Saline Joniche
| Saline Joniche frazione | |
|---|---|
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Città metropolitana | |
| Comune | Montebello Jonico |
| Territorio | |
| Coordinate | 37°56′36.29″N 15°42′41.56″E |
| Altitudine | 35 m s.l.m. |
| Abitanti | 2 463[1] |
| Frazioni confinanti | Lazzaro, Melito Porto Salvo |
| Altre informazioni | |
| Cod. postale | 89064 |
| Prefisso | 0965 |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Targa | RC |
| Nome abitanti | salinoti |
| Patrono | SS. Salvatore |
| Giorno festivo | 2ª settimana di Giugno |
| Cartografia | |
Saline Joniche è la frazione costiera del comune di Montebello Jonico, in provincia di Reggio Calabria che si estende parallelamente a un lungo tratto della strada statale 106 Jonica, attraverso cui è facilmente raggiungibile.
Origine del nome
[modifica | modifica wikitesto]Saline prende il nome dalle antiche saline di Reggio che fin dall'antichità hanno avuto una grande rilevanza economica e facevano parte del territorio di San Aniceto.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]La località di Saline fu abitata fin dal Paleolitico.
Poi nel periodo classico e romano fu sotto la giurisdizione di Leucopetra.I primi a sfruttare le saline furono i Normanni, seguiti dagli Svevi e infine dagli Angioini.
Fin dal XI sec. appartenevano al monastero di Santa Maria di Terreti e San Nicola di Calamizzi, tramite una concessione del 1090 da parte di Ruggero I di Sicilia di libertà di pascolo e pesca nelle sue terre. Ciò venne confermato poi da Ruggero II di Sicilia nel 1115. Nel 1129 Ruggero II concesse all'archimandrita Nicodemo di Santa Maria di Terreti la metà dei proventi dalle saline e della pesca con la rete sulla spiaggia di San Niceto, tramite la concessione di "mezza salina e pesca". Sempre per volontà di Ruggero II si concesse, nel 1145, una quota di sale al monastero di S. Bartolomeo di Trigona. Nel febbraio del 1209, Federico II di Svevia confermò all'Archimandrita Joannicio di Santa Maria di Terreti gli antichi privilegi di avvalersi delle saline da cui traeva beneficio anche la città di Reggio. Federico II concesse i metochia che il monastero possedeva nei territori di Reggio, Mesa, S. Agata, S. Aniceto e Tuccio. L'1 e il 2 luglio 1224 Federico II eseguì due conferme in favore di Nicodemo archimandrita di S. Maria del Terreto. Il 9 agosto 1268 venne reintegrato il diritto di sale proveniente dalle saline al monastero di Sant'Aniceto. Le saline compaiono poi nel codice angioino del 1268 e nel documento del 19 agosto 1414 del re Ladislao, come in quello di Giovanna II di Napoli del 15 gennaio 1418. Il 10 agosto 1414 il re Ladislao di Durazzo, il 5 settembre 1418 Giovanna II di Napoli e l'11 agosto 1465 Francesco I d'Aragona concessero privilegi per il sale delle saline situate vicino al pantano della terra di Sancto Niceto alla città di Reggio. Dopo gli Angiò, e già sotto gli Aragonesi, escludendo il privilegio a Reggio del 1414, i documenti non forniscono più notizie sulle saline, nonostante siano state attive per tutto il XVI secolo. Abbandonata la produzione di sale questi luoghi divennero molto acquitrinosi.
Ciò ci è confermato da un documento del 12 luglio 1845 inviato al ministro di Grazia e Giustizia dell'epoca, Niccolò Pariso, da parte del Procuratore Generale del Re per la Provincia di Calabria Giulio Cesare Libetta. La bonifica di questi luoghi avvenne sotto il Governo Borbonico in Monteleone, che inviò una relazione al Prefetto di Reggio Calabria, l'11 luglio 1860, in cui si proponeva di prosciugare completamente il Lago Saline. Tutto ciò fu favorevole alla prosperità dell'agricoltura e alla salubrità dell'aria. Questo attirò alcuni proprietari terrieri, tra cui il feudatario di Montebello, Paolo Barone, che aveva comprato il 5 ottobre 1727 da Nicolò Lavagna, con Regio Assenso, per atti del notaio Vincenzo Siclari, la Baronia di Montebello. Egli fece costruire una casa di campagna sulle sponde del torrente Molaro con annessa una chiesetta intitolata a S. Francesco Saverio. Entrambe furono travolte dalla piena del torrente, ma la chiesa fu ricostruita più grande in Borgata Sant'Elia dal Conte Giacomo Maria Piromallo dei Duchi di Capracotta e barone di Montebello. La stessa sorte toccò alla chiesetta costruita nel 1866 per volere del latifondista e primo presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria Salvatore Rognetta, che possedeva diverse terre nel territo di Saline. La presenza della chiesa ci suggerisce che già in quel periodo fosse andato a costituire un nucleo abitativo. Oltre a Rognetta molti latifondisti, come Alati, Patamia e Vilardi, hanno dato il via alle colture di bergamotto, gelsomino e grano.
