Alessandro Tassoni

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Alessandro Tassoni

Alessandro Tassoni (Modena, 28 settembre 1565Modena, 25 aprile 1635) è stato uno scrittore e poeta italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Modena: monumento ad Alessandro Tassoni, opera di Alessandro Cavazza (1860)

Nacque il 28 settembre 1565, in una famiglia dell'aristocrazia modenese, figlio del conte Bernardino Tassoni e della nobildonna Sigismonda Pellicciari.[1] Orfano di entrambi i genitori quando era ancora giovanissimo, rimase affidato al nonno materno e a uno zio, che lo avviarono allo studio del diritto. Frequentò le università di Bologna, Pisa e Ferrara dove, forse, si laureò. Già nel 1589 era ascritto all'Accademia della Crusca, con il nome accademico di Brullo.[2] Benché avesse un buon patrimonio, fu per tutta la vita avido di denaro, e al denaro, oltre che agli onori, pensava certo quando, nel 1597, si decise a trarre profitto dalla sua dottrina trasferendosi a Roma, "porto franco – come dice il Campori – dei postulanti e degli ambiziosi d'ogni genere". Nel 1599 entrò come primo segretario al servizio del cardinale Ascanio Colonna, che, nel 1600, seguì in Spagna. Il cardinale lo rimandò poi a Roma a chiedere per lui a Papa Clemente VIII il permesso di assumere il vicereame dell'Aragona; e, grato del modo con cui assolse la missione, lo nominò, nel 1603, amministratore generale di tutti i suoi beni in Italia. Mentre si trovava in Spagna, Tassoni seppe che l'Inquisizione di Modena lo accusava di stregoneria per avere regalato a una donna un'ampollina contenente un diavoletto (si trattava di un giocattolo). Si difese con acre arguzia inviando il 9 febbraio 1602, da Valladolid, al vicario dell'Inquisizione modenese, una lettera che è tra le più notevoli di lui. Per ragioni che ignoriamo, alla fine del 1603, o all'inizio del 1604, Tassoni lasciò la corte del Colonna per vivere libero in Roma, dove attese a scritture che destarono violente polemiche, ma gli procurarono anche fama e onori, come l'iscrizione, col nome accademico di Bisquadro, all'Accademia degli Umoristi, della quale fu Principe tra il 1606 e il 1607. Ospite per parecchi anni del munifico cardinale Bartolomeo Cesi, e del cardinale Alessandro d'Este, e vanamente proposto nel 1614 come segretario di Papa Paolo V, s'illuse di avere maggior fortuna rivolgendosi alla casa di Savoia. Ammiratore del duca Carlo Emanuele I, nel quale vedeva la salvezza d'Italia dal giogo spagnolo, si fece, da Roma, informatore politico della corte di Torino, scrivendo ai suoi amici conte di Polonghera e conte di Verrua, già ambasciatori sabaudi presso il papa, numerose lettere, dense di acute osservazioni e di utili notizie. In compenso ebbe da Carlo Emanuele I promesse di doni in denaro e di una pensione; ma dovette attendere sino al 1618 per ottenere la nomina di segretario dell'ambasciata sabauda in Roma e di gentiluomo ordinario del cardinale Maurizio di Savoia. Per essere più libero accettò solo la carica di gentiluomo. Grazie ai buoni uffici del Verrua, nel 1619 fu invitato a trasferirsi a Torino come "primo segretario delle lettere e de' complimenti" del cardinale Maurizio; ma la gelosia di altri segretari, e la sua nota avversione alla politica ispanofila, che in quel momento il duca seguiva, gli resero il soggiorno torinese difficile e amaro. Si trasferì allora a Saluzzo, finché, nel febbraio del 1621, si vide rimandato a Roma con il cardinale Maurizio, che tuttavia già nel luglio lasciava bruscamente, tenendo poi verso di lui un contegno così sprezzante che il principe, col pretesto che avesse divulgato un oroscopo poco onorevole a suo riguardo, lo fece bandire dalla città. Per la clemenza del papa, l'esilio ebbe la durata di dieci giorni soltanti; ma Tassoni non poté più attendersi nulla dalla corte di Torino. Intorno a queste sfortunate sue relazioni con i principi di Savoia stese, nel 1627, un Manifesto, il quale, anziché una sua giustificazione, è un violento atto d'accusa contro la casa sabauda; lo tenne però inedito, fra le sue carte, sicché fu stampato solo nel 1856 da Giuseppe Campori.

