Ahl al-Kitab

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Avestā. Apertura del Gāthā Ahunavaitī, Yasna XXVIII,1 (dalla Biblioteca Bodleiana MS J2
Testo sacro ebraico nella sua forma tradizionale di rotolo (Colonia)

Col termine Ahl al-Kitāb (in arabo: أهل الكتاب), lett. "Gente del Libro", la giurisprudenza islamica si riferisce ai fedeli di quelle religioni che fanno riferimento a testi ritenuti di origine divina dallo stesso Islam: Tōrāh per gli ebrei, Injīl per i cristiani, Avesta per gli zoroastriani o Veda per gli induisti.

Una copia del Rigveda (Newberry Library, Chicago)
Vangelo in georgiano (XII secolo)

Per questa ragione i devoti di queste religioni sono considerati meritevoli di "protezione" (dhimma) dall'Islam, purché assoggettati a un'imposta personale (jizya) ed, eventualmente, a una fondiaria (kharāj), oltre che alla lealtà nei confronti della Umma islamica da un punto di vista esclusivamente politico.

All'Ahl al-Kitāb è garantita in contraccambio libertà di culto, la gestione e il restauro dei loro luoghi sacri (a livello puramente teorico limitati alle sole edificazioni esistenti) e l'auto-amministrazione per quanto attiene ad alcuni diritti della persona, patrimoniali (con le eccezioni anzidette) e commerciali, oltre che matrimoniali e successori. Agli uomini dell'Ahl al-Kitāb è invece precluso il matrimonio con musulmane, anche se alle donne è invece consentito sposare uomini appartenenti alla religione islamica.

Ad essa è invece preclusa la carriera militare (con l'eccezione, talora, del comando di guardie del corpo personali dei governanti musulmani), la magistratura e, ovviamente, la suprema conduzione della società islamica. Tutte le "arti liberali" sono invece loro aperte, nonché la carriera amministrativa, fino ai gradi più alti, quali quelli di vizir.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]