Accademia degli Umoristi

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Accademia degli Umoristi
Sopra l'impresa de gli accademici Humoristi - discorso (1611) (14747062561).jpg
Girolamo Aleandro, Sopra l'impresa de gli accademici humoristi
TipoOrganizzazione accademica
Fondazione7 febbraio 1600
FondatorePaolo Mancini
Vittoria Capocci
Gasparo Salviani
Scioglimento1670 circa
Sede centraleItalia Roma
Lingua ufficialeitaliano
MottoRedit Agmine Dulci

L'Accademia degli Umoristi, insieme all'Accademia dell'Arcadia e alla splendida ma effimera Accademia delle Notti Vaticane fu una delle principali accademie letterarie romane del Seicento. Nel tempo contò tra i suoi membri molti protagonisti della cultura barocca italiana ed europea, come Gabriel Naudé[1], Luca Olstenio[2], Agostino Mascardi[3], Nicolas-Claude Fabri de Peiresc[4], Giovanni Battista Doni[5], Vincent Voiture[6] e Secondo Lancellotti[7] Anche Jean Chapelain, che pure non risulta, a differenza di Naudé o Peiresc, accademico umorista, prese parte al dibattito sorto in seno all'Accademia sulla poesia di Giambattista Marino con il suo Discours de M. Chapelain à M. Favereau, portant son opinion sur le poème d'Adonis du cavalier Marino (1623).[8]

Fondazione[modifica | modifica wikitesto]

Fu fondata il 7 febbraio 1600 per iniziativa del nobile romano Paolo Mancini, di sua moglie Vittoria Capocci e del nobile Gaspare Salviani[9]. In occasione delle nozze di Mancini (durante il Carnevale del 1603), nel suo palazzo si recitarono commedie e si declamarono poesie e discorsi[10]. Da questa piacevole casualità prese l'avvio una società letteraria che animò tutta la vita culturale del Seicento romano[11].

L'iniziativa attirò l'interesse del cardinale Antonio Caetani, molto colto e dai vasti interessi letterari, poeta satirico e autore teatrale, che appoggiò e promosse l'Accademia ai suoi inizi[12], quando si chiamava ancora Accademia dei Begli Umori.

Il compito di redigere gli statuti dell'istituzione fu affidato a Felice Colonna, duca di Pagliano.[13]

Ascesa e culmine[modifica | modifica wikitesto]

Grazie all'appoggio e alla protezione che poi ottenne da parte del cardinale Francesco Barberini, divenne un'istituzione semi-ufficiale. Aveva sede a Roma ma vantava aspirazioni cosmopolite.

Come tutte le accademie dei secoli XV-XVI-XVII, era presieduta (o governata) da un Principe, che organizzava le sedute, indirizzava i lavori, la rappresentava presso altre Accademie o di fronte alle autorità. La carica aveva durata annuale, ma poteva essere reiterata. Alcuni dei Principi dell'Accademia degli Umoristi furono tra i più prestigiosi e innovatori letterati del Seicento: Giovanni Battista Guarini (1611), Alessandro Tassoni (1606-1607), Giovan Battista Marino (1623).

Le leggi dell'accademia degli Umoristi consentivano anche una limitata partecipazione femminile. «Feminis primariis ætate et forma prestantibus earumque viris eam frequentandi veniam dabant leges».[14]

La sede[modifica | modifica wikitesto]

La sua sede era il Palazzo Mancini, dove viveva la nobilissima famiglia del fondatore. Anche dopo il rifacimento del Palazzo (1687-1689), una sala era destinata alle riunioni accademiche (a cui potevano assistere anche le signore):

«Intorno a tutta la Sala corre una ringhiera vagamente dipinta, e con mobili cancelli ferrata, sopra di cui intervengono le Principesse, e le Donne di Roma per essere ammiratrici ancor esse de' Litterarj Componimenti di que' Soggetti che si prendono l'onore di far pompa de' propri talenti in questo famosissimo consesso»

(G. Malatesta, L'Italia Accademica[15].)

Affiliati[modifica | modifica wikitesto]

Un elenco, non completo ma piuttosto ricco, di affiliati è fornito da Ludovico Antonio Muratori, e comprende: Filippo Colonna (principe dell'Accademia), Paolo Mancini (segretario), Cesare Ubaldini, Francesco Bracciolini, Gaspare Salviani, Gian Vittorio Rossi, Pietro della Valle (principe dell'Accademia), Giovan Battista Marino, Francesco Cesarino, Girolamo Aleandro, Federigo Colonna (principe dell'Accademia), Girolamo Preti, Alessandro Tassoni (principe dell'Accademia), Giovanni Ciampoli, Albertino Barisoni, Ottavio Rinuccini, Viviano Viviani, Cassiano dal Pozzo, Roberto Fontana (poi vescovo di Modena), Alessandro Cesarino (poi cardinale), Virginio Cesarini, Benedetto Buommattei, Agesilao Marescotti (principe dell'Accademia), Federigo Sforza (cardinale e principe dell'Accademia), Omero Tortora, Agostino Mascardi (principe dell'Accademia), Giulio Mazzarino (poi cardinale), Gabriello Chiabrera, Prospero Bonarelli, Maffeo Barberini (principe dell'Accademia, poi cardinale e papa).[16]