Nel 1816 Saline Joniche fu annessa insieme a Fossato Jonico al comune di Montebello Jonico.
Negli anni '70 e '80, l'area di Saline Joniche fu al centro di un importante processo di sviluppo industriale e infrastrutturale che portò alla realizzazione del complesso industriale della Liquichimica Biosintesi, di un porto industriale e dell'Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato.
L'esperienza industriale di Saline Joniche però ebbe una durata breve e molto limitata: la Liquichimica fu chiusa pochi mesi dopo l'inaugurazione a causa della pericolosità dei mangimi prodotti, l'Officina Grandi Riparazioni fu chiusa all'inizio degli anni 2000 e il porto, di fatto mai veramente entrato in attività, è stato danneggiato da una violenta mareggiata ed è attualmente ostruito da un imponente banco di sabbia.

Nei pressi dell'area della Liquichimica sono presenti due laghetti che costituiscono un'oasi naturale utilizzata per la sosta da molti uccelli migratori (principalmente folaghe, anatre, aironi cenerini e cavalieri d’Italia, e talvolta anche fenicotteri rosa). A causa della sua importanza in quanto habitat naturale che garantisce il mantenimento della biodiversità, tale oasi è stata inserita dall’Unione europea tra i siti di interesse comunitario[2].
Nel 2012 la provincia di Reggio Calabria[3] ha indetto un concorso volto alla riqualificazione del frontemare di Saline Joniche e la realizzazione di un parco naturale: il progetto vincitore[4] prevede un intervento su di un'area di oltre 170 ettari posta lungo 8 km di costa, con la realizzazione di un parco scientifico, di un incubatore per imprese dedicate alla green economy e di un grande vivaio.
Infine, nei fondali marini di Saline è stato individuato il relitto della ''Laura C'', nave mercantile adibita a scopi militari durante la II guerra mondiale.
Impianti d'estrazione del sale
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il primo nucleo abitativo di Saline nasce con gli impianti d'estrazione. Attorno ad essi infatti si sviluppano strutture per ospitare la manovalanza.
Un'importante testimonianza di quest'attività proviene dal Codice Romano Carratelli, preziosa raccolta di disegni acquarellati, realizzati alla fine del XVI secolo, contenente immagini di torri e castelli della costa calabra, e con il quale il Governo allora spagnolo sperava di difendersi dalle scorrerie dei Turchi
Ritrovamenti archeologici
[modifica | modifica wikitesto]Saline Joniche è conosciuta fin dal Medioevo grazie alla biografia di Elia di Enna, scritta dal suo discepolo 30 anni dopo la sua morte avvenuta nel 903. I reperti archeologici ci consigliano che Saline fosse abitata già nel Paleolitico.

Uno dei più importanti ritrovamenti è avvenuto in Contrada Prastarà presso il geosito delle Rocche di Prastarà. Lo scavo, coordinato dal direttore archeologico della Soprintendenza ai beni archeologici, dott.ssa Emilia Andronico con gli archeologii volontari Stefano Ferrante, Giuseppe Praticò e Giovanni Mallamaci. I reperti ritrovati risalgono all' età del bronzo, in un periodo compreso tra 2200 e 900 a.C. Si tratta di frammenti di cotti decorati ad unghia con incisioni dette a "dente di cane" e frammenti di punta di lancia in ossidiana. L'ossidiana proviene da Lipari, nelle Isole Eolie. Ciò consiglia che commerciasse con gli uomini di quelle terra.
Alto importante periodo per Saline fu il periodo classico, precisamente dall'età arcaica a quella ellenistica e romana. In questo periodo Saline,insieme a Capo Riace, faceva parte di un centro agreste, in cui si venerava la dea Kore. Ciò ci viene confermato nell'opera di Gabriele Barrio, De antiquitate et situ Calabrie del XVI secolo.
I ritrovamenti di questo periodo sono diversi come quello di Contrada Cucumelli vicino alla frazione di Riace di Montebello. Qui sono state ritrovate, nella propietà di un certo Vollaro, monete imperiali del IV secolo a.C. Lo stesso è successo in Contrada Ficarelli con un tesoretto di monete dello stesso secolo di quelle rivenute in Contrada Cucumelli. Oggi il tesoretto è conservato nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. Alte monete, stavolta risalenti ad un periodo che và dal 203-289 a.C. al II-I secolo a.C., furono rinvenute in Contrada Pietrerosse, all' interno di un vasetto in terracotta, e in una località imprecisata, con molto probabilità in Contrada Rungi. Ciò vale anche con Contrada Ambrò dove, oltre a una moneta bronzia di Traiano, furono ritrovati una stele arcaica, una colonnina dorica in arenaria e una statuetta di tipo tanagreo, che regge, seduta sulla propria spalla sinistra, una divinità acefala con chitone.
