Ode su un'urna greca

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Ode su un'urna greca
Titolo originale Ode on a Grecian Urn
JohnKeats1819.jpg
Ritratto di Keats
Autore John Keats
1ª ed. originale 1819
Genere poesia
Lingua originale inglese
Una scena dai Marmi del Partenone.

Ode su un'urna greca (titolo originale Ode on a Grecian Urn) è una famosa poesia di John Keats, pubblicata per la prima volta nel 1819. Il componimento, in forma di ode, è appunto un canto dedicato alla bellezza "senza tempo" di un manufatto artistico dell'antica Grecia, descritta come una sublime e perfetta manifestazione dell’arte che non ha bisogno di giustificazioni.

Il poeta trasse probabilmente ispirazione, nel comporla, dai marmi del Partenone, che aveva ammirato in un'esposizione al British Museum, dove erano giunti tre anni prima.

Il fregio descritto nell'ode presenta due scene, una in cui un giovane è sul punto di baciare una fanciulla e una in cui un sacerdote è pronto per il sacrificio pubblico di una giovenca, attorniato da molte persone.

Oltre il suo significato letterale, la poesia rappresenta un'espressione del concetto di "Negative Capability", caro a Keats, secondo cui l'arte - e la bellezza - si manifestano anche e soprattutto attraverso ciò che è vago e misterioso, segreto e non svelato. Questo tema ricorre infatti spesso all'interno della poesia, le figure che ornano l'immaginaria urna descritta dal poeta sono misteriose e sconosciute, e lo stesso si può dire dei gesti e delle azioni che compiono sulle scene rappresentate. Ciò permette di spaziare con l'immaginazione, navigando, secondo la mentalità romantica, in un mondo immaginario concepito come migliore di quello reale, destinato ad essere inevitabile fonte di delusione.

L'amore e la festa che si possono ammirare nell'urna rimarranno in eterno, sopravvivendo allo scorrere delle generazioni umane. Il bacio non dato ancora è anche emblema dell'irrealizzabilità dei sogni, che, per prosperare e giungere a pienezza, devono rimanere all'interno del cuore. Nella realizzazione, infatti, si degraderebbero irreversibilmente.

Gli ultimi versi sono invece una riflessione filosofica sul rapporto tra l'arte e la bellezza, la poesia si conclude infatti con la celebre coppia di versi:

(EN)

« Beauty is truth, truth beauty, - that is all
Ye know on earth, and all ye need to know. »

(IT)

« Bellezza è verità, verità è bellezza, - questo solo
Sulla Terra sapete, ed è quanto basta. »

(John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.49-50)

Questa concezione ricalca le tesi del filosofo Friedrich Schiller, per il quale la bellezza si manifesta solo quando il suo soggetto mostra realmente la propria vera natura.

L'Ode[modifica | modifica wikitesto]

Vaso greco raffigurante Teseo e il Minotauro

La poesia è scritta nella forma di un'ode pindarica irregolare: è composta infatti da cinque strofe di pari lunghezza e schema metrico (ABABCDEDCE), quando un'ode pindarica solitamente ne prevedeva tre da dodici versi ciascuna; le prime quattro strofe sono sintatticamente divisibili in una quartina e una sestina, mentre l'ultima strofa è composta da due porzioni di uguale lunghezza da cinque versi ciascuna, in linea con la caratteristica diversità dello schema metrico nell'ultima strofa di un'ode pindarica.

Secondo Maurice Bowra[1], l'ode si compone in tre parti distinte:

  • introduzione: nella prima strofa si ha la presentazione dell'urna, dei suoi misteri e una serie di domande che il poeta si rivolge e che rivolge al lettore stesso);
  • corpo principale: la seconda, terza e quarta strofa raccontano diverse scene che sono rappresentate sull'urna: la descrizione non è quella che potrebbe fare un osservatore qualunque, ma come e cosa Keats vede in quell'urna e ciò che essa rappresenta per il poeta stesso
  • conclusione: nella quinta e ultima strofa, in cui il poeta mette in relazione ciò che ha precedentemente scritto in versi: è una sorta di dichiarazione della sua poetica e delle sue idee riguardo alla bellezza e all'arte.