Ritiratosi a vita privata, cercò rifugio negli studi e nel lavoro solitario nell'orto-giardino preso in affitto alla Lungara, che coltivava egli stesso per domare "l'ambizione con la vanga"; ma il cuore gli doleva, e tornava alle corti. Già nel 1621 era in trattative per entrare al servizio del cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Papa Gregorio XV, che nel 1626 lo prese al suo servizio con lo stipendio annuo di 400 scudi romani. Alla morte del Ludovisi Tassoni passò a Modena, dove lo aveva richiamato fin dal 1632 il duca Francesco I come «gentiluomo di belle lettere».[3] Placido tramonto dunque; pur lo riprese l'umore litigioso e vendicativo, anche in quegli anni ultimi. Sopravvennero malanni fisici, i quali non gli tolsero l'umor bizzarro che si rivela anche nei testamenti. Ben sette se ne contano fra il 1609 e il 1635, e nel primo sono già parole molto significative perché scritte a 44 anni: "Ringrazio Dio creatore del tutto e fonte di tutte le cause, che m'abbia fatto nascere uomo e non bestia; maschio e non femmina; Italiano e non Barbaro".[4] Si spense in Modena il 25 aprile 1635, e là fu sepolto nella Chiesa di San Pietro.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

I Pensieri diversi e le Considerazioni sopra le rime del Petrarca[modifica | modifica wikitesto]

La prima opera che Tassoni diede alle stampe fu un libretto intitolato Parte de' quesiti del Sig. Alessandro Tassoni modenese (Modena, 1608), raccolta di pensieri audaci, bizzarri, acuti, riedita in edizione accresciuta e migliorata con il titolo Varietà di pensieri (Modena, 1612 e 1613), e aumentata d'un decimo libro nella terza edizione, uscita a Carpi nel 1620 col titolo Dieci libri di pensieri diversi. Quest'opera, dalla quale Tassoni si aspettava fama grande e duratura,[5] è notevolissima nella storia del pensiero italiano: se nei quesiti Tassoni si oppone a Copernico e a Galileo,[6] preannuncia lo spirito moderno mettendo in discussione Aristotele e il principio di autorità, afferma il diritto all'indipendenza di giudizio, e «colla guida di una critica acuta e severa, cerca di penetrare i secreti della natura e alcuni ne svela: verità o presentimenti di verità che mostrano la rara potenza del suo ingegno».[7] Nel decimo libro, il «paragone degli ingegni antichi e moderni», introduce per primo, e discute minutamente la questione che sotto il titolo di Querelle des Anciens et des Modernes doveva poi fare tanto rumore in Francia dopo la metà del Seicento[8][9]; e non è da escludere che, diffusa tra gli italianisants, l'opera del Tassoni abbia avuto diretta influenza sul pensiero francese. «È noto, infatti, almeno fin da quando Hippolyte Rigault pubblicò nel 1856 la sua bella Histoire de la Querelle des anciens et des modernes, che i letterati francesi promotori del razionalismo critico, Charles Perrault ed altri, conobbero l'opera del Tassoni e a questa attinsero direttamente.»[10] Tassoni è per la superiorità dei moderni, in base ad argomentazioni di carattere nazionale o religioso, che erano del resto già state anticipate da alcuni cinquecentisti come Ortensio Lando.[11] Nel quesito 11 del Libro IX dei Pensieri («Se Omero nell'Iliade sia quel sovrano poeta che i Greci si danno a credere») si accanisce in particolare contro Omero, concludendo, dopo una critica feroce, che «Omero, componendo a caso, se mai disse nulla di buono, lo disse a caso».[11]