Abbiamo anche ritrovamenti di architetture come quello in Contrada Vasì, posta al confine tra la località Lazzaro e quella di Saline. La sua denominazione sembrerebbe derivare proprio dal greco e rimanderebbe alla esistenza di un luogo di culto. Ciò è sostenuto dalle testimonianze dello studioso reggino Domenico Carbone Grio che riferì, nel 1904, di aver visitato la contrada accompagnato dal parroco di Saline, Don Pontari. Essi attestano l'esistenza di un temenos, ovvero un recinto sacro dedicato proprio, con molta probabilità, al culto di Demetra o della figlia Kore. Nello stesso scavo fu trovata una stella di pietra sulla cui parte superiore è possibile vedere un incavo che molto probabilmente serviva a sostenere un oggetto in bronzo. Tale stele portava anche incisa, nella parte sommitale, un'epigrafe che recitava «Alla dea Kleìnetos, figlia di Nikomakos, vota la decima parte di qualcosa di suo». Demetra nella mitologia greca era la dea del grano e dell'agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, principio del ciclo delle stagioni, come la stessa Kore, che era una divinità associata al simbolo della fertilità. Risulta dunque evidente che si tratti di un luogo votivo. Insieme alla stele facevano parte del corredo delle offerte votive due statuette in terracotta di imparagonabile bellezza stilistica. La prima portava nella mano sinistra uno scettro, caratteristico di Demetra, secondo l'iconografia magnogreca. La seconda stringeva invece un porcellino, che secondo i rituali del simbolismo religioso rimanda a Kore. Nella stessa area di culto furono trovati anche alcuni vasetti, quasi tutti a vernice nera con disegni geometrici, due ariballoi, raffiguranti una la testa di Hermes col pileo, l'altro un pesce identificabile come un pesce spada. Inoltre furono ritrovati una serie di testine femminili in terracotta con varie acconciature, raffiguranti nella maggior parte dei casi Kore, e una statua raffigurante Hermes. Altre offerte in terracotta raffigurano animali domestici, pesci, come anguille, grappoli d'uva e altri prodotti dell'agricoltura, tra cui spicca una zucca a forma allungata molto simile alla tipologia di quelle presenti nel santuario della Mannella di Locri.
Nella Contrada Rungi sono stati ritrovati i resti di nove plinti di colonne in arenaria che delimitavano un piccolo atrio semicircolare. Nelle vicinanze, invece, furono ritrovate tombe ascrivibili del periodo ellenistico e romano costituite da grandi tegoloni e tetti a cappuccina, con un arredo funerario scarso costituito da vasetti, patere e tronchi di piramide. Sempre nelle immediate vicinanze ritovati un'ansa greca, una colonnina votia in stile dorico e un cippo in calcare con iscrizione votiva risalente alla fine del V secolo a.C.
Ai primi del XX secolo a.C. risale invece un edificio a pianta rettangolare in pietra scistosa con numerosi frammenti di vasi e mura ritrovati in Contrada La Cittadella. Uno dei ritrovamenti pi recenti è datato 1987 ed è avvenuto durante la realizzazione del porto. In questo luogo furono ritrovate tre tombe in muratura con resti ossei in connessione organica insieme a tratti di strutture murarie in ciottoli e frammenti di anfore che ci fanno datare l'insediamento all'età tardoantica.
Monachesimo bizantino e toponomastica greca
[modifica | modifica wikitesto]Un aspetto di particolare rilevanza nella storia di Saline Joniche è rappresentato dalla diffusione del monachesimo bizantino, che contribuì profondamente alla formazione dell'identità culturale e religiosa dell'area. Una delle principali fonti per la ricostruzione storica di questo fenomeno è la Vita di Sant'Elia il Giovane, redatta da un suo discepolo dopo la morte del santo, avvenuta nel 903.
Il monachesimo orientale in Calabria costituisce un tema di notevole interesse non soltanto sotto il profilo spirituale e religioso, ma anche per il ruolo svolto nello sviluppo culturale, economico e sociale del territorio. La sua eredità è ancora oggi riconoscibile attraverso la diffusione di tradizioni, toponimi e testimonianze storiche che caratterizzano gran parte della Calabria meridionale.