Nel descrivere l'urna, Keats utilizza un linguaggio incentrato sulla sfera dei sensi (soprattutto la vista, ma non manca la menzione all'udito nella seconda strofa); usa inoltre spesso termini arcaici (thou, thy, thus, canst, shalt, wilt, loth, ye). Abbondano le figure di suono, specie assonanze e allitterazioni in suoni dolci.

Sotto il profilo retorico, il poeta usa in maniera massiccia personificazioni, apostrofi e domande retoriche con cui si rivolge a se stesso, all'urna o ai personaggi per "domandare" in modo fittizio qualcosa sull'urna.

Il tema principale della poesia è l'immortalità dell'arte e il fatto che essa possa essere acquisita proprio attraverso l'arte stessa.

Strofa I[modifica | modifica wikitesto]

(EN)

« Thou still unravished bride of quietness!
Thou foster-child of silence and slow time,
Sylvan historian, who canst thus express
A flow'ry tale more sweetly than our rhyme[..] »

(IT)

« Tu, ancora inviolata sposa della quiete,
Tu, figlia adottiva del silenzio e del lento tempo,
Narratrice silvana, tu che sai esprimere
una favola fiorita più dolcemente delle nostre rime[..] »

(John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.1-4)

Il poeta nei primi quattro versi dell'Ode si rivolge all'urna come ad una creatura vivente (personificazione), rivolgendole tre metafore: l'urna assume la connotazione di sposa inviolata del silenzio (allusione alla sua durevolezza nel tempo), figlia adottiva del silenzio (allusione all'artista ignoto che la produsse) e narratrice silvana (allusione alla scene rurali e bucoliche dipinte su di essa) (vv. 1-3), capace di una qualsiasi azione umana. Quest'urna è un'opera d'arte, perfetta e immutabile nel tempo, per sempre incorruttibilmente catturata nel silenzio (figlia adottiva del silenzio, v.2): la reazione che scaturisce alla vista di questo vaso è un senso di immediata riverenza, di meraviglia verso qualcosa capace di raccontare una favola fiorita e di raccontarla più dolcemente delle nostre[2] rime (vv. 3-4).

(EN)

« What leaf-fringed legend haunts about thy shape
Of deities or mortals, or of both,
In Tempe or the dales of Arcady?
What men or gods are these? What maidens loth?
What mad pursuit? What struggle to escape?
What pipes and timbrels? What wild ecstasy? »

(IT)

« Quale leggenda intarsiata di foglie pervade la tua forma
Di dei o di mortali, o di entrambi,
Nella Valle di Tempe o in Arcadia?
Quali uomini o dei sono questi? Quali fanciulle ritrose?
Quale folle fine? Quale forzata fuga?
Quali flauti e quali cembali? Quale estasi selvaggia? »

(John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.5-10)

Il poeta di fronte all'urna (narratrice, v.3), si domanda chi siano le figure rappresentate in una serie di domande retoriche (intarsiate, v.6) intorno alla sua forma: quali leggende narrino o da dove provengano. Lascia al lettore l'immaginarsi la storia di una fanciulla che scappa ritrosa, una processione di uomini e donne o una fuga precipitosa. In questa serie di domande, si denota la negative capability, una caratteristica stilistica di Keats: l'incerto, il vago e il misterioso (esplicato con la ripetitività delle domande) coinvolgono il lettore, che è portato ad esplorare queste vaghezze, più che a percepirne una qualsiasi soluzione. Infatti, il poeta usa anche termini fra loro antitetici (dei o mortali, v. 6; uomini o dei, v. 8; flauti e cembali, v. 10) la cui contrapposizione esalta il senso di incertezza del lettore.

Il contrasto con i primi cinque versi risulta quasi immediato: al silenzio e alla quiete si contrappongono la gioia di una festa, dei flauti o il movimento di una fuga precipitosa, di uno scopo definito folle (Quale folle fine?, v.9). L'urna silenziosa e quieta diviene, nel raccontare storie e leggende, narratrice più abile del poeta stesso, di quanto possano fare le parole o i versi.

La strofa si conclude con l'emblematica parola ecstasy, che riferisce una sensazione ineffabile e associata all'irrazionale e al regno dell'immaginazione, tanto cara a Keats.