Oltre ai Pensieri Diversi, sono dovute allo spirito ribelle del Tassoni anche le Considerazioni sopra le rime del Petrarca, buttate giù alla fine del 1602 in viaggio, e poi riprese più volte con molta pazienza fino a lasciarne quattro redazioni, due delle quali date alle stampe nel 1609 e nel 1611. Tassoni si propose di «notar le cose non imitabili, additar le più nobili, dichiarar passi oscuri, e difendere il poeta da varie opposizioni»; ma siccome lo mossero a scrivere certe «zucche secche, che non vogliono che sia lecito dir cosa non detta da Petrarca, né diversamente da quello ch'egli la disse», così mise insieme, meglio che un commento, un'opera letteraria originale, piena di sali, ricca di digressioni, di citazioni, di raffronti con altri poeti (anche con i trovatori provenzali). Tassoni identifica nell'archetipo trecentesco «la forma, la storia, la scienza da cui i «moderni» si debbono svellere, il modello da dissolvere, il padre da uccidere».[12] Sui singoli componimenti del Petrarca ha spesso osservazioni critiche e postille acute e calzanti, di cui tennero e tengono conto i commentatori posteriori; tuttavia data l'indole del Tassoni non è da stupirsi che si abbandonasse a un linguaggio irrispettoso, non solo nei riguardi dei petrarchisti e dei marinisti, ma dello stesso Petrarca. Ne nacque uno scandalo, e Giuseppe degli Aromatari, studente venticinquenne di medicina all'Università di Padova, forse, come sospettò lo stesso Tassoni, sostenuto dai suoi professori Cesare Cremonini e Paolo Beni,[13] diede alle stampe, nel 1611, un volumetto di Risposte alle Considerazioni del Sig. Alessandro Tassoni. In poco più di due mesi Tassoni compose e pubblicò una sua violenta difesa col titolo Avvertimenti di Crescenzio Pepe di Susa al Sig. Giosefo degli Aromatari (Modena 1611); e poiché due anni dopo l'Aromatari osò tornare alla carica con certi tediosi Dialoghi di Falcidio Melampodio (Venezia 1613), Tassoni gli scagliò contro, alla fine di quello stesso anno, un altro vivace e mordace libro: La Tenda rossa, risposta di Girolamo Nomisenti ai dialoghi di Falcidio Melampodio (Modena 1613). La polemica ebbe anche strascichi giudiziari.

Le Filippiche[modifica | modifica wikitesto]

Tra la fine del 1614 e l'inizio del 1615, senza indicazione di luogo e di anno e senza il nome dell'autore, vennero stampate, col rispettivo titolo di Filippica I e Filippica II, due orazioni veementi "ai principi e cavalieri d'Italia", che fanno parte della vasta letteratura politica antispagnola, sorta allora intorno a Carlo Emanuele I, e sono anzi, di quella letteratura, le pagine più eloquenti e più belle. Ritraggono in poche linee efficaci la triste condizione degli stati italiani e la decadenza della Spagna, confutano le accuse mosse al duca di Savoia, ed esortano i principi ad aiutarlo nell'opera generosa di liberare l'Italia. Si è discusso a lungo se debbano ritenersi opera del Tassoni, il quale, nel Manifesto sopra ricordato, giurò di non esserne l'autore e le attribuì a quel Fulvio Savoiano, che ha composte altre Scritture ancora più pungenti di quelle contra gli stessi Spagnuoli.[14] Ma, dati i pericoli di vendetta da parte degli Spagnoli a cui si sarebbe esposto confessando la sua paternità, quel giuramento è tutt'altro che probativo, e resta sempre altamente verosimile che le due Filippiche siano opera sua, e non di Fulvio Testi, come ritenne, tra gli altri, Francesco Bartoli.[15] Sicuramente sua è poi un'altra opera antispagnola uscita anonima nel 1617, la Risposta al discorso che, in quell'anno stesso, un Soccino genovese, il quale "nato in città libera" aveva composto un discorso per dimostrare la "giustizia dell'imperio degli Spagnuoli in Italia". La Risposta è, per eloquenza e sagacia polemica, degna sorella delle Filippiche. «il Tassoni scrive "così alla semplice, essendo professore di schiettezza non di eloquenza", confutando le capziose ragioni dell'avversario e insistendo nella celebrazione del principe di Savoia. Si è però notato come, mentre il sentimento d'italianità sia sempre vivo in questo documento, più temperate e caute vi appaiono le espressioni relative al Re Cattolico, mentre lo scrittore ripone ora la sua fiducia non più nella lega dei principi italiani, ma nell'appoggio della monarchia francese al Piemonte.»[16]