Ruolo politico dell'Accademia[modifica | modifica wikitesto]

L'accademia aveva un carattere elitario e distaccato dal mondo circostante, pur non essendo completamente estranea al contesto politico e sociale; al contrario tra i suoi membri ci sono personaggi impegnati e attivissimi nella vita della città di Roma, tanto che si può definire l'Accademia degli Umoristi un'istituzione altamente compromessa con il potere politico.[9]

Infatti ritroviamo tra gli Umoristi gli esponenti delle più illustri famiglie romane, dai Colonna agli Aldobrandini, alle riunioni partecipano persino i papi Clemente VII e Urbano VIII, speso con seguito di cardinali e alti prelati. Nei primi anni l'Accademia sarebbe quindi stata animata da «un interesse molto più politico che culturale».[17]

L’Impresa[modifica | modifica wikitesto]

L'Accademia, come tutte le consorelle, aveva un simbolo o impresa. Essa è più di un'immagine e di un motto: è l'autorappresentazione che l'Accademia offre di se stessa, ne indica l'identità[18].
L'Impresa degli Umoristi nacque per insistenza di Giovanni Battista Guarini (allora Principe dell'Accademia) nel 1611: ci furono numerosissime proposte[19] e infine fu accettata quella che divenne definitiva: una nuvola dalla quale cade pioggia sulle onde del mare e sotto verso lucreziano[20] «Redit Agmine Dulci» (Ritorna dal campo di battaglia alla dolcezza)[21].

Così un contemporaneo commenta l'Impresa:

«Si come la Nuvola è condensata d’umorosi vapori levatisi dall’amarezza del mare, così l’Accademia degli umoristi è una raunanza di spiritosi ingegni, che dall’amarezza dei costumi mondani si sono separati. E si come quella, nonostante che da luogo così amaro abbia origine, se ne ritorna con abbondanza d’acque dolci, così questa ancorché porti seco nome, che mostra aver del difettoso, nondimanco essendosi spogliata d’ogni vile affetto, d’ogni basso pensiero, manda fuori nobile e perfette operazioni»

(Girolamo Aleandro[22])

Rinascita e scomparsa[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine del Seicento l'Accademia perse importanza e non ebbe più attività. Nel 1717 il pontefice Clemente XI volle ripristinarla e ne nominò principe Alessandro Albani, non ancora cardinale.