Diversi studiosi e autori hanno evidenziato il valore storico e culturale di questa presenza. Tra essi figurano Mario Pomilio, autore del romanzo Il Quinto Evangelio, e le sorelle Fiorinda Calabrò e Domenica Calabrò, che hanno affrontato il tema nell'opera "Saline Ioniche dai solchi della storia verso il futuro". I monaci basiliani, insediatisi sulle pendici dell'Aspromonte e lungo le principali fiumare, svolsero un'importante opera di diffusione della cultura greca e favorirono lo sviluppo economico delle comunità locali. Ancora oggi sono visibili numerose testimonianze dell'arte e dell'architettura bizantina, tra cui la Chiesa di Santa Maria di Tridetti a Staiti e la cupola della chiesa di Sant'Anna presso Palizzi.
Tra gli edifici religiosi più significativi legati alla tradizione orientale si ricordano inoltre la chiesetta di Sant'Aniceto Apambero a Bova Marina; la chiesetta di Sant'Anastasio a Fossato Jonico, risalente all'XI secolo, situata alle pendici di Punta d'Argento (743 m s.l.m.) sulla riva sinistra del torrente San Pietro, della quale si conservano due affreschi raffiguranti Sant'Anastasio e un'altra figura di santo; le chiese di San Nicola, Santa Caterina, San Sebastiano e dell'Annunziata presso il castello Ruffo di Amendolea; la chiesa di San Nicola a Roghudi; la cappella greco-ortodossa della Madonna della Grecia a Gallicianò, officiata da monaci provenienti dal Monte Athos; e il santuario di Maria Santissima della Cappella a San Pantaleone, dove è custodita un'icona della Vergine risalente al XIV secolo.
Oltre all'influenza bizantina, un ruolo fondamentale nella formazione dell'identità culturale del territorio fu svolto dalla presenza greca. La cultura greca giunse in Calabria nell'VIII secolo a.C. attraverso i coloni greci, che fondarono numerose città della Magna Grecia, tra cui Sibari, Crotone, Caulonia, Locri e Reggio Calabria sulla costa ionica, e Medma, Hipponion e Tauriana su quella tirrenica.
A partire dal III secolo a.C., con il progressivo declino delle poleis magnogreche, il latino iniziò a diffondersi nella regione, pur convivendo a lungo con il greco. Nel 732 le diocesi calabresi furono poste sotto la giurisdizione ecclesiastica di Costantinopoli, e gran parte della popolazione risultava ormai profondamente ellenizzata. Ad eccezione dell'area cosentina, nella Calabria centro-meridionale il latino venne gradualmente abbandonato e la cultura bizantina divenne predominante.
Ancora oggi il greco di Calabria, parlato soprattutto dagli anziani di Bova, Gallicianò e Roghudi, rappresenta una significativa testimonianza della continuità culturale ellenica nella regione.
L'influenza greca e bizantina emerge con particolare evidenza nella toponomastica del territorio di Saline. Numerosi toponimi identificano borgate e contrade situate su alture collinari, versanti montuosi, promontori rocciosi o aree prossime al mare, conservando tracce linguistiche che testimoniano la lunga presenza della cultura ellenica.
Toponimi legati all'acqua
[modifica | modifica wikitesto]Riace: dal greco, «corso d'acqua», «ruscello» o «torrente». La contrada appartiene in parte al comune di Montebello Jonico e in parte a quello di Motta San Giovanni. Vena (dialettale Vina): dal greco bèna, «piccola fonte d'acqua». Da questa sorgente nasceva un torrente che alimentava un mulino ad acqua e irrigava le coltivazioni di bergamotto. Nasida: «piccola isola» o «terreno fertile lungo un corso d'acqua».
Toponimi legati alla morfologia del territorio
[modifica | modifica wikitesto]Serro (Serru): dal greco «colle». Stinò: dal greco «gola angusta», «strettoia». Ciurca o Hiurca: dal greco «fortezza». La conformazione della Valle Molaro presenta caratteristiche naturali assimilabili a una fortificazione. Nell'area furono individuate, durante una ricognizione effettuata nei primi anni del Novecento, le fondazioni di un edificio rettangolare, insieme a numerosi frammenti di anfore e ceramiche a vernice nera. Vasì: dal greco «valle» o «valloncello». Nella contrada sono stati rinvenuti elementi riconducibili a un corredo votivo, tra cui due statuette in terracotta di notevole pregio artistico. Gufo: dal greco «nascosto», in riferimento alla posizione isolata della contrada. Blambi: dal greco «luminoso»; il nome è presente anche nell'isola di Samo. Ambrò: dal greco «posto davanti». Secondo il filologo e glottologo tedesco Gerhard Rholfs potrebbe derivare anche da un termine indicante un luogo sacro. In questa località sono stati rinvenuti numerosi reperti archeologici databili al V secolo a.C..