La Secchia rapita[modifica | modifica wikitesto]

La secchia rapita, esposta all'interno della Torre Ghirlandina

Intorno al 1614 Tassoni concepì il suo capolavoro: La Secchia rapita, poema eroicomico in ottave, e lo stese rapidamente fra il 1614 e il 1615, in dieci canti, che sottopose poi a un lungo lavoro di lima. Nel 1617 il poema crebbe di mole, avendo il poeta introdotti, fra il nono e il decimo, altri due canti. Stampata per la prima volta a Parigi nel 1622 sotto pseudonimo e in edizione definitiva a Venezia nel 1630, l'opera ottenne subito rapida fortuna che durerà oltre la vita dell'autore, e nei secoli successivi, ed è attestata, oltre che dalle molte edizioni, anche dalle traduzioni in vari dialetti e in lingue straniere, nonché dalle imitazioni che ne fecero poeti mediocri e insigni. Né è fortuna che possa cessare, perché la Secchia rapita ha, oltre che un singolarissimo valore storico, pregi d'arte che non temono il tempo.

La poesia epica, che era stata così importante nel secolo precedente, entrò in crisi nel periodo barocco quando gli ideali eroici non solo tramontarono definitivamente ma furono apertamente ridicolizzati (basti solo pensare al Don Chisciotte di Cervantes o al Roman comique di Scarron). In Italia questo clima antieroico diede vita al ricco filone del poema eroicomico, di cui il maggiore esempio è La Secchia rapita.[17]

L'argomento del poema prende le mosse da un fatto storico, poiché i Modenesi rapirono davvero un'umile secchia ai Bolognesi inseguendoli fin sulle soglie della loro città dopo la battaglia di Zappolino nel 1325; ma della storia e della cronologia il poeta si serve con tutta libertà, piegandole ai giochi della sua fantasia per trarne un gustoso guazzabuglio. I Modenesi, che non vogliono rendere la secchia, si rivolgono a Federico II (morto, come si sa, quasi un secolo avanti), e ottengono che mandi loro in aiuto il figlio Enzo, re di Sardegna. Arde la guerra, a cui partecipano anche gli dei dell'Olimpo. I Modenesi prendono Castelfranco (fatto storico del 1323); poi, abbandonati da Marte per volontà di Giove, sono sconfitti in campo aperto, e lasciano re Enzo in mano ai nemici (Battaglia di Fossalta, 1249). Il conte di Culagna, guerriero pronto sempre a scappare davanti al pericolo, corre ad annunziare il disastro a Modena atterrita; ma un'eroina, Renoppia, alla testa di una schiera di donne, aiutata dal capitano Gherardo, riesce a mettere in fuga i Bolognesi. Questi, impensieriti perché Ezzelino si prepara ad assalirli (evento del 1247), offrono pace. Segue una tregua di dieci giorni, durante la quale un misterioso cavaliere sfida a tenzone i migliori campioni dei due campi: il vincitore avrà in premio la bella Renoppia. Sennonché tutti gli eroi sono sbalzati di sella, tranne il conte di Culagna, fra la meraviglia generale, che si muta in alte risa quando si apprende che il cavaliere misterioso non poteva essere vinto che dal maggior codardo che fosse al mondo. Ma il conte è ormai innamorato di Renoppia, e decide perciò di sbarazzarsi col veleno della propria moglie. Ed ecco che va a confidare il suo disegno proprio all'amante di lei, il guerriero romanesco Titta; così il veleno, che per fortuna è solo un energico drastico, finisce in corpo al conte, mentre la moglie si rifugia nella tenda di Titta, dove, non riconosciuta, viene dal marito stesso esortata a darsi all'amante. Quando scopre la beffa, il conte sfida a duello Titta, e al primo colpo scambia per effetto di mortale ferita il rosseggiare di un nastro scioltosi sulla sua armatura. Finita la tregua, la guerra è ripresa, i Bolognesi sono vinti, e il legato del papa riesce a concludere la pace a condizione che i Modenesi si tengano la secchia e i Bolognesi re Enzo.

