Cavalletto (tortura)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il cavalletto era uno strumento per infliggere una pena corporale affine alla flagellazione, meno grave del tratto di corda.

Il reo era legato ad una sorta di banco su cui era piegato mostrando la schiena al flagellatore, da cui veniva colpito con uno scudiscio. Questa pena era in uso a Roma fino all'Ottocento: l'editto del cardinale Antonelli del 30 luglio 1855 prevedeva per i ladri una pena da quindici a trenta battiture.[1] Così commenta Giuseppe Gioacchino Belli nel sonetto 844 'Piazza Navona' (Roma 1º febbraio 1833):

« Ccquà s'arza er cavalletto che dispensa

sur culo a chi le vò trenta nerbate »

(Giuseppe Gioacchino Belli)

e circa gli effetti soggiunge nel sonetto 253 'La corda ar corzo' (Roma 21 novembre 1831):

« che for de quer tantino de brusciore

un galantuomo, senza stacce a letto,

pò annà per fatto suo come un signore. »

(Giuseppe Gioacchino Belli)

Con tale termine si indica però anche uno strumento di tortura mediante la quale le braccia e le gambe della vittima venivano tirate, grazie a un sistema di corde e pulegge, fino anche alla disarticolazione[2][3].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giacomo Margotti, Le vittorie della Chiesa nel primo decennio del pontificato di Pio Nono, Milano 1857, pp. 416-417
  2. ^ L'Inquisizione
  3. ^ Caccia alle streghe per colpa della fame

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]