La scena viene descritta con largo uso di figure di suono, con una prevalenza di suoni dolci come /l/, /m/ e /s/.

Strofa II[modifica | modifica wikitesto]

(EN)

« Heard melodies are sweet, but those unheard
Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;
Not to the sensual ear, but, more endeared,
Pipe to the spirit ditties of no tone[..] »

(IT)

« Le melodie ascoltate sono dolci, ma quelle inascoltate
Sono più dolci; su, flauti lievi, continuate;
Non per l'orecchio sensibile, ma, più accattivanti,
Suonate per lo spirito melodie silenziose[..] »

(John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.11-14)

La seconda strofa si apre con un'affermazione esemplare: Le melodie ascoltate sono dolci, ma quelle inascoltate sono più dolci, facendo riferimento alle misteriose figure di suonatori incisi nel marmo dell'urna. In ultima analisi, con questa frase Keats afferma la superiorità dell'immaginazione sulla sensazione, poiché la prima è la fonte stessa del potere creativo umano ed è quindi in grado di immaginare le melodie senza suono "incise" nell'urna (si noti l'ossimoro). Le melodie inascoltate sono più dolci perché non son toccate dal tempo né sono frutto del reale: è l'immaginazione che produce queste melodie inascoltate e questa immaginazione è più vitale, più dolce del reale perché rimanda alla sfera irrazionale e di un sogno irrealizzato. Keats infatti sosteneva che più dolce e perfetto è il sogno irrealizzato in quanto ancora ha una speranza, un desiderio che può ancora compiersi: il reale spezza questo desiderio con una negazione o con la sua realizzazione, ma comunque termina la tensione verso la realizzazione. Il poeta incita quindi i dolci flauti a continuare a suonare, non per l'orecchio reale ma per lo Spirito (si noti nuovamente l'espressione ossimorica ditties of no tone, v. 4).

Nella seguente sestina, quindi il poeta si rivolge direttamente ad uno dei suonatori (indicato con bel giovane e audace amante), che è dipinto proprio nell'istante in cui cerca di abbracciare una ragazza, la quale a sua volta è "fissata" nel sottrarsi a lui. Questa scena permette al poeta di introdurre il tema della poesia, ovvero l'immortalità dell'arte. Keats infatti, rivolgendosi al suonatore, lo incita a non disperarsi, perché, nonostante non la potrà mai baciare, l'arte è immortale e perciò anche questa scena lo sarà: i vantaggi in questo caso consistono nel fatto che esso non potrà mai smettere di suonare, non svanirà mai la primavera sugli alberi incisi, la bellezza della ragazza non svanirà mai, sarà sempre splendente ed egli la potrà amare per sempre. Già in questi versi affiora il dualismo che Keats vede nell'arte: essa è perfetta, poiché immortale, ma il compromesso perché essa sia immortale è la staticità dei soggetti.

Strofa III[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un'esclamazione iniziale (O felice amore!) che introduce il tema della strofa, il poeta riprende molti elementi già descritti nella precedente: i felici rami che non potranno perdere le loro foglie sono quelli degli alberi descritti in precedenza, come il felice musicista è ancora il bel giovane che insegue la ragazza. Ancora una volta (v. 4) il poeta sostiene che le canzoni suonate dai personaggi incisi nell'urna sono per sempre nuove, ulteriore allusione al potere immaginativo dell'osservatore l'urna.

La sestina si apre con un'altra esclamazione, al limite dell'esagerazione: Più felice amore! Più felice, felice amore! che riprende l'esclamazione precedente; tuttavia il comparativo introduce ora un confronto fra l'amore dei personaggi dell'urna e l'amore umano (human passion). Viene quindi presentato un altro dei principali temi dell'ode e della poesia di Keats in generale: l'amore rappresentato dall'arte è nettamente superiore a quello sensuale, e il poeta spiega nell'ode dettagliatamente le ragioni: mentre il primo è per sempre caldo, anelante e giovane il secondo lascia l'individuo insoddisfatto, con un cuore pieno di dolore, una fronte bruciante e una lingua secca. Questa concezione dell'amore mostra che Keats aveva teorie sul desiderio per certi aspetti simili a quelle dell'italiano Giacomo Leopardi: c'è molto più piacere nell'attendere un evento (quindi creandolo con l'immaginazione) che viverlo; infatti mentre l'amore inciso nell'urna è ancora da godere, quello sensuale lascia un cuore [...] sazio.