A questa materia Tassoni volle dare la forma di un poema epico regolare con unità d'azione, fondamento storico, uso del meraviglioso, rassegne d'eserciti, ecc., tenendo naturalmente presenti, anche per particolari episodi, Omero e Virgilio, nonché l'Ariosto e il Tasso. Nel tempo stesso credette di avere inventato una nuova specie di componimento "tutto misto", cioè composto di parti serie e di parti facete, che fossero giustificate pienamente, le une e le altre, dall'argomento; ma è superfluo avvertire che l'originalità dell'opera non è nelle apparenze formali.

Si è discusso e si discute sulla genesi precisa del poema, ma in realtà, dal giorno in cui Venceslao Santi ha con pazienti indagini dimostrato che i personaggi e i fatti della Secchia non sono altro che il travestimento di fatti e personaggi contemporanei del Tassoni (rivalità e liti e zuffe fra Modenesi e Bolognesi per questioni d'acque e di confini), è impossibile negare al poema la finalità precipua di dileggiare la boria, la viltà e la ribalderia dei suoi tempi (nel conte di Culagna è ferocemente deriso Alessandro Brusantini, nemico personale del poeta): satira, dunque, che se anche non rispecchia idealità ben ferme e alte, che invano si richiederebbero alla tempra morale del Tassoni, e fa suo bersaglio preferito la gretta società modenese del primo Seicento, non dimentica peraltro di sollevarsi oltre i confini regionali per colpire i mali che affliggevano la vita di tutta la nazione, come lo spagnolismo vacuo e pomposo, e le magagne del clero, dai cardinali ai curati di campagna. Satira sociale, che del resto non esclude, ma comprende, anche la satira letteraria; e in questo campo i colpi del Tassoni vanno non solo ai poemi eroici e cavallereschi, allora pullulanti d'ogni parte, ma alla stessa lirica marinistica.

Quanto alla satira personale, ignoriamo le vere ragioni dell'odio che animava Tassoni contro Alessandro Brusantini; ma che il poema sia nato soprattutto da quell'odio è da escludere, anche per il solo fatto che l'epopea burlesca del conte è narrata proprio nei due canti aggiunti alla prima stesura.

Nei rispetti dell'arte il poema non poteva non risentire delle intenzioni pratiche dell'autore. Ritrarre sotto la maschera del Medioevo la società e la cronaca contemporanea, era già porsi dei limiti duri. Altri gli vennero dallo stesso impegno di affiancare pagine serie a pagine comiche, mentre l'indole del Tassoni era soprattutto incline al sarcastico e al beffardo. Le parti serie, tranne l'episodio di Diana ed Endimione nel canto VIII, non valgono infatti molto più di quelle che ci offrono gli innumerevoli poemi epici del Seicento; né i frequenti trapassi dal serio al ridicolo, cioè i tratti più propriamente eroicomici, sono sempre indovinati. Ma è fuori di dubbio che bastano a salvare l'opera d'arte le parti in cui rifulge la capacità del poeta di cogliere il comico dei personaggi e degli atti con poche note brevi ed essenziali, che valgono a disegnare vere e proprie caricature.

Neanche gli manca la capacità superiore di creare caratteri; come dimostra soprattutto il conte di Culagna, che è figura viva al di fuori della realtà storica ond'è germogliato, anche se per qualche tratto possa ricordare Don Chisciotte, del quale egli stesso si vanta di essere nipote (Secchia IX 72, 2-8). Accanto a lui, sebbene abbiano un minore rilievo, vivono il suo antagonista Titta, romanesco vanaglorioso, e il Potta, e Renoppia.