Toponimi legati a luoghi sacri e monasteri
[modifica | modifica wikitesto]Mantineo: richiama la città di Mantinea in Arcadia. Giovanni Fiore riferisce dell'esistenza dei ruderi del monastero di Santa Maria di Mantineo. Borgata Rocca Calojero: dal greco «Bello e antico» oppure «Rocca del Monaco». Una variante del nome, Calo-Jero, potrebbe fare riferimento a un antico luogo di culto pagano. Rungi: dal greco, «appezzamento agricolo monastico destinato alla coltivazione di vite, olivo e cereali», termine collegato al concetto di grangia. Nell'area sono emerse strutture murarie, vasche e ambienti che potrebbero essere riferibili a un antico complesso monastico. Borgata Sant'Elia o Santu'Lia: località associata alla fiumara di Sant'Elia il Giovane. San Nicola: borgata caratterizzata dalla presenza di antiche abitazioni con coperture in pietra.
Toponimi legati alle attività umane
[modifica | modifica wikitesto]Guardia: dal greco, «zona dove montavano i cavallari», probabilmente utilizzata come punto di osservazione contro le incursioni saracene. Prastarà (Plastarà): dal greco «costruttore di spianatoi». In questa località Sant'Elia fondò il suo primo monastero. Sono stati inoltre rinvenuti frammenti ceramici e punte di lancia in ossidiana databili tra il 2200 e il 900 a.C.. Zuccalà: dal greco tsoucalàs o Sùccala, «pignataio» o «pentolaio», termine da cui derivano cognomi quali Pignata, Pignataro, Zòccali e Zuccalà.
Toponimi legati alle caratteristiche fisiche
[modifica | modifica wikitesto]Caracciolino: dal greco «tendere il collo per guardare». Cufò: «vuoto», «cavo» o «sordo». Borgata anticamente abitata, oggi destinata prevalentemente a terreni da semina. Lianò: «minuto», «magro». Oltre a identificare una contrada di Saline, è presente anche come cognome in Grecia. Magulizzoi: noto anche nelle varianti Maulizzi e Maolizzi, dal greco «piccola guancia». Borgata un tempo abitata, oggi occupata da terreni agricoli.
Toponimi legati alla vegetazione
[modifica | modifica wikitesto]Bruca: «luogo di tamerici». Fucidà: specie di cardo spinoso. Questa contrada, insieme a Vina, Mantineo, Jusocroce e Fudachello, faceva parte delle terre del monastero di San Nicolò di Calamizzi. Marafea: luogo caratterizzato dalla presenza di finocchi selvatici. Plumbacà (Prumbacà): luogo di oleandri. Pulicà: pianta erbacea con foglie lineari e infiorescenze a spiga. La contrada rientrava nei possedimenti del monastero di Santa Maria di Terreti. Silipà: specie di graminacea utilizzata come foraggio.
Toponimi legati agli animali
[modifica | modifica wikitesto]Caracafolea: «nido di corvo».
Toponimi legati a oggetti e strumenti
[modifica | modifica wikitesto]Aconi: pietra utilizzata per affilare gli utensili da taglio. La contrada si trova di fronte alla fiumara di Molaro. Molaro: pietra da mulino. Probabilmente ha dato il nome anche alla contrada Molarello, dove è presente una sorgente di acqua potabile. Placa (Praca): pietra piatta utilizzata per la trebbiatura, termine ancora attestato in Grecia. Tegani (Tigani): dal greco «tegame» o «padella». La contrada si trova lungo il percorso che conduce a Montebello, tra Borgata Sant'Elia e Prastarà.
La presenza della cultura greca è evidente anche nell'onomastica locale. Le informazioni disponibili derivano principalmente dagli studi di L. Sclapari raccolti nell'opera Grecità di Montebello Jonico.
Cognomi legati ai mestieri
[modifica | modifica wikitesto]Barillà («bottaio»); Laganà («venditore di ortaggi»); Manti («mago», «indovino»); Zuccalà («pentolaio»).
Cognomi legati alla religione
[modifica | modifica wikitesto]Panagia («la Tutta Santa», la Madonna); Agati («divino», «sacro»).
Cognomi legati alle caratteristiche del carattere
[modifica | modifica wikitesto]Sofia («sapienza»).
Cognomi legati alle caratteristiche fisiche
[modifica | modifica wikitesto]Zangrèu («zoticone», «buzzurro»); Pangallo («bellissimo», «ottimo»); Piromallo («dai capelli rossi»); Sgrò («dai capelli ricci»); Spanò («privo di barba»); Chilà («dalle grosse labbra»).