Il tentativo non ebbe però successo e di lì a poco l'Accademia scomparve definitivamente[23].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ S. Aleo, G. Barone (a cura di), Quaderni del Dipartimento di studi politici (2007), Giuffrè Editore, 2007, p. 257. URL consultato il 4 giugno 2019.
  2. ^ Simone Testa, Italian Academies and their Networks, 1525-1700: From Local to Global, Springer, 2017, p. 162. URL consultato il 4 giugno 2019.
  3. ^ Eraldo Bellini, Agostino Mascardi, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 4 giugno 2019.
  4. ^ Peter N. Miller, Peiresc's Orient: Antiquarianism as Cultural History in the Seventeenth Century, Routledge, 2017, p. 32. URL consultato il 4 giugno 2019.
  5. ^ Estelle Haan, From Academia to Amicitia: Milton's Latin Writings and the Italian Academies, American Philosophical Society, 1998, p. 102. URL consultato il 4 giugno 2019.
  6. ^ Louis Moreri, Supplement au grand Dictionnaire historique , genealogique, geografique, &c. de M. Louis Moreri : pour servir a la derniere edition de l'an 1732 & aux precedentes, vol. 2, chez La Veuve Lemercier, 1735, p. 476. URL consultato il 4 giugno 2019.
  7. ^ Le Muse, VI, Novara, De Agostini, 1964, p. 346.
  8. ^ Jean-Luc Nardone, p. 8.
    «Quant à Jean Chapelain, dont rien n’indique qu’il ait été, contrairement à Naudé ou Peiresc, académicien Humoriste, il prend part au débat de l’académie avec son Discours de M. Chapelain à M. Favereau, portant son opinion sur le poème d'Adonis du cavalier Marino (1623).»
    .
  9. ^ a b Florinda Nardi, «"Letture" in Accademia: esempi cinque-secenteschi», in Semestrale di Studi (e Testi) italiani, n. 9, p. 119
  10. ^ Girolamo Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana. Tomo VIII, parte I, Milano, Società tipografica de' Classici Italiani, 1824, pp. 66-67.
  11. ^ Almo Paita, La vita quotidiana a Roma ai tempi di Gian Lorenzo Bernini, Milano, Rizzoli (BUR), 1998 p. 171.
  12. ^ vedi The Cardinals of the Holy Roman Church - Biographical Dictionary (EN) .
  13. ^ Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, volume VIII, parte I, Venezia 1796, p. 43. Gli statuti del Colonna, aggiunge il Tiraboschi, "poi servirono di norma a tutte l'altre accademie".
  14. ^ Benedetta Borello, Trame sovrapposte: la socialità aristocratica e le reti di relazioni femminili a Roma (XVII-XVIII secolo), Edizioni Scientifiche Italiane, 2003, p. 108, ISBN 9788849505627.
  15. ^ Giuseppe Malatesta Garuffi, L'Italia Accademica, o sia le Accademie aperte a pompa, e decoro delle Lettere più amene nelle città italiane, Rimini, Giovanni Felice Dandi, 1688, pp. 10-11.
  16. ^ L. A. Muratori, Vita di Alessandro Tassoni, in Raccolta delle opere minori di Ludovico Antonio Muratori, vol. XVIII, Napoli, Alfano, 1762, p. 12. Il Muratori attinge le sue informazioni a Domenico Vandelli, che nel 1739 ebbe per le mani "catalogo degli accademici Umoristi formato dal fu cavalier Prospero Mandosto [...] e dal dignissimo cavaliere suo figlio". Il Vandelli attestava di avere raccolto oltre cinquecento nomi di affiliati all'istituzione (Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, tomo VIII, parte I, Venezia 1796, p. 43).
  17. ^ Laura Alemanno, «L'Accademia degli Umoristi», in Roma moderna e contemporanea, III, 1, gennaio-aprile 1995, pp. 97-120.
  18. ^ Florinda Nardi, '«"Letture" in Accademia: esempi cinque-secenteschi», in Semestrale di Studi (e Testi) italiani, n. 9, p. 118
  19. ^ vedi Descrizione delle imprese proposte per l'Accademia degli Umoristi, in Miscellanea di materiali dell'Accademia degli Umoristi, Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, ms. 44/122.
  20. ^ Lucrezio, De rerum natura, VI, 637.
  21. ^ Girolamo Aleandro, Sopra l'Impresa de gli Accademici Humoristi, Roma, Giacomo Mascardi, 1611.
  22. ^ Girolamo Aleandro, Sopra l’Impresa de gli Accademici Humoristi, Roma, Giacomo Mascardi, 1611, p. 8.
  23. ^ Carlo Antonio Vanzon, Dizionario universale della lingua italiana...; preceduto da una esposizione grammaticale ragionata della lingua italiana. Tomo IV, Livorno, Vannini, 1836, p. 91.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Michele Maylender, Storia delle Accademie d’Italia, v, pp. 370–381.
  • Giuseppe Gabrieli, Accademie romane. Gli Umoristi, «Roma», 13 (1935), pp. 173–184.
  • Francis W. Gravit, “The Accademia degli Umoristi and Its French Relationships,” Papers of the Michigan Academy of Science, Arts, and Letters 20 (1935): 505–21.
  • Rodolfo de Mattei, Dispute filosofico-politiche nelle accademie romane del Seicento, «Studi romani», 9 (1961), pp. 148–167: 160-167.
  • Piera Russo, L’Accademia degli Umoristi. Fondazione, strutture e leggi: il primo decennio di attività, in Esperienze Letterarie, IV, n. 4, 1979, pp. 47-61, SBN IT\ICCU\CSA\0096213.
  • Luisa Avellini, Tra «Umoristi» e «Gelati», «Studi secenteschi» 23 (1982): 109-137.
  • Marco Gallo, Orazio Borgianni, l’Accademia di S. Luca e l’Accademia degli Humoristi: documenti e nuove datazioni, «Storia dell’arte», 76 (1992), pp. 296–345: 301-310.
  • Laura Alemanno, L’Accademia degli Umoristi, «Roma moderna e contemporanea», 3 (1995), pp. 97–120.

Qualche ulteriore informazione in:

  • Emanuela Trotta, II carteggio tra Cassiano Dal Pozzo e Fabio Chigi, «Nouvelles de la République des Lettres», 1995, 2, pp. 87–110: 101-110.

I rapporti tra Marino e gli Umoristi sono ricostruiti in:

  • Giulia Raboni, Geografie mariniane. Note e discussioni sulle biografie seicentesche di Marino, «Rivista di letteratura italiana», 9 (1991), pp. 295–311.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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