Complesso di movenze e di motivi, espressione di uno spirito bizzarro aperto agli stimoli e agli interessi più disparati, dai quali si lascia volentieri sedurre, il poema manca innegabilmente di vera e salda unità estetica; tuttavia rimane leggibile e godibile, non solo negli episodi più felici, come il concilio degli dei (canto II) o le imprese del conte di Culagna (canti X e XI), ma in tutti i canti, perché in tutti il poeta riesce a rompere la monotonia delle gesta serie con lo scoppiettio della sua risata, che è schietta anche quando, per difetto di sentimento, si rivela superficiale, grottesca, o magari inopportuna.

Opere minori[modifica | modifica wikitesto]

Analoghe attitudini di artista del comico appaiono in un manipolo di sonetti satirici, alcuni dei quali devono dirsi veramente felici. Incompiuto rimase invece l'Oceano, poema serio, sulla Scoperta dell’America, scritto sul modello dell'Odissea, cominciato prima della Secchia rapita, ma interrotto alla seconda ottava del canto II. Tassoni biasima Tommaso Stigliani che, nel suo Mondo Nuovo aveva imitato l'opera di Tasso e Virgilio, trascurando l'Odissea che, secondo lui, doveva servire da faro a chi voleva scrivere un poema epico sulla navigazione di Colombo.[18] E ad Omero sono ispirate «le settantasei ottave che egli lasciò del primo ed unico canto dell'incompiuto Oceano (...) imperniate su «incanti di maghi», «contrasti e macchine di demoni», «discordie e ribellioni de' suoi» con ben due preghiere di Cristoforo Colombo e due diretti interventi angelici.»[19]

Tassoni lasciò inediti altri scritti, che furono pubblicati solo in tempi moderni. Notevole fra essi la Difesa di Alessandro Macedone (1595) e il Ragionamento... intorno ad alcune cose notate nel duo-decimo dell'Inferno di Dante (1597). Intorno a Dante e ad altri poeti lasciò postille non prive d'interesse; inediti tuttora il compendio e la continuazione degli Annales Ecclesiastici di Cesare Baronio. Ma non si tratta di lavori che possano mutare la fisionomia del Tassoni quale è ormai fissata per merito della Secchia rapita: quella cioè del maggiore umorista italiano del secolo XVII.

Belle e importanti sono le lettere, che hanno ricevuto particolare attenzione da parte della critica più recente.[20] Esse rispecchiano non soltanto la vita del poeta, ma anche il suo animo beffardo, ricco di contrasti, incline spesso alla malignità e al paradosso, ma non cattivo; e sono scritte con la stessa vivacità, sobrietà e arguzia che ammiriamo nelle Filippiche e nelle prose polemiche.

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

Il "Premio Alessandro Tassoni"[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2005, a Modena, in suo onore, è nato il "Premio Alessandro Tassoni" (Poesia, narrativa, teatro, saggistica), a cura dell'Associazione culturale Le Avanguardie e della Rivista Bollettario.

Onorificenze e dediche[modifica | modifica wikitesto]

