lintei dei magistrati, depositati nel tempio di Moneta, che Licinio Macro cita continuamente come fonte), riportano solo nove anni dopo il consolato di Aulo Cornelio Cosso, insieme a Tito Quinzio Peno. Ma un altro valido motivo per non spostare una battaglia così famosa in quell'anno è che all'epoca del consolato di Aulo Cornelio per circa un triennio non ci furono guerre a causa di una pestilenza e di una carestia, tanto che alcuni annali, quasi in segno di lutto, riportano solo i nomi dei consoli. Due anni dopo il suo consolato, Cosso compare come tribuno militare con poteri consolari e nello stesso anno anche come magister equitum. E mentre ricopriva tale carica combatté un'altra celebre battaglia equestre. In merito è possibile fare molte ipotesi, che per me sono però tutte inutili, dato che il protagonista del combattimento si sottoscrisse Aulo Cornelio Cosso console, dopo aver deposto le spoglie appena conquistate nella sacra sede alla presenza di Giove, cui erano state dedicate, e di Romolo, testimoni che l'autore di un falso non può certo prendere alla leggera.»

(Livio, Ab Urbe Condita, IV 20)

Primo consolato[modifica | modifica wikitesto]

Aulo Cornelio Cosso divenne console nel 428 a.C. insieme a Tito Quinzio Peno Cincinnato, al suo secondo consolato[4].

Durante il consolato Roma fu colpita dall'ennesima carestia, cui seguirono casi di pestilenza, che favorì la diffusione di riti superstiziosi in città.

«Non soltanto i corpi furono infettati, ma anche le menti suggestionate da riti magici di ogni genere di provenienza per lo più straniera, perché coloro che speculano sugli animi vittime della superstizione, con i loro vaticini riuscivano a introdurre nelle case strane cerimonie sacrificali; finché dello scandalo ormai pubblico non si resero conto le personalità più autorevoli della città, quando videro che in tutti i quartieri e in tutti i tempietti venivano offerti dei sacrifici espiatori, forestieri e insoliti, per implorare la benevolenza degli dèi. Perciò diedero disposizione agli edili di controllare che non si venerassero divinità al di fuori di quelle romane e che i riti fossero soltanto quelli tramandati dai padri.»

(Tito Livo, Ab Urbe condita, IV, 2, 30)

Infine si registrarono razzie ad opera dei Veienti, a cui si decise di rispondere l'anno successivo.

Tribunato consolare[modifica | modifica wikitesto]

Nel 426 a.C. fu nominato tribuno consolare con Tito Quinzio Peno Cincinnato, Marco Postumio Albino Regillense e Gaio Furio Pacilo Fuso[5], con il compito di condurre la guerra contro Veio.

Effettuata la leva, mentre i primi tre conducevano l'esercito in territorio etrusco, ad Aulo Cornelio Cosso fu affidato il compito di proteggere la città. Lo scontro ebbe esito negativo per i Romani, soprattutto per l'incapacità dei tre tribuni di coordinare le proprie azioni.

A Roma la notizia della sconfitta fu accolta con terrore, tanto che il senato decise di nominare un dittatore, ricorrendo perla terza volta a Mamerco Emilio Mamercino, che nominò Aulo Magister equitum[6].

Secondo consolato[modifica | modifica wikitesto]

Aulo Cornelio Cosso divenne console per la seconda volta nel 413 a.C. insieme a Lucio Furio Medullino[7].

I due consoli guidarono le indagini per l'ammutinamento dell'anno precedente, che aveva portato alla morte del tribuno consolare Marco Postumio Regillense, arrivando al giudizio di colpevolezze per pochi soldati, che furono indotti al suicidio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ William Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, 1, Boston: Little, Brown and Company, Vol.1 pag.866 n.5
  2. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 16, 7.
  3. ^ Livio, Ab urbe condita, IV 17-19
  4. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 30.
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 31.
  6. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 3, 31
  7. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 4, 51, anche se Diodoro e Cassiodoro indicano come console dell'anno Marcus Cornelius Cossus

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]