Tu quoque

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la frase pronunciata da Giulio Cesare, vedi Tu quoque, Brute, fili mi!.

L'argomento tu quoque è una fallacia logica, in cui si giustificano le proprie azioni menzionando azioni analoghe compiute da altri: si cerca cioè di screditare la posizione di un avversario asserendo la sua incoerenza nel mantenere detta posizione. Si tratta di una variante dell'argumentum ad hominem[1], dove viene criticata l'integrità di una persona e non la sua presa di posizione.[2]

Il termine deriva dall'espressione latina "tu quoque" che significa "anche tu".

Un esempio di affermazione con risposta contenente la fallacia:

"È sbagliato fare del male agli altri."
"Ma anche tu quando sgridi tuo figlio gli fai del male!"

Che è fallace perché il fatto che anche l'interlocutore compia o abbia compiuto il male in realtà è irrilevante nei confronti dell'affermazione che questo sia sbagliato.

L'argomentazione è erronea poiché l'analogia non è una forma di ragionamento garantita dalle leggi del sillogismo.

Aspetti giuridici[modifica | modifica wikitesto]

Questa formula ha anche un risvolto giuridico: nel common law, stabilisce che una persona non può rivolgersi alla Corte di Equità senza essere innocente. Se esiste un nesso tra un illecito compiuto da questi e i diritti che egli intende rivendicare, la corte può negare la sua richiesta. Ad esempio, se il proprietario di una casa infrange una regola riguardo alla proprietà e poi proclama il preavviso di sfratto all'inquilino a causa del mancato rispetto di una regola, la legge può consentire all'inquilino di restare perché anche il proprietario ha infranto una parte dell'accordo. La formula del tu quoque è nota per essere stata appositamente ignorata durante il Processo di Norimberga[3] e dal Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ruth Amossy, L'argomento “ad hominem”: riflessioni sulle funzioni della violenza verbale, in Saggio, n. 3, 03/2010, pp. 58-59.
  2. ^ De Emiliano Ippoliti, Carlo Cellucci, Logica - II edizione, EGEA spa, ISBN 9788823815674.
  3. ^ Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, Feltrinelli, 2016, p. 262, ISBN 978-88-07-88322-4.
  4. ^ Martino Lombezzi, Il tribunale dell'Aja e i crimini di guerra in ex Jugoslavia (PDF), 2003, p. 189.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]