  • A Modena gli è stato intitolato il liceo scientifico cittadino.
  • A Torino in zona Campidoglio gli è stato intitolato un corso nel tratto compreso fra piazza Bernini e corso Svizzera.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giuseppe Petronio, Civiltà nelle lettere: dal Rinascimento all'Illuminismo, Palumbo Editore, 1967, p. 992.
  2. ^ Alessandro D'Ancona e Orazio Bacci, Manuale della letteratura italiana, vol. 3, Casa Editrice Barbèra, 1904, p. 349.
  3. ^ Plinio Carli, Il fiore delle lettere italiane: dall'inizio del Cinquecento alla fine del Settecento, Le Monnier, 1962, p. 510.
  4. ^ Primo testamento di Alessandro Tassoni, in La rivista europea, Tip. Fodratti, 1877, p. 864.
  5. ^ In un testamento del 1612 il Tassoni disponeva che fosse tradotta in latino, per renderla forse più accessibile ai dotti d'oltralpe: questa disposizione, che è tolta nel testamento del '13, ricompare poi in quello del 1620. Il Tassoni poi scrisse i Pensieri in italiano, anziché in latino, forse per la sua smania di novità; egli di fatto dimostra nella prefazione il convincimento di essere stato il primo a scrivere di fisica in volgare. Il libro dovette essere assai diffuso tra i contemporanei, se dal 1608 al 1676 ne uscirono in luce ben dieci edizioni, dalla modenese del Cassiani alla veneziana del Miloco (cfr. G. Rossi, Saggio di una bibliografia ragionata etc., pag. 1 e segg.). Le speranze del Tassoni, del resto, sono chiaramente espresse nel quesito 32 del lib. IX.
  6. ^ Secondo Tassoni l'«opinione» di Copernico (e sottinteso di Galileo), «disputata a' dì nostri da ingegni grandi, che in difenderla hanno fatto le prove di Carneade Cirenaico», è «contra la natura, contra l'astronomia, contra la religione, contra il senso e contra le ragioni fisiche e matematiche» (4. 25).
  7. ^ Francesco Pitoni, Sopra i Pensieri diversi di Alessandro Tassoni, Livorno, Meucci, 1882, p. 7.
  8. ^ Giulio Natali, Antichi e Moderni, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1929. URL consultato il 1º dicembre 2019.
  9. ^ Marc Fumaroli, Le api e i ragni, Adelfi, 2005, pp. 58-64, ISBN 9788845919589.
  10. ^ Aldo Andreoli, Antologia storica della critica letteraria italiana, vol. 1, Mondadori, 1926, p. 215.
  11. ^ a b Antonio Belloni, Il Seicento, Vallardi, 1898, p. 167.
  12. ^ Giancarlo Mazzacurati (1986), p. 76.
  13. ^ Giorgio Baroni e Rosanna Alhaique Pettinelli, Storia della critica letteraria in Italia, UTET, 1997, p. 229, ISBN 9788877503817.
  14. ^ Lodovico Antonio Muratori, Vita di Alessandro Tassoni, Modena, per Bartolomeo Soliani stampator ducale, 1739, p. 18.
  15. ^ Francesco Bartoli, Fulvio Testi autore di prose e poesie politiche e delle Filippiche, Città di Castello, tip. Dello stab. S. Lapi, 1900.
  16. ^ Carmine Jannaco, Martino Capucci, Storia letteraria d'Italia: Il Seicento, Vallardi, 1966, p. 607.
  17. ^ Peter Brand e Lino Pertile (a cura di), The Cambridge History of Italian Literature, Cambridge University Press, 1999, p. 310, ISBN 9780521666220.
    «Epic poetry, which was so important in the previous century, declined in the Baroque period when heroic ideals had not only waned but were openly ridiculed (one need only think of Don Quixote or of Scarron's Roman comique). In Italy this anti-heroic attitude gave rise to a series of mock-epic poems. The first, and certainly the greatest, of these is La secchia rapita ('The Stolen Bucket') by Alessandro Tassoni.».
  18. ^ Piero Carboni, Cristoforo Colombo nel teatro, Fratelli Treves, 1892, p. 10.
  19. ^ Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Storia della letteratura italiana. Il Seicento, Garzanti, 1987, p. 866, ISBN 9788811203803.
  20. ^ A sollecitare l'interesse degli studiosi ha in parte contribuito l'edizione critica A. TASSONI, Lettere, a cura di Pietro Puliatti, Bari, Laterza, 1978 («Scrittori d'Italia, nn. 262-263»), che ha sostituito quella curata da Giorgio Rossi nel 1910 per i tipi Romagnoli-Dell'Acqua di Bologna.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Vittorio Giovanni Rossi, Tassoni, Milano, Edizioni Alpes, 1931.