Cognomi legati alle piante
[modifica | modifica wikitesto]Troffa («cespuglio»); Alati («abete»); Basilicò («basilico»).
Cognomi legati agli animali
[modifica | modifica wikitesto]Pellicanò («pellicano»); Carracefulu («uccello dalla testa grossa»); Gerace («sparviere»).
Cognomi legati a oggetti e cose
[modifica | modifica wikitesto]Caccamo («grande recipiente»); Catona («tenda»); Fotia («fuoco»); Scifù («ruotolo»); Stilo («colonna», «sostegno»); Strati («esercito»); Tripodi («tripode»); Verduci («verdicchio»); Zumbo («ceppo», «tronco»).
Cognomi legati alle provenienze geografiche
[modifica | modifica wikitesto]Calabrò («calabrese»); Natoli («orientale», proveniente dall'Anatolia»); Romeo («greco-bizantino di Roma»); Stilitano («originario di Stilo»).
Cognomi legati a elementi geografici
[modifica | modifica wikitesto]Nisi («isoletta», «relitto fluviale»); Cilea («antro», «cavità della terra»).
Cognomi legati a elementi naturali
[modifica | modifica wikitesto]Gullì («tronco», «mozzo»).
La società e la vita quotidiana tra Otto e Novecento
[modifica | modifica wikitesto]Uno dei periodi più significativi nella storia di Saline fu quello compreso tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un contesto caratterizzato dalle profonde trasformazioni economiche e sociali associate alla cosiddetta questione meridionale. In quegli anni la popolazione era distribuita tra il centro abitato e numerose borgate e contrade rurali, tra le quali Mantineo, Serro, Fucidà, Zuccalà, Sant'Elia e Rocca Calojero, che risultavano particolarmente popolate e dinamiche sotto il profilo economico.

La struttura sociale era fondata prevalentemente sulla famiglia allargata, composta da più generazioni unite da stretti legami di parentela e collaborazione. I nuclei familiari costituivano il principale elemento organizzativo della vita comunitaria e rappresentavano il punto di riferimento sia per le attività produttive sia per la gestione della vita quotidiana.
L'economia locale era essenzialmente agricola e pastorale. Le campagne erano quasi interamente coltivate a grano mentre ampie superfici erano destinate al pascolo di greggi e mandrie. La gestione delle attività domestiche e produttive era affidata in larga misura alle donne, che svolgevano un ruolo fondamentale nell'economia familiare e nella conservazione delle tradizioni. La popolazione era composta prevalentemente da piccoli proprietari terrieri appartenenti al ceto medio rurale, da artigiani specializzati, come fabbri e calzolai, e da pastori o massari.
Le principali attività economiche si articolavano in tre settori fondamentali: l'agricoltura, l'allevamento degli animali domestici e le pratiche produttive svolte in ambito familiare. L'allevamento comprendeva soprattutto bovini, ovini e suini, mentre tra le attività domestiche più diffuse figuravano la preparazione del pane, dei dolci tradizionali natalizi e pasquali, del sapone, del soffritto e delle frittole. Particolare importanza rivestiva inoltre l'allevamento del baco da seta, che integrava il reddito delle famiglie contadine. Tali attività costituivano momenti di intensa partecipazione collettiva e rafforzavano i legami di solidarietà all'interno della comunità.
Tra le attività artigianali assumeva particolare rilievo la lavorazione del ferro. A Saline era infatti presente una fucina situata tra l'attuale via Nazionale e via P. Cilione, nella quale venivano realizzati attrezzi agricoli, utensili domestici e ferrature per cavalli e asini, che rappresentavano i principali mezzi di trasporto utilizzati dalla popolazione. Accanto alle attività produttive erano presenti anche alcuni esercizi commerciali e luoghi di socializzazione, tra cui un bar e un cinema mignon, che costituivano importanti punti di incontro per gli abitanti.
La vita quotidiana era fortemente influenzata dal ciclo delle stagioni e dall'osservazione dei fenomeni naturali. Molti abitanti cercavano di prevedere l'andamento dei raccolti attraverso l'osservazione del cielo, delle stelle e delle fasi lunari. Allo stesso tempo era molto radicato il sentimento religioso.
In questo periodo il livello di alfabetizzazione era ancora piuttosto basso e l'accesso all'istruzione richiedeva spesso notevoli sacrifici economici e personali. Nelle scuole erano diffusi metodi disciplinari oggi non più ammessi, che prevedevano sia punizioni corporali, come le bacchettate sulle mani, sia forme di umiliazione pubblica, tra cui l'utilizzo del cosiddetto cappello con le orecchie d'asino o l'obbligo di rimanere in ginocchio su legumi secchi, come i ceci, per gli alunni considerati meno diligenti o preparati.
