Ode al vento dell'Ovest

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Ode al vento dell'Ovest
Titolo originale Ode to the West Wind
Portrait of Percy Bysshe Shelley by Curran, 1819.jpg
Ritratto di Percy Shelley
Autore Percy Bysshe Shelley
1ª ed. originale 1820
Genere ode
Lingua originale inglese
(EN)
« Be through my lips to unawaken'd earth
The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind? »
(IT)
« E alla terra che dorme, attraverso il mio labbro,
tu sia la tromba d'una profezia! Oh, Vento,
se viene l'Inverno, potrà la Primavera essere lontana? »
(Percy Bysshe Shelly, Ode al vento occidentale, trad. di Roberto Sanesi)

Ode al vento dell'Ovest (Ode to the West Wind), a volte tradotto come Ode al vento di Ponente oppure Ode al vento occidentale, è un'ode di Percy Bysshe Shelley.

È costituita da cinque strofe (stanzas), in ognuna delle quali viene descritto l'effetto del vento sulla natura e sull'uomo.

L'Ode al vento dell'Ovest è scritta in terza rima, una forma sonettistica intermedia tra quella petrarchesca e quella shakespeariana.

In questa poesia l'autore auspica che l'umanità possa rigenerarsi come la natura sotto l'effetto del vento, e che il poeta possa avere nella società un ruolo di eminente attivismo.

Quest'opera ha tre livelli interpretativi. Il primo è l'arrivo del vento freddo come agente atmosferico. Il secondo livello è il vento visto come aria di rivoluzione che porta quindi novità e una nuova società. Il terzo livello è il vento visto come l'ispirazione che ha il poeta, che quindi porta quest'ultimo a scrivere le sue opere.

Prima strofa[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Eolo, dio mitologico dei Venti

Nella prima parte del componimento l'autore pronuncia la sua prima invocazione al vento dell'Ovest, elogiando le sue qualità. Dapprima Shelley nei versi passa da uno stato d'animo fervido ed eccitato (fine prima e tutta seconda terzina), per poi descrivere una scena oscura e fredda (terza terzina). Si tratta degli stati d'animo del poeta che si rispecchia perfettamente nel vento, come un essere umano che cambia posizione sentimentale, dall'allegro al triste. Nella prima parte il vento è descritto come "fonte di vita", che distrugge e crea, simile ad un potere epidemico lanciato da un incantatore che provoca febbri rosse e gialle.
Di conseguenza Shelley cambia tematica e colore nella terzina, descrivendo il vento occidentale anche come trasportatore di piccoli corpi nei loro sepolcri bui, come appunto le oscure e gelide tombe di marmo della società umana. Nelle ultime due terzine invece il poeta offre uno scenario più pacato e piacevole, né agitato e neanche opaco. Si tratta della declamazione della Primavera, sorella mitologica di Zefiro, uno dei tanti venti comandati dal dio Eolo. Da qui Shelley passa a descrivere un pascolo pieno di pecore e montoni, per aiutarsi nel finale della sua prima invocazione, simile a quella di Gabriele D'Annunzio alla sua Eurota ne La pioggia nel pineto.

Seconda strofa[modifica | modifica wikitesto]

Anche questa strofa è divisa in due parti, come i primi due stati d'animo di Shelley nella prima parte. Nelle prime due terzine il poeta continua la sua invocazione, esaltando ancora di più la potenza del vento nell'imperare su quasi tutti gli oggetti della natura: foglie, nuvole, pioggia, piante, ecc.. Inoltre Shelley fa un secondo riferimento alla mitologia, come nella prima strofa con Zefiro, facendo entrare in scena le Menadi. Infatti il poeta paragona il fruscio delle foglie a quello dei capelli delle famose baccanti, che seguivano le orge di Dioniso e non erano mai coscienti in quel che facevano per l'ubriachezza.
Dalla metafora della capigliatura, Shelley entra nel secondo stato d'animo, quello negativo, paragonando questa bellezza all'arrivo imminente di una tempesta, com'è consono e naturalissimo per il vento anche nella realtà. Infatti Shelley, declamando il rumore del vento poco prima del temporale, lo paragona al lamento funebre, che chiude un'esistenza. Successivamente anche altri rumori e suoni si sommano a questo, rinchiuso in una cupola, da cui si sprigiona la tempesta del temporale.

Terza strofa[modifica | modifica wikitesto]

L'arrivo di una tempesta

La terza strofa contiene l'ultima invocazione al vento occidentale. Questa volta Shelley, dopo aver parlato della potenza del vento e della sua costituzione nella prima parte e degli effetti devastanti e allo stesso tempo affascinanti che provoca nella seconda, adesso esalta la sua fortuna. Ossia Shelley, ritenendo il Vento un essere immortale che ha fatto sempre parte della terra e della Natura, lo ammira in quanto ha accompagnato l'esistenza di intere generazioni sorte e cadute anni e secoli prima della venuta al mondo del poeta stesso. Infine nella seconda parte di questa strofa, il poeta declama in maniera esaltante per l'ultima volta la grandezza del vento, scrivendo che ha potere perfino sulle onde dell'oceano e dei mari, ingrossandole e ammansendole a suo piacimento.

Quarta strofa[modifica | modifica wikitesto]

La tortura di Prometeo, dipinto di Jean-Louis Cesar Lair (1819)

Qui incomincia l'invocazione vera e propria di Shelley verso il vento occidentale. Il poeta, seguendo i tipici canoni del romanticismo, vorrebbe fuggire dalla sua triste, dolente e piatta vita terrena, per sparire via con l'oggetto del suo desiderio: lo spiffero eterno appunto. Infatti qui Shelley intende formare una vera e propria unione tra sé e il vento, paragonandosi a una foglia morta, a una nuvola oppure alle onde del mare. Solo accoppiandosi col vento, come fantastica un allegro ragazzino negli anni della sua infanzia, il poeta può finalmente trovare la pace. Dato che l'ode fu pubblicata poco dopo la stesura del Prometeo liberato, in questa strofa si possono trovare molte analogie con la figura di Prometeo, il titano che si ribellò agli Dei. Anche Shelley, schiacciato dalle pesanti catene delle regole della vita terrena, desidera fortemente liberarsi e fuggire via, indipendente da ogni affanno e dovere. Prometeo, appunto, disobbedì alle regole di Zeus, rubando il fuoco e donandolo alla razza umana, allora senza alcun potere in Terra.
Tuttavia in questa strofa l'invocazione di Shelley non è completa, perché ancora priva di convinzione. Infatti il poeta sa bene di non poter essere accontentato, così sprofonda bruscamente nella depressione.

Quinta strofa[modifica | modifica wikitesto]

Qui Shelley, non potendo compiere le sue ideali metamorfosi, invoca il Fato di poter diventare un albero, cosicché fosse il Vento in persona ad entrare nel suo corpo e ad uscirne, come in qualsiasi pianta terrestre. Solo così Shelley si sarebbe trovato in completo stato di grazia, attraversato in ogni momento dal vento e dai suoi mille spifferi. Ma il poeta non intende fermarsi qui, infatti il suo messaggio di pace e libertà dev'essere divulgato. Così egli, ancora umano nel suo nuovo essere, mediante le foglie staccate e sparse dal vento, può consegnare a ciascuno i suoi versi profetici, scritti nei petali e nelle foglie stesse del suo "ego".

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