Ode su un'urna greca

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Ode su un'urna greca
Titolo originale Ode on a Grecian Urn
JohnKeats1819.jpg
ritratto di Keats
Autore John Keats
1ª ed. originale 1819
Genere poesia
Lingua originale inglese
Una scena dai Marmi del Partenone.

Ode su un'urna greca (titolo originale Ode on a Grecian Urn) è una famosa poesia di John Keats, pubblicata per la prima volta nel 1819. Il componimento, in forma di ode, è appunto un canto dedicato alla bellezza "senza tempo" di un manufatto artistico dell'antica Grecia, descritta come una sublime e perfetta manifestazione dell’arte che non ha bisogno di giustificazioni.

Il poeta trasse probabilmente ispirazione, nel comporla, dai marmi del Partenone, che aveva ammirato in un'esposizione al British Museum, dove erano giunti tre anni prima.

Il fregio descritto nell'ode presenta due scene, una in cui un giovane è sul punto di baciare una fanciulla e una in cui un sacerdote è pronto per il sacrificio pubblico di una giovenca, attorniato da molte persone.

Oltre il suo significato meramente letterale, la poesia rappresenta inoltre un'espressione del concetto di "Negative Capability", caro a Keats, secondo cui l'arte - e la bellezza - si manifestano anche e soprattutto attraverso ciò che è vago e misterioso, segreto e non svelato. Questo tema ricorre infatti spesso all'interno della poesia, le figure che ornano l'immaginaria urna descritta dal poeta sono misteriose e sconosciute, e lo stesso si può dire dei gesti e delle azioni che compiono sulle scene rappresentate. Ciò permette di spaziare con l'immaginazione, navigando, secondo la mentalità romantica, in un mondo immaginario concepito come migliore di quello reale, destinato ad essere inevitabile fonte di delusione.

L'amore e la festa che si possono ammirare nell'urna rimarranno in eterno, sopravvivendo allo scorrere delle generazioni umane. Il bacio non dato ancora è anche emblema dell'irrealizzabilità dei sogni, che, per prosperare e giungere a pienezza, devono rimanere all'interno del cuore. Nella realizzazione, infatti, si degraderebbero irreversibilmente.

Gli ultimi versi sono invece una riflessione filosofica sul rapporto tra l'arte e la bellezza, la poesia si conclude infatti con la celebre coppia di versi:

(EN)
« Beauty is truth, truth beauty, - that is all
Ye know on earth, and all ye need to know. »
(IT)
« Bellezza è verità, verità è bellezza, - questo solo
Sulla Terra sapete, ed è quanto basta. »
(John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.49-50)

Questa concezione ricalca le tesi del filosofo Friedrich Schiller, per il quale la bellezza si manifesta solo quando il suo soggetto mostra realmente la propria vera natura.

L'Ode[modifica | modifica sorgente]

Vaso greco raffigurante Teseo e il Minotauro

Secondo Maurice Bowra[1], l'ode si compone in tre parti distinte: un'introduzione, un corpo principale e una conclusione.

Introduzione

Nella prima strofa si ha la presentazione dell'urna, dei suoi misteri e una serie di domande che il poeta si rivolge e che rivolge al lettore stesso.

Corpo principale

La seconda, terza e quarta strofa raccontano diverse scene che sono rappresentate sull'urna: la descrizione non è quella che potrebbe fare un osservatore qualunque, ma come e cosa Keats vede in quell'urna e ciò che essa rappresenta per il poeta stesso.

Conclusione

La conclusione si ha nella quinta e ultima strofa, in cui il poeta mette in relazione ciò che ha precedentemente scritto in versi: è una sorta di dichiarazione della sua poetica e delle sue idee riguardo alla bellezza e all'arte.