Particolare attenzione era riservata all'igiene personale degli studenti. All'inizio di ogni giornata scolastica gli insegnanti effettuavano controlli accurati verificando la pulizia del viso, delle mani e delle unghie, nonché l'ordine dell'abbigliamento e dell'acconciatura. Le bambine con i capelli lunghi erano generalmente tenute a portarli raccolti in trecce molto strette. Tutti gli alunni indossavano un grembiule nero o blu corredato da un fiocco.
Gli studenti che non superavano il controllo igienico venivano invitati a lavarsi utilizzando sapone da bucato e acqua fredda, messi a disposizione in aula mediante un catino e una brocca. Tali verifiche erano considerate particolarmente importanti poiché risultavano diffuse patologie e infestazioni come la scabbia e la pediculosi. In assenza di prodotti specifici, i rimedi più comuni consistevano in lavaggi effettuati con aceto caldo o petrolio.

Il materiale scolastico era essenziale ma accuratamente custodito. Ogni alunno possedeva una cartella in cartone o in cuoio contenente alcuni libri, un quaderno a righe, uno a quadretti e un astuccio di legno. Quest'ultimo era dotato di un coperchio graduato che poteva essere utilizzato come righello e conteneva una matita, una gomma e un pennino. Ogni banco disponeva inoltre di un calamaio che il bidello provvedeva quotidianamente a riempire con inchiostro nero.
Molti studenti provenienti dalle borgate e dalle contrade circostanti raggiungevano la scuola a piedi percorrendo lunghi tragitti. Durante il percorso erano talvolta costretti ad attraversare il corso d'acqua della Fiumara, passando da una sponda all'altra mediante le rocce affioranti, soprattutto nei periodi in cui non erano disponibili adeguate infrastrutture di collegamento. Tali spostamenti rappresentavano una componente ordinaria della vita scolastica e testimoniano le difficoltà che le famiglie rurali affrontavano quotidianamente per garantire l'istruzione ai propri figli.
Luoghi d'interesse
[modifica | modifica wikitesto]Chiesa del SS. Salvatore
[modifica | modifica wikitesto]Situata al centro di Saline è stata eretta alla fine dell'800. Il terreno su cui sorge la chiesa fu venduto da marchese Vincenzo Ramirez al latifondista reggino, nonché 1^ Presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria Salvatore Rognetta che, dopo aver bonificato e reso coltivabile il terreno ebbe il pensiero di far costruire una chiesa.

Inizialmente la S. Messa era celebrata all' interno delle case coloniche da lui costruite il cosiddetto Bagghiu dove abitava anche il fattore che vigilava la sua proprietà. Rognetta fece realizzare una chiesa in Saline e nel 1866 un'alluvione la distrusse.

In fin di vita fece testamento, dando ascolto al fratello arcidiacono don Antonino Rognetta, dispose la ricostruzione della chiesa da parte dei figli, concedendo loro il patronato e stabilendo un assegno per il parroco. I figli eseguirono la volontà di Rognetta e, il 22 marzo del 1877, fecero richiesta all' Arcivescovo Monsignor Converti l'esecuzione canonica della parrocchia sotto il titolo di SS. Salvatore, in memoria del loro congiunto Salvatore nello stesso giorno chiesero, con atto pubblico per Notar Putortì, per parroco il Reverendo don Andrea Medure. Così con decreto del 10 agosto del 1877 Monsignor Converti fondò la parrocchia e concesse il patronato alla famiglia Rognetta. Il terremoto del 1908 la distrusse, ma fu subito riedificata nel 1928 . Presenta una pianta a croce latina immissa mononavata, La facciata presenta ai lati dei grossi pilasti, mentre al centro si apre un alto portone di legno ad arco accompagnato da un rosone circolare. La chiesa è illuminata da vetrate policromiche raffiguranti scene delle antiche e nuovo testamento tra cui la colomba che rappresenta lo Spirito Santo, nella lunetta sottostante la Vergine Maria, Abramo e Isacco, S. Elia il Profeta, il battesimo e la resurrezione di Gesù, Santa Lucia, San Francesco d'Assisi, Mosè con le tavole della Legge e i Santi Cosma e Damiano. La copertura è stata soggetta a diversi restauri e dove il transetto incontra il braccio longitudinale, la chiesa è coperta da una volta a crociera. In fondo al Presbiterio due finestre sono state sostituite con due mosaici rappresentanti l' Annunciazione e la Natività. L' altare centrale, in marmo verde scuro e recante le incisioni Alfa e Omega ai due estremi frontali mentre, al centro, una grande ostia con JHS, è attaccato all' abside e sul lato destro del transetto è ospitato un ampio prespiterio che costituisce la cappella del SS. Sacramento. La pavimentazione in marmo granitico è recente. Al centro dell' abside è stato costruito un presbiterio arricchito da una statua lignea del patrono, alta circa 3 metri. Il fonte battesimale, in marmo bianco e di forma esagonale, reca incise sette fiammelle di fuoco a simboleggiare i doni dello Spirito Santo che irradiano una colomba posta al centro. Alla sinistra della fonte battesimale la statua della Madonna del Monte Carmelo. Lungo la navata formelle in simil bronzo rappresentano la Via Crucis arricchiscono la chiesa. L' ambone è a forma di leggio in marmo supportato da un angelo. Nella Cappella del SS. Sacramento sono presenti due dipinti della Maestra A. Coniglio che rappresentano la Trasfigurazione e la Resurrezione. Dall' anno 2000 la chiesa custodisce un' icona in stile bizantino raffigurante la crocifissione di Gesù, opera dell' iconografo Giovanni Raffa. Per tradizione la festa patronale si tiene la seconda domenica di giugno. A essa era stata associata la famosa fiera degli animali, detta a fera da Salina, nel linguaggio locale. Davanti alla chiesa si trova la piazza intestata a Don Rocco De Franco, parroco a Saline per più di mezzo secolo.