Da sottolineare l'intensa ripetizione della parola happy nei primi cinque versi.

Strofa IV[modifica | modifica wikitesto]

Con la quarta strofa il poeta cambia nettamente argomento e si focalizza sulla seconda immagine impressa nell'urna che egli descrive: un sacrificio pagano. Tuttavia, anche questa volta il confine fra reale e immaginazione, fra certo e incerto e molto labile, se non nullo: i primi sette versi sono occupati da tre domande retoriche, mentre nella descrizione Keats mescola variamente elementi realistici con altri chiaramente immaginari. In particolare, possono essere interpretati come realmente impressi nell'urna la giovenca che sale verso il sacerdote pagano, seguita dalla processione, ornata da ghirlande ai fianchi, mentre è sicuramente immaginario il fatto che essa muggisca al cielo, ma anche il verde altare.

Nella sestina, Keats introduce un altro elemento sicuramente immaginario, una pacifica cittadella, svuotata dalla folla (evidentemente recatasi alla processione), ma anche silenziosa e desolata. Queste caratteristiche permettono al poeta di enfatizzare il lato negativo dell'arte, molto più determinante in questa seconda immagine che nella prima. Le immagini presentate infatti sono statiche, senza evoluzione, "gelate" nel tempo". Il poeta è inoltre quasi sconvolto dal fatto che nessuno possa riferirgli perché tu [la città, personificazione] sei desolata. Si ha quindi un primo riferimento alla "Negative Capability", perché l'arte è positiva in sé ma non c'è spiegazione e risposta al fatto che essa sia statica; l'uomo può solo accettare l'urna ed il fatto che l'arte dipinta in essa sia incorruttibile ma priva di dinamicità.

Strofa V[modifica | modifica wikitesto]

Nella quinta strofa il poeta torna alla realtà: essa si apre con due metafore esclamative riferite all'urna, le prime di una lunga serie. Esse (O forma attica! Armoniosa posa!) sono strettamente legato alla concezione dell'arte greca di Keats: un'arte ineguagliabile per bellezza e armonia. Il poeta quindi riassume nei seguenti versi (vv. 1 - 3) le immagini che ancora vede nell'urna: ^pippa^ calze lunghe, ornamenti con uomini e donne, rami ed erba calpestata.

Riferendosi direttamente all'urna, ancora una volta, egli afferma che essa ci rapisce oltre il nostro pensiero come l'eternità; l'urna infatti, essendo fatta di un materiale incorruttibile, il marmo, resiste nel tempo al contrario dell'umanità stessa e questa idea di eternità dell'arte, confrontato con la caducità del genere umano, sconcerta la mente. In questo passo, il poeta rivolge all'urna altre due metafore. La prima è forma silente e si riferisce al fatto che essa racconta una storia pur essendo priva di voce; la seconda è freddo pastorale: Pastoral si riferisce con certezza al fatto che essa racconti una storia legata al mondo greco pastorale, mentre l'interpretazione del termine cold è dibattuta. La critica l'ha interpretato in tre modi diversi: "freddo" in riferimento al materiale marmoreo dell'urna, freddo per o colore e temperatura; "freddo" in riferimento alle immagini "gelate nel tempo"; "freddo" perché l'urna è indifferente nei confronti della mortalità umana.

Il linguaggio si fa quindi più evocativo e predittivo, quasi apocalittico: il poeta afferma che quando l'età anziana distruggerà questa generazione, l'urna rimarrà nel mezzo dei dolori come un amico dell'uomo. Quest'ultima metafora, in esplicito contrasto con quella appena precedente, può essere spiegata col fatto che l'urna è amica perché porta un'insegnamento all'intera umanità: la bellezza è verità. Questa frase riassume emblematicamente tutta la concezione estetica e filosofica di Keats.

La poesia si conclude con un'altra emblematica affermazione, ancora in riferimento alla "Negative Capability": questo è tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Maurice Bowra, The Romantic Imagination, Oxford University Press, 1950.
  2. ^ In molte traduzioni, tradotto con il termine mie, in riferimento all'idea stessa del poeta.

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