Racconti di Sarajevo
| Racconti di Sarajevo | |
|---|---|
| Autore | Ivo Andrić |
| 1ª ed. originale | 1946 |
| Genere | racconti |
Racconti di Sarajevo è una raccolta di racconti di Ivo Andrić uniti dall'ambientazione: la Sarajevo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, tutto il vissuto e il quotidiano che diventa storia di una città martoriata attraverso la vita dei suoi abitanti.
Indice |
[modifica] Lettera del 1920
In questo racconto Andrić ci offre con la sensibilità propria dei grandi artisti una riflessione quasi profetica sulle radici di tutti i conflitti jugoslavi, soprattutto se pensiamo alla feroce guerra civile avvenuta fra il 1991 e il 1995, che portò alla segregazione della Jugoslavia in sei nuovi stati nazionali. L'analisi dell'autore ci fornisce infatti una chiave d'interpretazione, pessimista, sui nuovi e incerti destini della terra dello scrittore, dopo l'ennesima, terribile carneficina.
[modifica] Riassunto
Due amici che si erano conosciuti a scuola, si incontrano dopo sei anni nella stazione di Slavonski Brod. I due differivano di tre anni. Il più grande era figlio di un medico austriaco di origine ebraica e di una duchessa di Trieste e si chiamava Max Levenfeld. Era molto colto ed è sempre stato motivo di stimolo per l'altro. I due si dilettavano a leggere il Prometeo di Johann Wolfgang von Goethe. Poi lui era andato a Vienna per studiare medicina e così si persero di vista. Continuò una corrispondenza di lettere ma la guerra interruppe tutti i contatti. Egli aveva trascorso gli ultimi mesi a Sarajevo per vendere l'appartamento del padre che era morto di tifo, poi d'accordo con la madre sarebbe andato a Trieste lasciando per sempre la Bosnia. Come scrive Andrić ("chiacchiera in modo forzatamente frivolo, come se volesse allontanare altri, più pesanti pensieri"). Max disprezza la guerra. Ma dopo pochi giorni il protagonista riceve una lettera dal medico dove motiva la scelta di lasciare la Bosnia. Egli spiega che la Bosnia è un paese stupendo ma pieno d'odio e proprio a causa di esso va via. Dopo dieci anni dalla ricevuta della lettera il protagonista sente dire che Max viveva a Parigi e aveva un grande studio nei pressi di Neilly. Dopo altri sette, otto anni il protagonista apprese la notizia che appena era iniziata la guerra civile in Spagna Max aveva lasciato tutto e si era arruolato come volontario nell'esercito repubblicano. Aveva organizzato ambulatori e ospedali ed era famoso per la sua energia e la sua professionalità. Ma all'inizio del 1939 si trovava nei pressi di Aragona in un ospedale. L'ospedale fu bombardato e Max morì. Andrić conclude scrivendo "Così finì la vita dell'uomo che era fuggito dall'odio".
[modifica] Riflessioni
- Le letture dei due giovani mettono in evidenza quali erano le aspirazioni e le idee di fondo dei due giovani, orientate a una visione laica e progressista.
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