Chiesetta di S. Maria del Carmelo
[modifica | modifica wikitesto]Situata in Stinò, la sua costruzione è stata sostenuta dagli abitanti del posto e da Don Rocco De Franco. Il terreno dove sorge è stato donato dalla signora Fortunata Giovanna Macrina Sicuri in Tripodi. La chiesetta è costituita da un' ampia sala con un altare centrale, la statua della Madonna del Carmelo, la prima statua raffigurante il SS. Salvatore di Saline e due vetrate raffiguranti S. Francesco d' Assisi e la Beata Vergine Maria Immacolata.

Chiesa di Santa Maria del Rosario di Pompei
[modifica | modifica wikitesto]Situata in borgata S. Elia, la chiesa fu eretta nel 1895 dal Barone di Montebello fondatore della borgata, il quale ne detenne a lungo il patronato.
Una lapide apposta sulla facciata della chiesa
Internamente presenta uno sfarzoso decoro in stile neo-classico. All' interno presente un reliquiario tra cui una di S. Bartolomeo e due quadri settecenteschi reffiguranti S. Elia di Enna e S. Giuseppe. La chiesa, è aggregata all'unità parrocchiale di S. Giuseppe in Annà frazione di Melito Porto Salvo, insieme alla chiesa della Candelora in Pentedattilo.

Borgata Rocca Calojero
[modifica | modifica wikitesto]Fu fondata da Antonio Calojero nel 1807, che gli diede anche il toponimo Calojero (dal greco "Kalos" cioè bello e "Iero" che significa antica), cioè "bella rocca antica". Al periodo era il principale centro della zona da cui si sviluppò l' attività costiera. Era una zona economicamente attiva, anche grazie alla presenza dei baroni Piromallo che fornirono terre da coltivare, oltre a finanziare l' estrazione dalle cave di pietra. Oggi si possono ammirare all' interno del borgo:
- la Rocca che ospita 3 postazione militari della prima guerra mondiale e diverse cave tra cui la cava dei Caleddi;
- la cava dei Caleddi che è stata usata per l'estrazione della pietra
- Piazza Briattera deve il suo nome a una leggenda sulla presenza dei briganti con pavimentata da mattonelle di pietra lavica con accanto mura dell’800;
- la cupoletta insieme alla rocca è il simbolo del borgo. La cupoletta è accessibile tramite due archi a tutto sesto ed ha una copertura in travi in pietra . Negli anni ‘50 era luogo di incontro per gli abitanti;
- Via dell’ Ambra è una delle tre vie con nomenclatura di Rocca, ed è anche una delle più importanti dato che qui si concentravano gli abitanti. Questo è testimoniato dalle diverse case ‘800;
- le postazioni militari della Prima Guerra Mondiale si trovano sulla rocca ed in passato erano le basi per dei cannoni, anche se, oggi sono parzialmente persi e distrutti;
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Dati geografici - Saline Ioniche
- ↑ (IT) Decreto 25 Marzo 2005 del Ministero Aell'Ambiente: Elenco dei proposti siti di importanza comunitaria per la regione biogeografica mediterranea, ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE. URL consultato il 18 agosto 2016.
- ↑ (IT) Concorso di idee per la riqualificazione del waterfront di Saline Joniche e la realizzazione di un Parco Naturale e Antropico. URL consultato il 18 agosto 2016 (archiviato dall'url originale il 5 marzo 2016).
- ↑ (IT) Progetto vincitore. URL consultato il 18 agosto 2016 (archiviato dall'url originale il 20 settembre 2016).
Voci correlate
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