  • Giorgio Rossi, Saggio di una bibliografia ragionata delle opere di Alessandro Tassoni, Bologna 1908;
  • Augusto Boselli, Bibliografia della Secchia rapita, in Atti e Memorie della Deputazione di storia patria per le province modenesi, s. 5a, X (1916).
  • Ludovico Antonio Muratori, Vita di Alessandro Tassoni, in testa all'edizione della Secchia rapita, Modena 1744;
  • Girolamo Tiraboschi, in Biblioteca modenese, ivi 1784, V, p. 180 segg.;
  • Dubois-Fontenelle, Vie de P. Aretin et de Tassoni, Parigi 1768;
  • Joseph Cooper Walker, Memoirs of Alessandro Tassoni, Londra 1815;
  • Giuseppe Campori, Appunti intorno ad Alessandro Tassoni, in Indicatore modenese, 1852;
  • Giuseppe Campori, Processo di Alessandro Tassoni in Bologna, in Atti e memorie della Regia Deputazione di storia patria per le provincie di Modena e Parma, VIII (1876);
  • Tommaso Sandonnini, Alessandro Tassoni e il S. Uffizio, in Giornale storico della letteratura italiana, IX, p. 345;
  • Antonio Bertolotti, I testamenti di Alessandro Tassoni, in Rivista europea, 1877;
  • Antonio Bertolotti, Un testamento di Alessandro Tassoni, ibid., 1881;
  • Odoardo Raselli, Ancora dei testamenti di Alessandro Tassoni, Firenze 1877;
  • Ferdinando Nunziante, Il conte Alessandro Tassoni ed il Seicento, Milano 1885;
  • Giuseppe Rua, Alessandro Tassoni e Carlo Emanuele I di Savoia, in Giornale storico della letteratura italiana, XXXII, p. 281 segg.;
  • Venceslao Santi, Alessandro Tassoni e il card. Ascanio Colonna, in Atti e memorie della Regia Deputazione di storia patria per le provincie modenesi, s. 5a, II (1902);
  • Venceslao Santi, Alessandro Tassoni fra malfattori e parassiti, in Giornale storico della letteratura italiana, XLIII, p. 259 segg.;
  • Venceslao Santi, Il fico di Alessandro Tassoni, in Memorie della Regia Accademia di scienze, letteratura e arti di Modena, s. 3a, XIV (1921);
  • Miscellanea tassoniana di studi storici e letterari, Modena 1908;
  • Vittorio Giovanni Rossi, Tassoni, Milano 1931.
  • Francesco Pitoni, Sopra i pensieri diversi di Alessandro Tassoni, Livorno 1882;
  • Luigi Ambrosi, Sopra i Pensieri di Alessandro Tassoni, Roma 1896;
  • Giovanni Setti, Il Tassoni erudito e critico d'Omero, in Atti del Regio Istituto veneto, LXVI, ii (1907);
  • H. Naef, Due contributi alla storia dei Pensieri di Alessandro Tassoni, Trieste 1911;
  • Orazio Bacci, Le Considerazioni sopra le rime del Petrarca di Alessandro Tassoni, Firenze 1887;
  • Alessandro Tortoreto, Il Canzoniere nelle Considerazioni del Tassoni e del Muratori, in Parma e F. Petrarca, Parma 1934;
  • Emilia Errera, Sulle Filippiche di Alessandro Tassoni, Firenze 1880;
  • Giuseppe Rua, L'epopea savoina alla corte di Carlo Emanuele I, in Giornale storico della letteratura italiana, XXVII, p. 230 segg.;
  • Domenico Perrero, Le due prime Filippiche sono opere di Alessandro Tassoni, in Giornale storico, XXXV, p. 34 segg.;
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  • Erich Loos: Alessandro Tasonis „La secchia rapita“ und das Problem des heroisch-komischen Epos. Fritz Neubert zum 80. Geburtstag (Schriften und Vorträge des Petrarca-Instituts; Bd. 20). Scherpe Verlag, Krefeld 1967.
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  • Stephanie Neu: Alessandro Tassoni (1565–1635). Metamorphosen des Epos (Grundlagen der Italianistik; Bd. 16). Peter Lang Verlag, Frankfurt/M. 2012, ISBN 978-3-631-62112-7 (zugl. Dissertation, Universität Hamburg 2012).
  • Elizabeth Cropper: Ancient and moderns. Alessandro Tassoni, Francesco Scannelli, and the experience of modern art. In: Annali di critica d'Arte, Bd. 5 (2009), S. 81–101, ISSN 2279-557X (WC · ACNP).

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