Luigi Lombardini

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Luigi Lombardini

Luigi Lombardini (Cagliari, 7 dicembre 1935Cagliari, 11 agosto 1998) è stato un magistrato italiano per decenni attivamente impegnato nella lotta ai sequestri di persona in Sardegna.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Come giudice istruttore, con competenza dapprima limitata a Cagliari, quindi estesa a quasi tutta la Sardegna, dal 1969 al 1989 istruì quasi cento procedimenti per sequestro di persona, contribuendo al drastico ridimensionamento dell'odioso fenomeno criminale[1]. Grazie alla cosiddetta "zona grigia", assoldò come emissari per i sequestri ex banditi che in cambio di forti sconti di pena lavoravano per lui. Come provato in alcuni casi Lombardini favorì la costituzione di latitanti pagandoli: la sua politica di favoreggiamento per il pentitismo fu oggetto di feroci polemiche perché fece esplodere faide in alcuni paesi sardi, soprattutto a Mamoiada.[senza fonte]

Morte[modifica | modifica wikitesto]

La sua figura ha acquisito una notorietà nazionale in circostanze tragiche l'11 agosto 1998 quando, interrogato dai magistrati di Palermo (tra cui Giancarlo Caselli e Antonio Ingroia[2]) poiché sospettato di estorsione nell'ambito del sequestro della giovane mamma ed imprenditrice Silvia Melis, a seguito del colloquio con i magistrati si tolse la vita, sparandosi nel suo ufficio[2].

Polemiche[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 agosto 1998, tre giorni dopo la morte di Lombardini, Vittorio Sgarbi in un'intervista a Il Giornale ne attribuisce la responsabilità alle «inchieste politiche di Caselli [...] uomo di Violante», in quanto «il suicidio di Lombardini ha evidenziato la natura esclusivamente politica dell'azione di Caselli e i suoi» che «impudentemente frugano nella sua tomba [...] sul suo cadavere»; il 17 agosto, ignorando i ringraziamenti dell'avvocato di Lombardini per la correttezza tenuta da Caselli nella conduzione dell'interrogatorio nonché il positivo pronunciamento del CSM in merito, ne chiede «l'immediato arresto» nonché la «sospensione dal servizio e dallo stipendio». Alla successiva querela, l'intervistatore Renato Farina ed il direttore Mario Cervi scelgono il patteggiamento, mentre Sgarbi la via del processo. Per queste affermazioni nel 1998 verrà condannato dalla Cassazione per diffamazione aggravata sulle indagini del pool antimafia di Palermo, guidato da Gian Carlo Caselli, oltre a 1.000 € di multa. Vi è chi, di fronte a questo pronunciamento, ha sostenuto che la condanna sarebbe occorsa per aver Sgarbi definito le indagini "politiche" e quindi Lombardini come una vittima di persecuzione ideologica da parte di Caselli e Antonio Ingroia[3], esercitando il proprio diritto di critica (Francesco Cossiga, Ettore Randazzo, Fabrizio Cicchitto e Niccolò Ghedini).

La figura di Lombardini ha suscitato polemiche anche negli anni successivi al suicidio. Nel 2007 Marco Travaglio, ha scritto che «criticare significa affermare che un'inchiesta è infondata, una sentenza è sbagliata. Ma sostenere che un PM e l'intera sua Procura sono al servizio di un partito, agiscono per finalità politiche, usano la mafia contro lo stato, non è criticare: è attribuire una serie di reati gravissimi, i più gravi che possa commettere un magistrato».[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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