Strofa I[modifica | modifica sorgente]

(EN)
« Thou still unravished bride of quietness!
Thou foster-child of silence and slow time,
Sylvan historian, who canst thus express
A flow'ry tale more sweetly than our rhyme[..] »
(IT)
« Tu, ancora inviolata sposa della quiete,
Tu, figlia adottiva del silenzio e del lento tempo,
Narratrice silvana, tu che sai esprimere
una favola fiorita più dolcemente delle nostre rime[..] »
(John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.1-4)

Il poeta nei primi quattro versi dell'Ode si rivolge all'urna come ad una creatura vivente: l'urna assume la connotazione di sposa, figlia adottiva e narratrice (vv. 1-3), capace di una qualsiasi azione umana. Quest'urna è un'opera d'arte, perfetta e immutabile nel tempo, per sempre incorruttibilmente catturata nel silenzio (figlia adottiva del silenzio, v.2): la reazione che scaturisce alla vista di questo vaso è un senso di immediata riverenza, di meraviglia verso qualcosa capace di raccontare una favola fiorita e di raccontarla più dolcemente delle nostre[2] rime (vv. 3-4).

(EN)
« What leaf-fringed legend haunts about thy shape
Of deities or mortals, or of both,
In Tempe or the dales of Arcady?
What men or gods are these? What maidens loth?
What mad pursuit? What struggle to escape?
What pipes and timbrels? What wild ecstasy? »
(IT)
« Quale leggenda intarsiata di foglie pervade la tua forma
Di dei o di mortali, o di entrambi,
Nella Valle di Tempe o in Arcadia?
Quali uomini o dei sono questi? Quali fanciulle ritrose?
Quale folle fine? Quale forzata fuga?
Quali flauti e quali cembali? Quale estasi selvaggia? »
(John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.5-10)

Il poeta di fronte all'urna (narratrice, v.3), si domanda chi siano le figure rappresentate (intarsiate, v.6) intorno alla sua forma: quali leggende narrino o da dove provengano. Lascia al lettore l'immaginarsi la storia di una fanciulla che scappa ritrosa, una processione di uomini e donne o una fuga precipitosa. In questa serie di domande, si denota la negative capability, una caratteristica stilistica di Keats: l'incerto, il vago e il misterioso (esplicato con la ripetitività delle domande) coinvolgono il lettore, che è portato ad esplorare queste vaghezze, più che a percepirne una qualsiasi soluzione.

Il contrasto con i primi cinque versi risulta quasi immediato: al silenzio e alla quiete si contrappongono la gioia di una festa, dei flauti o il movimento di una fuga precipitosa, di uno scopo definito folle (Quale folle fine?, v.9). L'urna silenziosa e quieta diviene, nel raccontare storie e leggende, narratrice più abile del poeta stesso, di quanto possano fare le parole o i versi.

Strofa II[modifica | modifica sorgente]

(EN)
« Heard melodies are sweet, but those unheard
Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;
Not to the sensual ear, but, more endeared,
Pipe to the spirit ditties of no tone[..] »
(IT)
« Le melodie ascoltate sono dolci, ma quelle inascoltate
Sono più dolci; su, flauti lievi, continuate;
Non per l'orecchio sensibile, ma, più accattivanti,
Suonate per lo spirito melodie silenziose[..] »
(John Keats, Ode on a Grecian Urn, vv.11-14)

La seconda strofa si apre con l'immagine di un giovane che suona un flauto: è la prima scena rappresentata sull'urna, per quanto concerne la descrizione del poeta nell'opera. Il poeta rivolge la parola all'ipotetico protagonista suonatore affermando che le melodie che sono inascoltate sono ancora più dolci di quelle reali (vv.11-13), incitando i flauti a suonare non per l'orecchio ma per lo Spirito (vv.13-14). Le melodie inascoltate sono più dolci perché non son toccate dal tempo né sono frutto del reale: è l'immaginazione che produce queste melodie inascoltate e questa immaginazione è più vitale, più dolce del reale perché rimanda alla sfera irrazionale e di un sogno irrealizzato. Keats infatti sosteneva che più dolce e perfetto è il sogno irrealizzato in quanto ancora ha una speranza, un desiderio che può ancora compiersi: il reale spezza questo desiderio con una negazione o con la sua realizzazione, ma comunque termina la tensione verso la realizzazione.

Strofa III[modifica | modifica sorgente]

Strofa IV[modifica | modifica sorgente]

Strofa V[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Maurice Bowra, The Romantic Imagination, Oxford University Press, 1950.
  2. ^ In molte traduzioni, tradotto con il termine mie, in riferimento all'idea stessa del poeta.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

letteratura Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di letteratura