Triclosano

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Triclosano
formula di struttura
Triclosan-3D-vdW.png
Nome IUPAC
5-cloro-2-(2,4-diclorofenossi)fenolo
Nomi alternativi
triclosan
Caratteristiche generali
Formula bruta o molecolare C12H7Cl3O2
Massa molecolare (u) 289,5
Aspetto polvere cristallina bianca
Numero CAS 3380-34-5
Numero EINECS 222-182-2
PubChem 5564
DrugBank DB08604
SMILES C1=CC(=C(C=C1Cl)O)OC2=C(C=C(C=C2)Cl)Cl
Proprietà chimico-fisiche
Temperatura di fusione 55 °C (328 K)
Indicazioni di sicurezza
Simboli di rischio chimico
irritante pericoloso per l'ambiente
attenzione
Frasi H 315 - 319 - 410
Consigli P 280 - 302+352 - 305+351+338 - 321 - 362 - 501 [1][2]

Il triclosano (nome IUPAC: 5-cloro-2-(2,4-diclorofenossi) fenolo) è un derivato triclorurato del fenolo. La sua struttura chimica è simile a quella della diossina, ed è forse questo fatto ad aver stimolato i primi studi sulla sua potenziale tossicità.

Come molti fenoli alogenati, è poco solubile in acqua, solubile in etanolo e in etere etilico, nonché in soluzioni alcaline concentrate.

Utilizzi[modifica | modifica wikitesto]

Orale[modifica | modifica wikitesto]

In qualità di antibatterico, è contenuto in molti saponi, dentifrici ed altri prodotti per l'igiene orale. È un composto efficace nella fase di mantenimento parodontale. La sua efficacia aumenta nel tempo, raggiunge il picco massimo tra i 3 e i 6 mesi dopo l'inizio del trattamento. Questa però, visibilmente anche clinicamente, risulta 3 volte minore della clorexidina. In compenso è un antisettico, battericida (agisce cioè sulla membrana batterica), colpisce batteri gram-positivi, gram-negativi, miceti, micobatteri e spore.

A differenza della clorexidina, non si lega a tessuti duri, ai tessuti molli ed alla placca, ma, per raggiungere così un'azione totale, necessita di un copolimero di acido maleico e citrato di zinco (gantrez), e del fluoro. Ha un effetto antinfiammatorio che deriva dall'azione sulle ciclo-ossigenasi (COX) che inibisce la sintesi delle prostaglandine (azione simile all'acido acetilsalicilico).

Non forma il tartaro. Non dà resistenza batterica. È compatibile con le molecole contenute nei dentifrici, di modo che la sua assunzione sia parallela all'uso della terapia meccanica con spazzolino.

Il suo uso viene attuato in pazienti con apparecchi ortodontici fissi e in pazienti con perimplantite.

Generale[modifica | modifica wikitesto]

L'EPA, l’agenzia per la protezione dell'ambiente americano, ha inserito questa sostanza nell’elenco dei fitofarmaci quale strumento utile per l'agricoltura[senza fonte].

Tossicità[modifica | modifica wikitesto]

In Europa l'SSC (Scientific Steering Committee) della Commissione europea nel 2002[3] ha dichiarato che il triclosano è un utile ed efficace biocida, aggiungendo che è “utilizzato con sicurezza da più di 35 anni in molti prodotti, inclusi quelli per l'igiene orale”.

In Svezia, il Ministero della Sanità ne ha sconsigliato l'uso in seguito ai risultati emersi da uno studio dell’Università di Stoccolma.[senza fonte] In seguito la sostanza è stata bandita dal paese.[4]

In modo analogo ad altri fenoli clorurati, questo composto può accumularsi nei tessuti degli organismi viventi e nel latte materno (e quindi essere ingerito dai neonati); un suo accumulo può causare l’alterazione della funzionalità epatica e quella polmonare, indurre sterilità, alterazione immunitaria e, a dosi elevate, paralisi.[senza fonte]

Dall'autunno 2016, il triclosan è stato bandito negli USA dall'agenzia FDA perché potenzialmente rischioso per la salute umana, a causa delle possibili interferenze che questa sostanza provoca al sistema endocrino umano e nell'insorgere di resistenze ad antibiotici.[5]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ scheda del triclosano su IFA-GESTIS
  2. ^ Smaltire in accordo alle leggi vigenti.
  3. ^ Il triclosan è veramente pericoloso?
  4. ^ Quella follia chiamata igiene, in Wired, 06 settembre 2016. URL consultato il 20 marzo 2017.
  5. ^ Triclosan: vietato negli USA, ma a casa vostra sta in molti (e famosi) dentifrici e detergenti intimi, su LaStampa.it. URL consultato il 20 marzo 2017.