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Ignoratio elenchi

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L’ignoratio elenchi (conosciuta anche come conclusione irrilevante[1]) è quel particolare tipo di fallacia che consiste nel presentare un argomento di per sé valido, ma fuori tema (cioè a sostegno di qualcosa di diverso da ciò che originariamente si cercava di dimostrare)[2].

Origine dell'espressione[modifica | modifica wikitesto]

L'espressione "ignoratio elenchi" può essere approssimativamente tradotta con "ignoranza della questione", o "dell'argomentazione"; "elenchus" è una latinizzazione del sostantivo greco ἔλεγχος (élenchos), che nella polemica filosofica rappresenta il presupposto teorico da cui si distanzia indebitamente il contraddittore[3], il cui argomento dunque "non prova ciò che dovrebbe provare"[4].

"Aringa rossa"[modifica | modifica wikitesto]

Nei paesi di cultura anglosassone, quando questa fallacia logica viene utilizzata nel tentativo intenzionale di confondere o distrarre l'interlocutore, si è soliti chiamarla red herring ("aringa rossa"). L'espressione deriva dall'usanza di salare e affumicare le aringhe (che con questo trattamento diventano rosso-brunastre) per conservarle a lungo. Durante le campagne di caccia le aringhe affumicate distraevano i cani dalla traccia e potevano essere usate dai cacciatori per sviare su false piste i cani dei cacciatori concorrenti. Fino a quando la cultura classica governava il linguaggio filosofico anglosassone, il sintagma latino era comunque quello più usato per definire il concetto[5].

In letteratura e nelle arti cinematografiche, l'"aringa rossa" è una tattica narrativa finalizzata a indirizzare il lettore/spettatore verso una conclusione sbagliata. Quest'uso del termine è stato reso popolare da William Cobbett ed è stato spesso impiegato da Alfred Hitchcock[6].

Esempi di effetto dilatorio o fuorviante[modifica | modifica wikitesto]

"Se il sindacalista fa notare che «in campo occupazionale la politica del governo è stata fallimentare», il ministro si sottrarrà all’imbarazzo facendo rilevare che «il governo ha accresciuto il tempo libero dei lavoratori occupati». La risposta non soddisferà certo l’interlocutore, ma in questo modo l’interpellato ha guadagnato tempo e non ha perso punti. Questa tecnica va sotto il nome di ignoratio elenchi, vale a dire non capire, o fingere di non capire, qual è il problema in discussione. Il suo uso comporta delle speciali insidie per l’interlocutore in quanto pur essendo un colpo fuori bersaglio prestabilito, va comunque a segno; è come colpire un fagiano durante una caccia al cinghiale. Non è la preda che si voleva, ma qualcosa il cacciatore si porta a casa"[7].

Nel dibattito politico sui social network espressioni come "E i marò?" sono state trattate come esempi di ignoratio elenchi[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "Anche se è corretto sottolineare la necessità, per la spiegazione, di “enunciati fondamentali legisimili (o legiformi)” (Hempel e Oppenheim, pp. 338-341), passare da questo alla generalità è probabilmente un caso di ignoratio elenchi, dal momento che la forma legisimile (e a dire il vero anche il senso di “regolarità”) può risiedere nell’invarianza – neutrale rispetto alla generalità – della sopravvenienza forte": Stark, Hermann E., Hempel and Oppenheim Revisited, Again, Genova : Tilgher, Epistemologia : rivista italiana di filosofia della scienza, 26 (2003), N. 2, 2003, p. 264-265.
  2. ^ Ad esempio, "è una vera e propria legge mediatica quella che negli ultimi anni bolla come "snob" ogni definizione possibile immaginabile del gap di classe. Se dici che i poveri mangiano peggio dei benestanti, non è perché denunci (vedi la sacrosanta campagna di Michelle Obama) il disastro sanitario provocato dal junk food, è perché sei un fighetto che mangia solo lardo di Colonnata e cardo gobbo": Michele Serra, Aggressioni ai professori e classismo nelle scuole: la risposta di Michele Serra alle polemiche, La Repubblica, 21 aprile 2018.
  3. ^ "«È per volere del dio che ciascuno e ride e piange», dice il Coro nell’Aiace (v. 383); ma ridere e piangere insieme è, più ancora che un paradosso, un vero scandalo. Così almeno pensava Platone, al quale ripugnava non solo l’attrazione che si prova per gli spettacoli luttuosi (Repubblica 439e-440a), ma ancor di più che a soddisfare quell’attrazione si provi piacere, appunto come accade con la tragedia, che ci induce a «godere e insieme piangere» (Filebo 48a; parall. Gorgia 496e, Teeteto 176a; opinione che Aristotele ricorda in Etica Nicomachea 1166b 22). Di qui il bando della tragedia, in quanto fautrice di disordine interiore. Aristotele, che non bandisce certo la tragedia, sembra proporre una soluzione del paradosso basata sul procedimento conoscitivo della mimesi, grazie al quale, nel riconoscimento di ciò che è oggetto di rappresentazione, perfino quanto nella realtà è sordido e disgustoso diventa motivo di piacere (1448b 10-14). Ora, che noi riconosciamo ciò che è raffigurato, lo sapeva anche Platone; ma egli non considerava questo fatto sufficiente ad assolvere il piacere che ne consegue. Possibile che Aristotele si ritenga pago di una tale ignoratio elenchi?" (F. Calvo, L'esperienza della poesia, Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 157-159, 2009, doi: 10.978.8815/142627, II.: Aristotele e l’esperienza tragica).
  4. ^ Spinicci Paolo, Le ombre e il sogno : percepire, immaginare, raffigurare Fasano di Puglia (BR) : [poi] Firenze : [poi] Milano : Grafischena ; Le Lettere ; Franco Angeli, Paradigmi : rivista di critica filosofica. SET. DIC., 2009, p. 36.
  5. ^ "Basarsi sul pensiero che appartiene a una data forma di esperienza per criticarne un’altra significa, per Hume, semplicemente cadere nell’ignoratio elenchi («conclusione irrilevante»), che è l’errore che si commette – fa notare Oakeshott – «in nome non solo del senso comune, ma anche della religione e della moralità» quando si presenta un argomento di per sé valido ma a sostegno di qualcosa di diverso da ciò che originariamente si intendeva dimostrare. Oakeshott cita non a caso un significativo passo della Ricerca sull’intelletto umano – che si può ben dire sia il testo di Hume più apprezzato dai conservatori – in cui lo scozzese afferma: «Non c’è maniera di ragionare più comune, né tuttavia più biasimevole, del cercare, nelle dispute filosofiche, di confutare qualche ipotesi, colla pretesa delle sue conseguenze pericolose per la religione e per la morale». Il che – conclude Oakteshott – è insignificante almeno quanto «accettare o rifiutare una determinata proposizione filosofica per una ragione pratica» (Spartaco Pupo, Il conservatorismo politico di David Hume, Soveria Mannelli : Rubbettino, Rivista di politica : trimestrale di studi, analisi e commenti : 2, 2016, p. 40).
  6. ^ Psycho, un film disturbante che gioca con lo spettatore, Scheda My Movies
  7. ^ A. Cattani, Botta e risposta. L'arte della replica, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 99 (ed. 2010, doi: 10.978.8815/227980, capitolo sesto: Il decalogo del perfetto polemista. Tecniche ed espedienti).
  8. ^ http://www.darwinite-blog.com/2015/08/facciamo-il-punto-sui-maro-i-migliori_6.html#.W0xYUtIzY2w

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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